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UMVLHSIIV OF ILuNUiS
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GIORNALE STORICO
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
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SUPPLEMENTO
3STO 13.
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GIORNALE STORICO
11 y / 3
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
DIRETTO E REDATTO
FRANCESCO NOVATI E RODOLFO RENIER
SUPPLEMENTO
con 24 vedute e 4 carte topografiche.
TORINO
Casa Editrice
ERMANNO LOESCHER
1910 <>•
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PROPRIETÀ LETTERARIA
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Turino — Vincenzo Bona, Tip. di 6. M. e de' BR. Principi.
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
Riprendo, dopo sedici anni, quegli studi intorno alla topografìa
del canzoniere del Petrarca, di cui in questo Qior'nale storico
della letteratura italiana (XXI, 335-57) pubblicai i primi risul-
m
tamenti.
Da allora ad oggi si è scritto intorno a tale argomento da di¬
versi: molti accettarono senz’altro le mìe conclusioni, qualcuno
mise innanzi nuove congetture. Io nulla di sostanziale sento
di dover mutare in quanto allora, col solo sussidio delle carte
geografiche, potei asserire, messo sulla buona via dalla preziosa
testimonianza d'un quattrocentista petrarcheggiante; ma ho pa¬
recchie cose da aggiungere o da chiarir meglio, e sono ora in
grado di trarre dalle mie indagini conseguenze più largamente
proficue per l’illustrazione delle rime dal Petrarca composte in
Avignone o nel Contado Venessino e per la storia del suo amore
verso Laura. Poiché ho potuto finalmente passare, a due riprese
e in diversa stagione, circa due mesi tra Avignone, Cavaillon e
Carpentras, ponendo all’Isle-sur-Sorgue (e non nella città dei
papi) il mio quartier generale; com’è d’uopo, se si voglia como¬
damente esplorare tutto quel piano tra Avignone e Vaichiusa,
OiornaU itorico. — Sappi, a* 1S. 1
* »
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F. FLAMINI
che dovette essere cosi familiare al poeta. Non v’è luogo del
Contado Yenessino ove il Petrarca, durante il lungo soggiorno
nel suo transalpino Elicona, possa aver messo il piede, ch’io non
abbia visitato a palmo a palmo. Tutto il corso della Sorga ho
voluto seguire; e di quel « dolce piano » non v’è aspetto ch’io non
abbia osservato dall’alto, non v’è strada che non abbia percorsa;
e d’ogni cosa possiedo riproduzioni dovute all*abilità nell’arte
fotografica del mio caro amico e discepolo prof. Alberto Vanni,
che volle accompagnarmi in quei luoghi (quando vi ritornai per
la seconda volta) con atto d'amorevolezza di cui gli sarò sempre
gra to.
Inoltre, le indagini corografiche integrai con ricerche d’ar¬
chivio; le quali mi han dato modo di conoscere da vicino quanti
furono nel Trecento signori o cosignori di quelle terre e di quei
castelli per cui Francesco Petrarca s’andava aggirando, in traccia
della sua nobildonna, ultimo e massimo fra i trovatori di Provenza.
Di qui anche una nuova congettura intorno al casato di Laura,
che metterò innanzi da ultimo, con tutto il necessario riserbo.
Non v’è chi non abbia in mente quel passo della seconda let¬
tera del libro X delle Senili , in cui il poeta, ormai vecchio,
rammentando al suo Guido Settimo la gita fatta insieme, nella
loro puerizia, da Carpentras, ov’entrambi si trovavano « gram-
« maticorum in stramine », alla fonte della Sorga, afferma d’aver
fatto sin d’allora il proposito d’andarvisi a stabilire quando potesse.
Nulla di strano in questa forte impressione recata da quel luogo
sull'animo d’un adolescente naturalmente inclinato all’ammira¬
zione per gli spettacoli della natura. L'amenità del piano che
la Sorga attraversa, l’orrore alpestre del valloncello onde scatu¬
risce, la singolarità di questa riviera dall’onda più nitida del
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
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cristallo e dall'alveo più verde dello smeraldo, che, appena sgor¬
gata fuori da un abisso misterioso, è già un fiume rumoreggiante
per cascate pittoresche, rendono piena d'incanto una visita alla
valle chiusa d'ogni intorno.
Voglia il lettore farla ora, rapidamente, conia mia guida; per
conoscere, prima d'ogni altra cosa, il solitario recesso ove tante
volte Francesco Petrarca cercò riparo alle procelle della vita e
al turbine delle passioni.
Chi da Avignone si rechi a visitare quella fontana di Vai¬
chiusa che, nota già per sè stessa, ebbe accresciuta la fama dal
lungo soggiorno e dai versi del poeta, traversato il piano che
si stende fra la Durenza e la Sorga, penetra entro la montuosa
barriera a cui la strada (da lui presa all’lsle-sur-Sorgue) mette
capo, per uno stretto valico tra due poggi, presentemente con¬
giunti dall'acquedotto di Galas (1); così detto dalla collina di
destra, che appunto ha questo nome, ed è quella che nella fi¬
gura i* (in cui la veduta è presa, invece, dal lato interno
dell'entrata di Vaichiusa) appare alla sinistra di chi guarda.
Superato codesto passo, subito l’orizzonte s’allarga; ed ecco,
il visitatore si ritrova dentro un anfiteatro d' « aspri colli * in¬
cludenti prati verdissimi, di maravigliosa freschezza, attraverso
ai quali, in senso opposto a quello ch'egli segue, un fiume, di
cristallo e di smeraldo, scorre tra rive ombreggiate d’alberi e
ricche di un’esuberante vegetazione, che contrasta nel modo
più singolare coll'aspetto roccioso ed orrido della nuova barriera
d’alture che gli si para davanti. Poiché del recinto montano
in cui, varcato il passo di Galas, viene a trovarsi chi s’avvii
verso la famosa Fontaine de Vaucluse (meta ancor oggi di tanti
viaggi di diporto), la parte ch'egli, avanzandosi, s’è lasciata
alle spalle, è la meno brulla, come quella che risente la be¬
nefica vicinanza del fiume. Cresce ancor oggi su quelle colline
(1) È l’acquedotto, costruito nel 1854, che conduce a Carpentraa le acque
della Durenza.
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F. FLAMINI
l’ulivo; e molto copiosamente (1), come si può vedere dalla fi¬
gura 2*, che rappresenta il lato interno della collina di Galas.
Ad esse, io credo, avrà voluto riferirsi il poeta quando, nella
ventiduesima del libro III delle Familiari, scritta nel 1347 al
suo Lelio dal fonte della Sorga, parlava d’olio spremuto dagli
alberi « di questi colli, ove si direbbe che, lasciata Atene, fosse
« venuta ad abitare la trovatrice dell’olivo Minerva ». Vero òche,
secondo alcuni, Vaichiusa ai tempi del Petrarca sarebbe stata
tutta un bosco d’alberi d’ogni specie (2), e che nel fatto il Pe¬
trarca scriveva: hic nernus, hic amnes( 3); ma il bosco sarà da
collocare lungo le acque e non certo sul dorso di quelle mon¬
tagne che dominano la sorgente, cosi spaventosamente selvagge.
Anche oggi sulle rive del bel fiume sono alberi e piante; e ve
ne saranno state in ben maggiore quantità prima che la mano
dell’uomo violasse questi luoghi che paion consacrati dalla natura
al divino silenzio, prima che le naiadi esulassero dai lucidi gorghi
profanati dall'industria moderna (4). Coltivati saranno stati anche
allora — ripeto — i poggi che sono all’entrata del montuoso
anfiteatro; coltivato l’angusto piano erboso incluso in questo e
tutto irrigato dalla Sorga, dove infatti il Petrarca udiva riso¬
nare il muggito dei buoi (5); ma nuda come adesso non poteva
non essere anche a quel tempo la poderosa barriera di monti
che ha dinanzi chi, venendo da Galas, risalga il corso del fiume
verso lo stretto e corto vallone della sorgente, incassato In quella;
(1) Vaichiusa produce, infatti, olio eccellente (cfr. J. Courtet, Diction-
naire des Communes du Département de Vnucluse ’, Avignone, Seguin,
1877, p. 386).
(2) Cfr. J. Saint Martin, La fontaine de Vaucluse et ses souvenirs, Pa¬
rigi, Sauvaitre, 1891, p. 34.
(3) Epist. metr., lib. 1, epist. 6* (ediz. di Basilea, III, 82).
(4) Sul partito che oggi l'industria ricava da queste acque sgorganti dalla
più grande fontana' d'Europa, v. Fredrik Wui.kk, Petrarca i Vaucluse
(in svedese), Lund, Malmstròm, 1902, p. 1, ovvero Petrarch at Vaucluse (in
inglese), Lund, Gleerup, 1904, pp. 1-2.
(5) « Rari procul in prati» mugiunt boves » ( Fam., lib. XVII, epist. 5*:
ed. Fracassetti, II, 441).
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Fig. 2 a — Il colle di Galas col giogo di Bondelon (dalla destra della Sorga).
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
5
barriera a piè della quale, a sinistra, vedesi la borgata di Vai¬
chiusa, con la sua chiesa antica (1) e la colonna in onore del
Petrarca che s’erge nella piazza (2).
La figura 3* può dare una chiara idea di ciò che si presenta
allo sguardo di chi dalle colline di Galas muova verso la detta
borgata. E tre cose sono da osservare, e da imprimere nella
memoria, di codesta veduta: 1°, la barriera alpina al tutto ignuda,
che si disegna nello sfondo con una linea orizzontale quasi diritta,
e scende a picco come un immenso baluardo di pietra; 2 # , il
blocco sporgente col quale codesta barriera termina a destra di chi
guarda, eh’ è il « gran sasso donde Sorga nasce * (3) a cui si
riferisce quel sonetto, tanto tormentato dai critici, onde più in¬
nanzi, sul fondamento di questa stessa riproduzione fotografica,
daremo un’ovvia e semplice spiegazione (4); 3°, il declivio sas¬
soso, rivestito d’una scarsa vegetazione, che nella nostra veduta
ha l'aspetto d’un triangolo al cui vertice sovrasta il blocco spor¬
gente ora accennato. Il lato di codesto triangolo ch’è alla nostra
sinistra — cioè il declivio da codesta parte — va abbassandosi
a poco a poco; e in un punto già, relativamente, basso vi si
scorgono le rovine di un castello (51 : il castello (conosciuto im¬
propriamente col nome di chàteau de Pètrarqué) del vescovo
di Cavaillon, signore di Vaichiusa, il quale ai tempi del poeta era
il famoso Filippo di Gabassole, suo grande amico e protettore.
Tali rovine dominano la borgata; le cui prime case si scorgono
all’angolo inferiore, a sinistra, della nostra figura.
(1) Cfr. Courtet, Dietionn. dea Communes ecc., pp. 371-72.
(2) Questa colonna, fatta innalzare dall’Ateneo di Vaichiusa nel 1804,
restò più di venticinque anni nel bacino stesso della Fontana ; finalmente si
capi, che € la place de cet avorton architectonique n’était pas au pied de
rochers gigantesques! » (Courtet, Op. cit., p. 366).
(3) Son. CCCV, v. 9.
(4) Son. CXVII : Se 'l sasso ond’è più chiusa questa valle.
(5) « C’est une construction du X* au XI* siècle, un peu rudimentale,
« avec porte à plein cintre et des restes encore apparents d’un pont-levis »
(L. De Bondelon, Vaucluse et ses souvenirs B , Vaucluse, Coursant, 1879,
p. 11).
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F. FLAMINI
Orbene, chi voglia recarsi alla sorgente celebratissima deve
procedere verso la grande barriera rocciosa attraversando il
villaggio, e, subito dopo questo, voltare a destra, dietro appunto
a quel lato del triangolo, di cui ora parlavo, che conserva le
rovine del castello del Vescovo. Poiché la foniaine de Vaucluse
è là dietro a codesta parete, alquanto sottile; la quale, dal lato
che vediamo nella nostra figura, ha un pendio molto aspro, dal
lato posteriore, che non possiamo vedere, e che prospetta la
barriera costituente lo sfondo del quadro, cade addirittura a picco
come la barriera stessa. C’è, insomma, un angusto e corto val-
loncello, a cui, attraverso il borgo di Vaichiusa, si perviene
quando si sia arrivati appiè di quel tratto dell'anfiteatro mon¬
tuoso, che si aveva di fronte, come meta da raggiungere, al
primo entrare dal passo di Galas (i). È desso la vera e propria
valle « chiusa d’ogni intorno », ove nasce la Sorga, e dove il
poeta soggiornava: il fiume dalle chiare acque nel suo primis¬
simo tratto scorre fra pareti altissime, che calano quasi a picco.
Affacciamoci a questa valle, dal borgo di Vaichiusa ove siamo
giunti: ce ne dà il modo la figura 4*, ch’è una riproduzione di
fotografia presa, appunto, all’entrata della valle stessa. Ecco di
contro a noi, più orrida ora ch’è più vicina, l’immane barriera
rocciosa. A’ nostri piedi, la Sorga; prossima a svoltare lungo essa
barriera e dietro a quella parete che vediamo qui di profilo (cioè
(1) Nella carta topografica n° 1 annessa al presente lavoro, che ci mette
dinanzi per intero il tratto compreso fra l'Isle-sur-Sorgue e Vaichiusa, se
risaliamo da SO. a NE. il corso della Sorga, vediamo questo fiume passare
■otto l'acquedotto su mentovato, lungo le colline di Galas; poi avanzare tor¬
tuosamente sino a raggiungere la borgata di Vaichiusa, posta ai piedi della
parete montuosa che dicemmo costituire il lato sinistro del triangolo for¬
mato dalle due pendici fìancheggianti esteriormente il « gran sasso > ; da
ultimo (ed è quel che c’importa in questo momento) lo vediamo svoltare,
nella direzione da NO. a SE., dietro codesta parete, lungo il lato interno di
essa fra la parete medesima e la gran barriera rocciosa, in una specie di
colossale fenditura. È questa il vallone della fontana di Vaichiusa, che
« parait n’avoir été formò que par l'affaissement subit où l’écartement
< violent d'une partie dea rochers de l'arìde montagne » (Courtbt, Op. cit .,
pp. 389-70).
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L'entrata del vallone della sorgente.
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Fig. 5 a — Il vallone della sorgente.
Fig. 6 a — Lo stesso (dalla sorgente della Sorga).
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
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nel senso del suo spessore) dominata dalle rovine del Castello
del Vescovo, così come nella figura precedente la vedevamo in¬
vece di fronte (cioè nel senso della sua lunghezza) e formante
il declivio esteriore della vailetta. Lo sguardo nostro ora
s'addentra fra il lato interno di codesta parete e la gran
barriera di nuda pietra: seguiamo lo sguardo, e addentriamoci
per la via che, dopo breve tratto, mette capo alla sorgente famosa.
Noi procediamo adesso verso la faccia del « gran sasso », di
cui prima, quando ci trovavamo all’esterno del valloncello (fi¬
gura 3*), avevamo davanti le spalle: procediamo per un sen¬
tiero lungo le radici della montagna; fra essa e il fiume, che,
non più turbato dall’opera dell’ uomo (i) e però nella sua bel¬
lezza nativa, scorre con filigrane di cristallo fra i macigni, di¬
rompendosi qua e là in cascatene, colorando di smeraldo i ciot¬
toli del suo letto, scivolando sulle lunghe erbe fresche, di cui
ravviva vie più la verdezza. Il liquido cristallo è d’una traspa¬
renza incomparabile. Quando non biancheggi schiumando, la Sorga,
in questo suo recesso ove diresti voglia celare agli occhi pro¬
fani il mistero tuttora impenetrato della sua scaturigine, stende
fra due rive pittorescamente verdeggianti appiè delle ignude
roccie (fìg. 5*) uno specchio d’acqua limpidissima, d'un maravi-
glioso colore verde-tenero dalla superficie sino al fondo del suo
letto, tale da far fantasticare che un’immensa pianta verde si
sia disciolta in quelle acque e confusa con esse. « C’est comme
« une herbe liquide — scriveva Alfredo Mézières nel suo vecchio
classico libro (2) — qui court à travers les près ». E viene alla
memoria la lode data meritamente a questo fiume dal nostro
poeta: «...Sorgia inter clarissimos atque pergelidos fluvios nu¬
li) Nel tratto precedente la forza delle sue acque è messa a profitto per
quelle cartiere che nella fìg. 4* appaiono su entrambe le rive, snaturandone
l'aspetto.
(2) Pétrarque, étude d'après de nouveaux documents *, Parigi, Didier,
1868, p. 80 (v. anche B. Zumbini, Vaichiusa , ne’ suoi Studi sul Petr ., Fi¬
renze, Le Monnier, 1895, pp. 266-67).
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« merandus et cristallini undis et smaragdeo alvei nitore spec-
« tabilis » (1).
Via via che, procedendo pel non lungo sentiero sulla scarpa
della montagna rocciosa, ci accostiamo alia sorgente, la scena
si fa più solennemente austera. Fra quelle grandi rocce dall’a-
spetto sinistro l’anima si spaura (2), e a un certo punto prova
la sensazione d’un isolamento profondo. « C’est comme une Thé-
« baide — cosi ancora il Mézières —, c’est le lieu que choisirait
« un saint pour s’isoler des hommes: nulle part on ne se croit
« plus loin de toute communication possible avec l’humanité ».
Nel fatto, pare proprio che un ostacolo insormontabile si sia frap¬
posto fra il mondo e noi. Voltandoci indietro, dalle vicinanze
della sorgente ormai raggiunta (fig. 6*), riportiamo l’impressione
che quella jgola scavata tramezzo a pareti di roccia enormi sia
senza uscita; che il valico, superato nell’entrarvi, si sia richiuso
e sbarrato dietro di noi.
Ma quello che più colpisce chi s’avvii dall’entrata del vallon-
cello verso la sorgente, è la visione ch’egli ha, ad un certo
punto del suo cammino, della fronte del « gran sasso » a’ cui
piedi sgorga il fiume. Noi vediamo, come ad un tratto, ergercisi
davanti agli occhi codesta altissima muraglia a picco che chiude
la vailetta (3). È un immane baluardo, possente ed erto, grigia
(1) Var., epist. XLII (ed. Fracassetti, 111, 410). Cfr. Epist. metr ., Ili, 1
(ed. di Basilea, 111, 103): «... spectabile monstrum | alveus ut virides vitreo
< tegit amne smaragdos ».
(2) « On est saisi d'un étonnement qui n'est pas exempt de tout sentiment
« de frayeur, en se voyant tout-à-coup entouré d’un pendant de montagne
« absolument nu, très-élevé, très-roide, couvert de rocs détachés qui me-
« nacent les passans de les précipiter dans l’abyme ». Così (a p. 14) l'ab.
Fr. Arnavon, che, nato all’Isle-sur-Sorgue, fu curato di Vaichiusa dal 1770
al ’90, e per primo scrisse distesamente intorno alia famosa Fontana, nel
suo Pétrarque à Vaucluse , pubbl. anonimo a Parigi nel 1803.
(3) Cfr. Fatti., lib. VI, epist. 3* (ed. cit., 1,335): « incumbentem scatebris
« [della Sorga] praealtam rupem, ut iam transiri ulterius nonpossit»;
Arnavon, Op. cit., p. 16: «Une montagne droite et unie, qui a la forme
« demi-circulaire, et dont le sommet parali se perdre dans les nues, ferme
« le vallon du còte du levant ».
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
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e pauroso (1), il colosso di pietra più formidabile fra quelli che
attorniano la prodigiosa fontana; nido d’aquile inaccessibile al¬
l’uomo, dove, in fatto, il poeta vide un giorno predare da un
coraggioso, calatosi dall'alto mediante una doppia corda, gl'im¬
plumi aquilotti (2). Dentro questa parete, in basso, verso il centro,
s’apre a foggia d’arco una grotta : di sotto ad essa scaturisce,
già fiume, la Sorga (3). Un’opaca cavità piena di mistero, per
entro la quale tremuli raggi si frangono contro la volta e le
pareti senza cavare alcun riflesso dalle acque del fondo, immote
come in un letargo pesante : ecco quel che si vedo « alta sub
« rupe — dirò come il Petrarca al signor di Vaichiusa — unde
« ille noster tanto cum murmure fontium rex erumpit * (4). Chi
sia poeta sosta a lungo là vicino, fantasticando; lo scienziato,
dinanzi a quello spettacolo, medita, in cerca di qualche solu¬
zione d’un problema geologico che in ogni tempo eccitò la cu¬
riosità dei naturalisti (5). G visitatori illustri son sempre affluiti
(1) < Une masse gigantesque, de 350 mètres, taillée à pie au-dessus du
« gouffre qu’elle surplombe » (Courtet, Op. cit., p. 370); «un roc gigan-
« tesque, taillé à pie, de couleur d’ocre jaune et complètement dénudé »
(Bondelon, Op. cit., p. 7); « un immense rocher, taillé a pie, dont la cime
« rougeàtre se détache sur le ciel toujours bleu de la Provence » (Fuzet,
Pétrarque à Vaucluse , Rouen, Cacheux, 1904, p. 25). Questa grande rupe
— scrive lo Zumbini (Op. cit., p. 205) — « si leva perpendicolare sul bacino
« del fiume, e tanto s'incurva, che al sommo sembra che penda, e stia per
« cascare anch’essa al fondo della valle ».
(2) « Subulcus ad vena...de altissima rupe quae fonti Sorgi ae, nubi bus
«par, impendet, ancipiti fune demissus.., ad aeriam domum temerarius
« praedator accessit, et solicitae genitrici, spem generis, pullos implumes
« abstulit » (Fam., lib. Ili, epist. 19* ; ed. cit., 1, 1S2).
(3) Sull’aspetto, sul volume e sulla temperatura delle acque di questa grande
sorgente, cfr. Wulff, Petr. at Vaucluse, cit., p. 7 (del testo svedese, p. 5).
(4) Farti., lib. XXII, epist. 5* (ed. cit.. Ili, 135). — Una buona riprodu¬
zione fotografica di questa grotta, nel cit. Petr. at Vaucluse del Wulpf
( fig. 5*; nel testo svedese, a p. 3).
(5) « L’abondance merveilleuse des eaux de Vaucluse, le niveau presque
« invariable auquel elles se maintiennent dans les canaux de la Sorgue méme
« aux époques de l’année où elles s’abaissent le plus h leur Bouree: la sou-
« daineté avec laquelle, dans un site aride et rocailleux, elles surgisscnt,
« calmes et silencieuaes, des profondeurs de l’abime, comme ferali un bloc
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F. FLAMINI
presso la scaturigine della Sorga, non attratti soltanto dai ricordi
del Petrarca o di Laura, ina anche dalla sua bellezza strana e
dal suo mistero (1).
Adunque, il rex fonlium, il nobilis fons Orge — come già
Plinio ebbe a chiamare la sorgente di Vaichiusa, notandone la
singolarità del fondo tutto erboso (2) — meritava veramente di
suscitare nell'anima del Petrarca fanciullo, aperto a tutti i germi
fecondi di poesia, queU'aminirazione che abbiamo veduto espressa
nella lettera a Guido Settimo. Era veramente, codesto, un luogo
adatto a divenire, per chi, come lui, soffrisse d’un profondo dis¬
sidio interiore, « locus pacis et ocii domus, requies laborum,
« de mercure dans le tube d’un gigantesque thermométre, ce sont là autant
« d'énigmes qui attendent encore une solution definitive. D'où viennent ces
«eaux si admirablement pures, qui forment, en sortant de terre, un véri-
< table fleuvc se dévisant en plusieurs branches, toutes navigables, pour fé-
« conder une vaste contrée, et préter, chemin faisant, d'une manière prcaque
« gratuite, leur puissance motrice à de précieuses industries ? » (G. Bayle,
Origine des eaux de la Foniaine de Vaucluse ; science et lègendes , in
Bull. hist. et archiol.de Vaucluse , an. II [1880], 43; v. anche Saint-Martin,
Op. ci/., Append., pp. 195-240).
(1) Cfr. G. Bayle, Visiteurs illustres de la Fontaine de Vaucluse, in
Bull, de Vaucluse, ora cit., an. I [1879]. « On ne connait aucun lieu dans
« l’Europe. où les voyageurs se portent en plus grand nombre qu’à la fon-
« taine de Vaucluse », scriveva I'Arnavon, ai primi del secolo XIX, nel
dar principio al cit. Pètrarque à Vaucluse. E il Bondelon, nell’opuscolo
pure cit., classificava codesti visitatori: dotti, poeti, innamorati e... indiffe¬
renti. Son noti i versi, un po’ leziosi, del Delille nei Jardins:
Vaucluse, heureux séjour, que san 0 encbantament
ne pent roir nul poèta et snrtont nul amant, eco.
(2) Hitt. nat., lib. XVIII, cap. 22°: «In Narbonensi provincia nobilis fons
« Orge nomine est : in eo herbae nascuntur tantum expetitae bobus, ut merais
« capitibus totis eas quaerant ».
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
il
« tranquillitatis hospitium, solitudini officina » (1). Scherzano
i pesci d’argento nel gorgo cristallino; sparsi lontano pei prati,
i bovi muggiscono ; sibilano le aure salubri tra le frondi degli
alberi lievemente percosse; gli uccelli cantano variamente sui
rami, e il fiume mormora cadendo dal suo nitido fonte. Soggiorno
felice; anzi celeste, angelico! (2).
Sennonché, il voto del fanciullo potè essere adempiuto — come
ognun sa — soltanto quando, libero di sé e stanco del tumulto
della vita nella metropoli transalpina del papato, il Petrarca fu
in grado d'acquistarsi una casetta, ed un piccolo podere, sulla
soglia del vallone chiuso d’ogni intorno donde scaturisce la Sorga:
cioè nel 1337, quando già da undici anni era tornato ad abitare
oltralpe, in Avignone, dopo il triennio bolognese de’ suoi studi
giuridici.
Del suo ritorno in Provenza e di questa sua prima lunga di¬
mora sulle rive del Rodano, parla il poeta stesso nell’epistola a
Ouido Settimo ora citata. « Sed, ut iam Bononia discedamus (egli
«dice), acto ibi triennio, domum redii; illam dico quam, prò
« Arni domo perdita, mea mihi sors bona utinam reddiderat,
«Rhodani turbidam ad ripam, qui locus a principio
«in finem, uno semper tenore iudicii, non tam propter se, •
« quam propter concursantes et coactas ibi concretasque totius
« orbis sordes ac nequitias, multis, atque ante alios mihi, pes-
« simus omnium visus sit * (3). « Non tanto per se stesso » non
equivale a « non per se stesso »: nel fatto, anche per altre ragioni,
oltre che per esser la sede della Curia corrotta, Avignone dovette
non piacere al poeta sin dagl’ inizi della sua dimora in codesta
città. Nell’epistola ai Posteri egli la chiama tediosissima, ed
accenna al fastidio e all’odio verso di essa «naturalmente
(1) Fam. % lib. XVII, epist. 5* (ed. cit., II, 441).
(2) Ivi, e p. 442.
(3) Sen , lib. X, epist. 2* (ed. di Basilea, li, 868459). E anche Vdr., epist. 13 ( ,
scrìtta nel 1338: «ad odiosam semper civitatem rediissem... » ; « saepe
« adhuc infaustam mihi civitatem repeto... > (ed. Fracassetti, III, 328-29).
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F. FLAMINI
«insito nell’animo suo» (1). Inoltre, ciò che nel passo delle
Senili ora riferito si dice delle rive del Rodano, consuona con
quanto in proposito risulta da altri luoghi delle opere del Pe-
trarca. Poiché, per non parlare delle Sine Ululo — atroce in¬
vettiva contro la Babilonia occidentale, qua nihil informius sol
videi —, in cui il Rodano (ferox Rhodanus) è addirittura pro¬
clamato somigliantissimo a Cocitoe ad Acheronte (2); sta il fatto,
che anche nel canzoniere, dove son tante lodi delle « chiare,
« fresche e dolci acque », del « ruscel corrente », del « chiaro
« gorgo », dove, insomma, la Sorga è celebrata come l’ottava
maraviglia, del Rodano altro non si dice se non che, rapido (3),
scende d’alpestre vena « rodendo intorno, onde il suo nome
« prende » (4). E nelle Familiari il Petrarca parla dei «tor-
«bidi e ventosi gorghi » di quel fiume « violento», sulle cui
rive dee trattenersi a malincuore.
Battuta dai venti, quasi di continuo, è ancor oggi Avignone
per causa appunto del suo fiume, cioè per essere la vallata del
Rodano da ogni lato aperta. Ma presentemente essa si distende
ampia, e s’adagia, sulle sponde della maestosa riviera, sicché chi
la contempli dal Rocher des Doms, ov’è il Palazzo dei Papi, am¬
mira la grandiosità del panorama (5); invece, ai tempi del Pe¬
trarca si raccoglieva tutta, e quasi s’addossava, intorno a co-
desto Rocher munito di baluardi. «In rupe horrida tristis
« sedet Avinio » ; « Avinio ventosis ac turbidis Rhodani
« gurgilibus impendens » (6). Cosi il poeta medesimo. E nel fatto,
aspetto orrido avrebbe tuttora il Rocher des Doms, chi lo guardi
(1) Ed. Fracassetti, I, 7.
(2) Gfr. O. D’Uva, Le anepigrafe di F. Petr. edite con volgarizzamento
e note , Sassari, Dessi, 1895, p. 31.
(3) E In qualità onde va famoso ab antico: « Testi» Arar Rhodanusque
«celer mngnusque Qaronna » (Tibullo, lib. I, eleg. 7*, v. 11).
(4) Rime , CCYUJ (son. Rapido fiume ecc.).
(5) Vedilo descritto dallo Zumbini, nei citati suoi Studi sul Petrarca ,
pp. 259-60.
(6) Fam., lib. VI, epist. 3» e lib. XV, epist. 3* (ed. cit., I, 335, e li, 316).
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
13
dall'opposta riva del Rodano, se non fosse quella linea d'edilìzi
di costruzione moderna ch’è sorta nell'angusto spazio tra le sue
pendici dirupate ed il fiume. Così pure, ancor oggi è tetra la
parte vecchia d’Avignone; con quel suo aspetto tra il monastico
e il guerresco, che ci riconduce al tempo della signoria papale.
« De cette époque — scrive Eliseo Réclus — datent les prin-
« cipaux raonuments de la citò... Les trente*neuf tours de la
* vietile muraille d’enceinte, les nombreux clochers, isolés ou en
« groupes, que l’on apenjoit pardessus lescrénaux, les bourguels,
« ou petites tours, que les bourgeois avaient élevées par centaines
« aux temps de leur liberté et dont plusieurs se voient encore
« au milieu des maisons, la masse enorme du palais des papes,
« qui se dresse sur le rocher des Doms, semblent une vision
« du moyen àge » (1). Ed anche il palazzo papale — aggrega¬
zione d’edifizi sorti in tempi diversi — ha qualche cosa di scuro
e di sinistro. Somiglia, al tempo stesso, ad una fortezza, ad una
prigione e ad un monastero. Ai piedi di quelle altissime muraglie
ignude e di quei torrioni, si prova un senso ch’è di oppressione e
Insieme di fastidio: quel palazzo ci angustia come un incubo,
c’irrita come una sopraffazione. Un’ombra triste del passato
sembra protendersi di lassù sopra la città moderna, fiorente di
traffici. Visto dalla torre Jacquemard, con ai piedi la bella
piazza della Repubblica e la statua che ricorda — emblema di
civiltà — la liberazione del Contado Venessino, sembra un edi¬
lìzio simbolico eretto su quella roccia a ricordare ai cittadini
della libera Francia che il regno della violenza e del pregiu¬
dizio, che fu del passato, è un’oscura minaccia, perenne, per
l’avvenire.
Nessun moto di simpatia, dunque, nell’animo del Petrarca, e
fin dal primo momento, per la città, triste, ove nel 1326 avea do-
(1) Nouv. géogr. univ ., Parigi, Hacbette, 1879, li, 326. Più avanti, a
p. 273, il Réclus ricorda « un vieux dicton qui parte d'Avignon la ven-
€ teuse , avec le vent fastidiease , sans le vent vènèneuse » (cioè insalubre,
a cagione della « malpropreté des rues »).
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14
F. FLAMINI
vuto prender stanza (1). Con questo, naturalmente, non si viene
a diro che egli, quando capitò nel centro religioso, e si può dire
anche politico, dell'Occidente. « dove conveniva tanta gente da
« ogni parte della terra, sonavano tante lingue, s’accumulavano
« tante ricchezze * (2), si sia chiuso in un sordo ed astioso ri¬
serbo, suggerito dall’avversione per quel luogo ! Poco più che
ventenne, libero di sè, ricercato senza dubbio ne’ geniali ritrovi
grazie all'ingegno, alla cultura, all'aspetto piacente, alla elegante
persona (3), il Petrarca, che già a Bologna aveva ammirato con
diletto i canti e le danze delle fanciulle (4), nella fastosa e cor¬
rotta sede del papato, non si sottrasse alle seduzioni della bel¬
lezza e del piacere : ebbe amici gaudenti e amiche pronte a
contentarlo (5); fu un vagheggino azzimato, a cui piaceva « di-
« gito monstrari et dicier: hic est » (0). Quell’avversione giova
piuttosto a spiegare la ragione per cui la scena dell’unico amore
nobile ed alto, profondo e duraturo, che il Petrarca abbia pro¬
vato in vita sua, nelle rime che pur egli dovette per molta parte
comporre in Avignone, durante quel decennio che trascorse dal¬
l'innamoramento di lui per Laura al suo rifugiarsi nell'alpestre
solitudine valchiusana, non è mai posta nelle vie o nei palagi di
codesta città, bensì sempre nelle campagne vicine, in ispecie
nell'amenissima vallata della Sorga.
È questo null’altro se non un espediente artistico volto a dare
(1) È chiaro, che nell'epist. metrica al vescovo di Lombez dilecta urbs,
riferito ad Avignone, ha semplice valore di perifrasi, per dire ‘ città ove
solevo incontrare la mia diletta' (ed. di Basilea, III, 83).
(2) Zumbini, Studi cit., p. 260.
(3) In un'epistola composta nel fiore della sua giovinezza (l'anno 1331, o
in quel torno) il poeta scriveva, compunto, a un reverendo padre che l'aveva
paternamente ammonito: «cogito non quod aliis videor, sed quod sum, et
« aetatem hanc et qualemcumque formnm corporis et reliqua fonde
< mihi forsan ab aliis invidetur) sentio data mihi ad periculum, ad exerci-
« tium, ad laborem * ( Fam ., lib. I, epist. 2*; ed. cit., 1, 39).
(4) Sen., lib. X, epist. 2* (ed. di Basilea, II, 868).
(5) Gfr. Fam., lib. IX, epist. 3* (ed. cit., Il, 7).
(6) Fam., lib. X, epist. 3* (ivi, 70).
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TRA. VALCHIUSA ED AVIGNONE
15
alla figura della bellissima Provenzale sfondo ad essa confacente e
poetico; ovvero corrisponde a un effettivo stato di cose? Dove ebbe
ad incontrare di preferenza la sua donna il giovine poeta ne’
primi anni del suo amore, quand’egli ancora soggiornava stabil¬
mente in Avignone? E innanzi tutto, dove il Petrarca la vide
quando per lei « sì subito arse » ?
Gom’è noto, soltanto da un anno il Petrarca viveva in mezzo
alla società varia, procacciante, intenta a guadagnare ed a spas¬
sarsi, che in Avignone facea capo alla Curia, e certamente da
poco tempo frequentava, nei di festivi, i ritrovi delle nobili
dame(l), allorquando apparve primamente a’ suoi occhi chi fu
il sospiro della sua vita; colei a cui andiamo debitori di tanta
parte della più maravigliosa istoria poetica di un’anima che mai
sia stata narrata. Da questo giorno in cui Laura « priinum oculis
« suts apparuit » (così la nota famosa del Virgilio ambrosiano)
piacque al Petrarca di datare la propria entrata nel laberinto
d’amore :
mille trecento ventisette a punto
su l'ora prima, il di sesto d'aprile,
nel laberinto intrai, nè veggio ond'esca (2).
Ma questa data, 6 aprile 1327, è proprio la vera data dell’in¬
namoramento del Petrarca ?
Poiché badiamo bene. Fra il secondo e il terzo sonetto dei
Rerum vulgarium frag menta, che parlano tutti e due delle
prime saette scoccate al poeta da Amore, esiste una contraddi¬
zione flagrante, di cui più innanzi diremo, e che invano qual¬
cuno ha tentato ingegnosamente d’eliminare; inoltre, la data del
6 aprile — pur confermata anche da un ben noto passo dei
Trionfi. (3) — non si accorda col principio del secondo de’ su¬
fi) « Conventus nobilumi matronarum » (Fani., lib. IX, episi. 3* ; ed. cit.,
II, 7).
(2) Rime, CCXI (son. Voglia mi sprona ecc.).
(3) < L'ora prima era, 'I dì sesto d'aprile, | che già mi strinse > ecc.
( Trionfi, cap. Quella leggiadra ecc., vv. 133-34).
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F. FLAMINI
netti ora accennati : « Era il giorno ch’ai sol si scoloraro | per
« la pietà del suo fattore i rai, 1 quando i’ fui preso > ecc. Il
giorno in cui, per la morte di Cristo, il sole (secondo il racconto
evangelico) restò oscurato tre ore, è il Venerdì Santo. Orbene,
il computo secondo l’Epatta e il numero d’oro dà per certo essere
caduto il giorno di Pasqua nel 1327 ai 12 d’aprile (1) : ne segue,
che il Venerdì Santo cadde quell’anno il 10 e non il 6. 0 al¬
lora? Vide il Petrarca per la prima volta la sua donna il 6 d’a¬
prile, lunedi santo, come s’afferma nella chiusa del sonetto
Voglia mi sprona ecc. e nei Trionfi, ovvero il 10, venerdì
santo, come ci vuole far credere il famoso Era il giot'noch'al
sol si scoloraroì
Oramai non viene più in mente a nessuno di negare l’auten¬
ticità della nota del Virgilio ambrosiano : agli argomenti che On
dal 1884 addusse in suo favore Adolfo Bartoli (2), altri ne furono
aggiunti da chi studiò con ogni diligenza, tessendone anche la
storia, il prezioso volume che il Petrarca usava ed annotava di suo
pugno (3). Ora, in codesta nota si legge, che Laura apparve per
la prima volta al poeta il 6 d’aprile del 1327 ; e di conseguenza,
dacché in un appunto come codesto, non destinato ad altri occhi
se non a quelli di chi lo scriveva, non si può supporre che il
Petrarca alterasse scientemente il vero, dobbiamo tenere per
cosa certa, ch’egli vide primamente la sua donna il lunedi
santo di queU'anno.
Sarà dunque finzione, che di venerdì santo egli sia stato
preso nella rete d’amore ?
Ho già osservato, che v’ha contraddizione flagrante tra il se¬
condo ed il terzo sonetto del canzoniere, i quali a prima giunta
(1) Vedi, oltre a L'art de vèrifier les dates , A. Cappelli, Cronologia e
calendario perpetuo . Milano, Hoepli, 1906, p. 156.
(2) Storia della lett. ital ., Firenze, Sansoni, VII, 193-95.
(3) Cfr. F. Wulff, L'ancien feuillet de garde du « Virgile » de l'Am-
brosienne, in Deux discours sur Pètr., Upsala, Almquist e Wiksell (estr.
dai Fórhandlingar vid det VI .• allm&nna Nordiska Filologmótet i Upsala,
14-16 ag. 1902), pp. 1-18.
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
17
si direbbero allusivi allo stesso avvenimento. Nel secondo (Per
fare una leggiadra sua vendetta) si dice che Amore, dopo aver
tentato invano mille volte di far innamorare di qualche bella
%
giovine il poeta (1), pensò di far codesto « celatamente ». Vero è
— soggiunge il poeta — che io stavo in guardia : la mia virtù,
cioè la mia * forza di resistenza s’era raccolta tutta quanta in¬
torno al cuore « per far ivi e negli occhi sue difese »; ma il
colpo m’arrivò dentro cosi fulmineo, eh'essa virtù nè fu a tempo a
farmi scudo, nè d’altra parte riuscì a ritrarmi, così colpito, dal
desiderio di cosa mortale vanamente angustioso (lo straziò) al
nobile e fruttuoso desiderio del Sommo Bene (il poggio faticoso
ed alto, cioè la via per cui ci s’innalza alla felicità vera).
Ben diversa situazione interiore troviamo rappresentata nel so¬
netto successivo: — Quando il poeta fu « preso », quel venerdì
santo, egli non stava sull’avvisato (« non me ne guardai *), perchè
non gli pareva che Amore potesse saettarlo efficacemente in un
giorno come quello, in cui l’anima era tutta compunta per la
pietà del suo Fattore («tempo non mi parca da far riparo |
« contra colpi d’Amor »). Era securo, senza sospetto; peroiò
Amore trovò lui del tutto disarmato ed aperta la via, per gli
occhi, al cuore —. Or è possibile, che si riferiscano allo stesso
giorno e al medesimo incontro due componimenti poetici che
dicono l’opposto circa lo stato d’animo dell’autore? E dacché
la nota del Virgilio ambrosiano ne accerta che il Petrarca vide
Laura per la prima volta il 6 d’aprile, e nel secondo di quei
sonetti si parla di cosa accaduta invece il 10, giorno in cui cadde
nel 1327 il venerdì santo, non è ovvia e ragionevole congettura,
che i sonetti contrastanti fra loro nel modo che si è veduto, si ri¬
feriscano a due momenti successivi di codesto amore, a due suc¬
cessivi incontri con la « bella giovinetta »? La nota ambrosiana
(1) È quello che del faretrato iddio si afferma anche nella canz. Nel
dolce tempo de la prima etade (st. II): « Che, sentendo il crudel di ch'io
« ragiono, | infin allor percossa di suo strale | non essermi passato oltra la
« gonna > ecc.
Giornali ttorico. — Sappi, n* 12. 2
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F. FLAMINI
— si badi — ci fa anche sapere che il Petrarca vide per la prima
volta la sua donna in chiesa, ad Avignone; laddove in molti
luoghi delle rime egli parla invece, con tutti i segni della sin¬
cerità, del suo innamoramento avvenuto in campagna, della rete
incoi fu preso (l'immagine stessa del secondo sonetto : «quando
« i' fui preso ») tesa fra l'erbe d una « fresca riva » in cui non
è difficile ravvisare quella della Sorga (1). Nulla d’inverosimile,
a me sembra, nel supporre che il poeta abbia per la prima
volta fermato l’attenzione e l’ammirazione sulla giovinetta
in una chiesa d’Avignone, ov’egli dimorava, e che l'abbia poi
«
riveduta, e se ne sia fervidamente innamorato, nei dintorni di
quella città.
Immaginiamoci il Petrarca in Santa Chiara d’Avignone, alla
prima funzione delia Settimana Santa, il giorno di lunedì 6 aprile
1327. La divozione (e, come sempre, non la divozione solamente)
ha attirato colà, di buon mattino, dame e donzelle. Il nostro gio¬
vine galante sta in guardia : egli vuole ammirare, vuol essere
ammirato, ma non invischiarsi. E il pericolo è grande. Erano le
chiese allora (come già in antico, del resto: chi non rammenta
la storia di Leandro ed Ero?) il luogo dove più facilmente pote¬
vano i giovani dei due sessi scambiarsi le occhiate: in una chiesa
Dante narra d’avere « sguardato » così lungamente la sua Bice,
che un’altra donna, la quale sedeva tra lui e la fanciulla, ebbe
a mirarlo « sposso volte », credendo d’esser lei l’oggetto di quella
contemplazione (2); al vespro e alla predica Francesco di Vannozzo
ebbe modo di ùssaro in viso l’amata, colta dal sonno, più a lungo
ch’ella non potesse o solesse consentire (3); a infrenare il mal
vezzo di vagar con gli occhi attorno, durante la messa e le altre
funzioni religiose, invece di tenerli intenti all’altare o chini su)
(1) Rime, CVI (madr. Nova angeletta ecc.).
(2) Vita Nuova , cap. 5° (ed. Barbi, pp. 12-13).
(3) «Che stetter gli occhi miei non quanto volse, | ma lieti in pace
« al suo viso mirare * (Carducci, Ant. lirica ital ., Firenze, Sansoni, 1907,
p. 391).
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
19
salterio, posero particolar cura, nei secoli XIII e XIV, i precet¬
tisti del costume femminile (1).
. Il Petrarca sa tutto questo, e sta all’erta: è pronto a difendere
il cuore, difendendo i propri occhi (2). Ma egli è un bel giovine;
egli ha, per giunta, quell'eleganza raffinata d’abbigliamento e di
modi che piace al gentil sesso: e Lauretta lo guarda. Quell’oc¬
chiata è la saetta imprevista contro la quale il poeta non ha nè il
tempo di schermirsi, nè l’accortezza di riparare, come la santità
del luogo consiglierebbe, in grembo alla Fede (3). E così gli occhi,
che han lasciato aperta la via al cuore, son fatti « uscio e varco*
alle lagrime; poiché, come ammoniva Roberto di Blois,
torà est la sajete entesée
d'amors, qui par les iex s’en vait
au cuer, et tei plaie li fait,
que d'angoisse le fet fremir,
color muer et tressaillir (4).
Questo il lunedì santo, 6 aprile, in Santa Chiara d’Avignone.
Quattro giorni dopo, il venerdì di passione, il Petrarca, in una
(1) « Ne lessiez pas vos iex aler | folement fa ne la nuyer », scriveva
Roberto di Blois, ammonendo le dame sul contegno da tenere in chiesa ( Le
chastiement des dames , in Barbazan et Méon, Fabliaux et contes, li, 197);
e Geoffroy cavaliere della Tour Landry: « En disant voz heures à la messe
* ou ailleurs, ne semblés pas à tortue ne à grue: celles semblent à la grue
« et à la tortue qui tournent le visaige et la teste par dessus, et qui ver-
« tillent de la teste comme une belette. Aiez regart et manière ferme comme
« le liniere, qui est une beste qui regarde devant soy sans tourner la teste
« ne fa ne là. Soiez ferme comme de resgarder devant vous tout droit piai-
« nement, et, si vous voulez regarder de coste, virez visaige et corps en-
« semble; si en tendra l'en vostre estat plus seur et plus ferme, car l'on se
« bourd de celles qui se ligièrement brandellent et virent le visage fa et
« là > (Le livre du chevalier de la Tour Landry pour Fenseignement de
ses filles , pubbl. da A. De Montaiglon nella Bibl. Eltv., Parigi, 1854,
cap. XI, p. 24).
(2) < Era la mia virtute al cor ristretta | per far ivi e negli occhi sue
« difese » (vv. 5-6).
(3) Ritrarsi « al poggio faticoso ed alto » (vv. 12-13).
(4) Chastiem. des dames cit., vv. 847-51 (ed. cit., II, 211).
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20
F. FLAMINI
delle consuete sue passeggiate fuori dalle vie anguste e tortuose
e dai mefitici chiassuoli della città, nella parte più amena e più
attraente dei dintorni di essa, mentre s’aggira nelle vicinanze
del luogo ch’è l’usato e preferito soggiorno di Laura, la incontra
sulle rive del limpido fiume lungo il quale piacevale di an¬
dare a diporto. Questa volta l’animo di lui, assorto ne’ pensieri
che ad un buon cristiano deve suggerire la santità del giorno
in cui mori Nostro Signore (1), non sta sull’avvisato. Ed ecco
rinnamoramento vero e proprio; ecco il poeta preso nella rete.
Ma Laura — vien fatto qui di obiettare — abitava dunque
in campagna? Non era, a rigor di termini, avignoneso? E se
non era, come mai quel primo incontro col Petrarca in S. Chiara
d’Avignone ?
Per rispondere a questo, occorre prima risolvere una questione
assai disputata: quella del luogo di nascita di Madonna Laura.
Già ebbi a dire in questo Giornale ciò che ne penso. Ora ho
modo di corroborare gli argomenti addotti, di rigettare come in¬
sostenibile certa ipotesi recente, di fare la storia, per quanto è
possibile compiuta, di tale questione; importantissima — come
già ebbi a mostrare (2) — per determinar con esattezza dove si
svolga il soave idillio campestre cheabbella ed anima tanta parte
del canzoniere, giovando cosi alla retta intelligenza di non pochi
luoghi controversi delle Rime del Petrarca, ed accrescendo
anche il godimento estetico di chi consideri serenamente certe
delicate pitture dovute a quella mano maestra.
(1) Cfr. il cit. Livre du Chevalier de la Tour Landry , p. 250: « ...le
« saint vendredi benoist, que toute creature doit pleurer et gemir et estre en
c devocion ».
(2) Nel cit. articolo di questo Giorn., 21, 335.
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TRA VA1.CH1USA ED AVIGNONE
21
— A Dio è sempre piaciuto di esaltare l’umiltà ! La mia Laura
nacque «in umil terreno» (1); come Egli «di sè, nascendo, a
« Roma non fe' grazia, | a Giudea sì », così ora «di picciol
«borgo un sol n’ha dato» (2). — Queste parole del poeta
ebbero savor di forte agrume per taluni Avignonesi a cui
stava a cuore d’assicurare alla loro città il vanto d’aver ve¬
duto nascere la più bella e la più fortunata tra le gentildonne
provenzali. Onde, secondo ogni verosimiglianza, quella pretesa
scoperta (dovuta al poeta ed erudito lionese Maurizio Scève)
che, anche dopo la difesa fattane, sempre in Avignone, dall’eru¬
ditissimo Gustavo Bayle, persisto a definire un’ impostura so¬
lenne (3), sarà stata ideata principalmente coll’intento di dimo¬
strare, in modo irrefragabile, Laura esser nata nella città dei
papi (e non presso Vaichiusa, come, pochi anni prima, avea
cercato di dimostrare un italiano, Alessandro Vellutello); dacché
nel sonetto che, al dir dello Scève, fu rinvenuto in quello che
si volle far credere il sepolcro di lei, si legge che la bella donna
«in borgo de Avignone | nacque e mori».
Naturalmente, per noi, che non prestiamo davvero fede all’au¬
tenticità di questa testimonianza destinata a tappar la bocca
agli scettici, resta tutta la stranezza, ribelle ad ogni più inge¬
gnosa attenuazione (4), dell’iperbole che il Petrarca avrebbe
usata, se avesse chiamato borgo, e, ch’è peggio, picciol borgo,
la città splendida per malnate ricchezze, donde partivano (dirò
(1) Cfr. Trionfi , Cap. La notte che segui ecc., v. 165.
(2) Rime , IV (son. Que' ch'infinità ecc.).
(3) Vedi più avanti, a pp. 149-51.
(4) Cfr. D’Oyidio, Madonna Laura, in Nuova Antol., S. Ili, voi. XVI
(p. 14 dell'estr.).
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22
F. FLAMINI
con lo Zumbini) « parole che rivolgevano il mondo ». Stranezza
senza costrutto, per giunta, anzi in contraddizione con quello
che in tanti passi delle rime e delle epistole il Petrarca dimostra
d’aver pensato della città che usurpava la santa sedia. Egli
che tante volte le ha invocato contro Iddio, punitore e vendi¬
catore, quale ragione poteva avere di trasformar codesta me¬
tropoli in una piccola borgata, per poi farla esaltare dalla Prov¬
videnza come umile? Giacchi l’idea madre del sonetto, secondo
l’ordine logico e psicologico, è nell'ultima terzina: il poeta ha
posto mente alla « umiltà » del luogo ov’è nata una donna cosi
sfolgorante di bellezza, ne ha cercato la causa, e l'ha ritrovata
nel fatto, presente al suo spirito per quanto egli ha avuto a
leggere di sacro e di profano (i), che Iddio suole esaltare gli
umili. Or come avrebbe potuto suscitargli quest’idea, deH'umiltà
meritoria di bene, il luogo di nascita della sua Laura, se fosse
stato la città in cui s’ergevano «torri superbe, al ciel ne-
« miche »? (2).
Ma siffatta era agli occhi del Petrarca Avignone « in con-
« fronto delle grandi città d’Italia», scriveva il De Sade (3).
Affermazione gratuita; poiché l'idea di codesto confronto non si
trova nel sonetto nè espressa, nè sottintesa, nè implicita in alcun
modo: l’esiguità del borgo si contrappone alla fulgida beltà di
Laura, e nulla più: « ed or di picciol borgo un sol n’ha dato».
— Ma non c’è l’esempio parallelo: di Cristo, che volle nascere
(1) « Quia vel mcdiocris ingenii, qui utrarumque, sacrnrum scilicet ac sae-
« cularium, scripturarum scriem legerit, non advertat quantum magister hu-
« militatis Christus humilia semper amaverit » ( Fam ., lib. VII, epist. 2 a ;
ed. cit., I, 357-58).
(2) Rime. CXXXVI1 (son. L'avara Babilonia ecc., v. 10). Qui non occorre
pensare alle torri della cinta murata d'Avignone, eretta solo a mezzo il
sec. XIV. Centinaia di torri avevano inalzato in essa i borghesi al tempo
della loro liberti» : v. il passo del Rèclus sopra cit. e, meglio, Achard,
Dictionn. hist. des rues d'Avignon, p. 33; Bayle, Études sur Laure , cit.
più avanti (IV, 47 sgg.).
(3) Mèmoires pour la vie de Fr. Pètr ., Amsterdam, 1764, voi. I. Xotes
pour éclaircir ecc., p. 39.
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TRA VALCHIUSA KD AVIGNONE
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nella Giudea, e non in Roma? — Roma, rispondo, qui è ram¬
mentata solo per contrapporre un luogo umile, come l'« angusta >
Giudea, alla metropoli superba del mondo (1). S'aggiunga, che,
implicitamente, all'idea del luogo ove Cristo nacque andava di
necessità congiunta anche quella del piccolo borgo di Betlemme.
« Poteràt [ Cristo ] non in Bethleem, vico exiguo, sed Romae
« nasci », ebbe a dire il Petrarca stesso (2); e al vicus dei Ro¬
mani corrisponde appunto burgus nel latino medievale (3). San
Girolamo — sempre a detta del Petrarca (4) — dimostrò più
gradito a Dio « inopem illuni locum [Betlemme] quatti Capi-
« tolii arcent tot triumphis insignorii ». Ora, se la mente del poeta,
quand'egli faceva tale contrapposto circa il luogo di nascita del
Redentore, di contro a Roma poneva, oltre che la Giudea, Bet¬
lemme, è ovvio pensare, che il parallelo tra il caso della nascita
di Laura e quello della nascita di Gesù gli sia stato suggerito
dall'essere la sua donna nata effettivamente in un piccolo borgo,
non già in una città grande da lui chiamata « borgo > per di¬
spetto o per ispregio; in un luogo umile di per sè, non già sol¬
tanto a paragone d'altri celebratissimi e gloriosissimi. Del resto,
anche a paragone di Roma Avignone non poteva davvero rap¬
presentare qualche cosa di umile. In contrapposto con Roma,
Avignone pel Petrarca è nientemeno che Babilonia; tanto egli
era lontano dal riguardare come una borgatella la sede della
Curia Papale! Ricordate? «Se il sasso ond’è più chiusa questa
(1) Cfr. l'epistola ora cit. delle Familiari : vi si contrappone, appunto,
l'imperatore romano « in toto orbe regnante » a David, progenitore di Cristo,
che fu signore soltanto «in angustia .In de a e fìnibus ».
(2) Nell'epistola ora citata.
(3) Cfr. S. Isidoro, Orig., lib. IX: « ...Crebra per limites habitacula con-
« stituta burgos vulgo vocant » ; Uguccione da Pisa, Magnae derivationes ,
nel cod. Laur. XXV11 sin. 1, c. 39": « Hic burgus -i, ‘ castra crebra quod
«per limites habitacula constituta burgos vulgo vocant »; Liutfrando, An-
tap., lib. Ili, cap. 12": « Burgus domorum congregatio quae muro non clau-
«ditur»; V boezio, De re mil., lib. IV, cap. 10: e Burgus est castellum
« parvulum ». Vedi il Dlcange, ad v.; e cfr. più avanti, a pp. 24-5 n.
(4) Fam., lib. XV, epist. 9* (ed. cit., II, 342).
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F. FLAMINI
« valle | .... tenesse volto, per natura schiva, | a Roma il viso
«ed a Babel le spalle », ecc. (1).
Vero è, che, se non nel sonetto, il confronto con le città
d’Italia occorre in quel passo dei Trionfi di cui sopra abbiam
riferito due versi; ma non è lecito dedurne, che rumiltà del luogo
ove Laura vide la luce sia tale solo per effetto di contrasto.
Poiché, parafrasato fedelmente in prosa, codesto passo suona così:
— Abbastanza beata (son parole che Laura rivolge al poeta) in
tutte le altre cose, in una sola dispiacqui a me stessa: che mi
trovai nata in un terreno troppo umile. Veramente, mi dispiace
anche di non esser nata almeno più presso alla tua Fiorenza;
ma debbo in ogni modo chiamare abbastanza bello un paese in
cui ho avuto la ventura di piacere a te; poiché, se non t’avessi
conosciuto, non sarei ora in tanta rinomanza. — Orbene, è chiaro,
che qui il concetto del primo periodo è indipendente da quello
del secondo. Ciò che rincresce a Laura è Yumiltà del luogo natio
considerato in sé stesso: quanto alla sua poca bellezza di fronte
ai paesi dell'Italia più prossimi alla patria del poeta — in uno
dei quali avrebbe avuto caro perciò di venire al mondo — se
ne dà pace pensando che forse, ove fosse nata colà, non sarebbe
stata lei la prediletta del Petrarca.
Adunque, così stando le cose, Laura non può esser nata in
Avignone. E nè anche si può pensare, che pel « picciol borgo »
che sappiamo averle dato i natali, sia da intendere un sobborgo
della città dei papi. Prima di tutto, borgo in Provenza — come
si rileva da documenti e dalle antiche biografie dei trovatori —
usato a questo modo, isolatamente, senza soggiungere « borgo
« della tale o tal altra città » non può significare altro che * bor¬
gata ’ (2). Poi, questo sobborgo d’Avignone in cui Laura avrebbe
(1) Rime , CXVI1.
(2) E noto, che burgus o burgum e burg , borg , bourg ecc. sono i nomi
con cui Latini e Germani designarono concordemente l'aggregazione di
case inferiore di molto a quella che costituisce la città. Tale aggregazione,
che in genere è per sè stante, o disposta intorno al castello ( castrum ,
Chester , ecc.), può anche costituire un'appendice della città ; ma in tal caso.
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TRA VALCHIOSA ED AVIGNONE
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visto la luce, dovrebbe in ogni caso trovarsi sul declivio d'una
collina, per quello che il poeta ci fa sapere altrove (come ve¬
dremo) del luogo ov'è nata la sua donna ; e Avignone giace tutta
in piano, se si eccettua il Rocher des Doms. Vorremo forse pen¬
sare a quest’ultimo? Proprio umile, davvero, un quartiere che
contiene il palazzo dei papi e la chiesa metropolitana, cioè quanto
ha di più superbo la città che fu sede dei papi! G chiamatelo
sobborgo, se vi riesce, il Rocher des Doms, intorno al quale
già in antico la città s’addossava come attorno a un suo centro!
E identificatela codesta orrida rupe (i) — l'upem praerup-
tam (2) —, asserragliata e rivestita da edifizi solenni, coll’ « umil
« colle », « fresco, ombroso, fiorito e verde >, che sappiamo dal Pe¬
trarca essere stato il nido della sua fenice (3)! Più innanzi avremo
ad illustrare quel sonetto del canzoniere in cui si parla di certi
animali presi dal poeta appiè dei colli ove Laura nacque (4).
Come si può pensare ad Avignone, la quale non contiene alture
all'infuori della rupe suddetta? E come si può supporre, che nello
spazio strettissimo fra il Rocher des Doms ed il Rodano, che ne
lambe le radici, il Petrarca andasse in traccia di selvaggina?
Esclusa Avignone, escluso un sobborgo di questa città (5), restano
non si chiama, nè si può chiamare, burgus così assolutamente ; bensì, ad es.,
burgus Avenionis (appunto come nella falsificazione di cui sopra : < borgo
« de Avignone »), ovvero anche burgus forensis , cioè borgo « extra moenia ».
Il Ducange (Gloss.*, 1,787) cita questi passi: « Hospitatua est extra urbem,
« donec iniquus Imperator iussit eum hospitari in burgo urbis»; « Ipsi
«vero Albigenses... totum forensem burgum inciytum Carcassonae
« [le faubourg de Carcassonne] igne combusserunt ». È lecito conchiudere,
che « picciol borgo », così assolutamente, non può significare altro se non
* piccola borgata * incus exiguus ', come Betlemme nel cit. passo delle
Familiari.
(1) Vedi sopra, a pp. 8-9.
(2) Cfr. G. M. Suarks, Descriptiuncula Avenionis et Comitatut Venascitti,
Lione, 1676, p. 12.
(3) Rime , CLXXXVIll e CCXLI1I.
(4) Ivi, Vili.
(5) 1 documenti da me consultati — scrive autorevolmente Gustavo Bayle
(Études sur Laure % in Bull. hist. et archèol. de Vaucluse , IV [1882], 46-7)
— non parlano mai dei pretesi sobborghi d'Avignone, «ni mème d'un
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F. FLAMINI
da valutare le numerose candidature di luoghi aspiranti all’onore
d’aver dato i natali a Laura, che furon messe in campo sino
ad ora dagl’interpreti delle rime del Petrarca italiani e proven¬
zali. Ma poiché, per risolvere la questione, occorre aver cri¬
teri di scelta sicuri, determiniamo, prima di tutto, a quali dati
offertici dalle opere del poeta deve corrispondere il « picciol
borgo » che ci accingiamo a scovare.
Ho citato or ora il sonetto in cui parlano certe bestiuole prese
ai piedi dei colli ove Laura « la bella vesta | prese de le ter-
« rene membra ». Ch’ella sia nata su colline, si rileva anche dai
versi che usciron dalla penna al Petrarca allorquando, qualche
anno dopo la morte della sua donna, rivide i luoghi ch’eran stati
testimonio de’ suoi ardori e de’suoi tormenti:
Sento l'aura mia antica, e i dolci colli
veggio apparire onde ’l bel lume nacque
che tenne gli occhi miei mentr'al Ciel piacque
bramosi e lieti, or li ten tristi e molli (1).
D’altra parte, v’ha pure un sonetto in cui il poeta parla, non
più di colli, ma d’un colle, umile , cioè * di scarsa elevazione ’ (2),
sul quale Laura fu piccolina :
... quell’umil colle
ove favilla il mio soave foco,
ove ‘I gran lauro fu picciola ver ga (3>;
€ faubourg quelconque ». Vi s'incontra bensì la parola bourg , o bour -
guet; ma sempre seguita da un nome di famiglia o di corporazione, c solo
per designare € un groupe distinct d’habitations qui formait cornine line petite
€ communauté, ou un fief, dans l'enceinte de la ville ou en dehors des an-
« ciens remparts ».
(1) Rime, CCCXX.
(2) Nell'epistola duodecima del lib. II delle Familiari il Petrarca, dopo
aver parlato dei colli innumerevoli, « altitudine nec accessu difficili et ex-
€ pedita prospectui », per cui andava vagando a Capranica, presso Roma,
nel 1337, soggiunge: « Undique submovendis solibus frondosum nemus eri-
« gitur, nisi quod ad aquilonem collis humilior apricuni aperit sinum » ecc.
(ed. cit., 1, 130-31).
(3) Rime , CLXXXVHI (son. Almo sol ecc., vv. 9-11).
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TRA. VALCHIOSA ED AVIGNONE
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versi ch’io spiego (ravvisandovi un chiasmo de’ più ovvii): « dove
« il mio soave fuoco (1) fu una favilla, dove il gran lauro fu una
« verghetta *; e intendo, come mi par ragionevole, che il Pe¬
trarca abbia voluto dire che sovra questo colle, poi che vi stette
da piccina, Laura era anche nata. Trattasi, dunque, d'un colle
non alto, in prossimità d'altre colline.
Sennonché, altrove il Petrarca si esprime a tal proposito in
un modo che parrebbe, a prima giunta, contraddire queste affer¬
mazioni:
T ho pien di sospir quest'aere tutto
d'aspri colli mirando il dolce piano
ove nacque colei ch’avendo in mano
meo cor, in sul fiorire e 'n sul far frutto
è gita al cielo, ecc. (2).
Ma la contraddizione è soltanto apparente; ed anzi, questi versi
ci offrono dati preziosi per determinare l’ubicazione delle colline
suaccennate. Poiché, se Laura è nata su colli (come cosi espli¬
citamente si assevera in due sonetti no’ quali non si capisce che
ragione avrebbe avuto il poeta di fingere o mentire), e il luogo
ov’ella vide la luce, per chi lo guardi dall'alto («d’aspri colli »),
è come se fosse in piano; ciò vuol dire: 1°, che detti colli dove¬
vano essere tanto bassi (e, nel fatto, per umile conosciamo già
quello « ove il gran lauro fu picciola verga »), che, visti dai monti,
apparissero come una semplice ondulazione del suolo; 2°, eh'essi
dovevano trovarsi in una pianura limitata, da una parte, da al¬
ture molto maggiori, situate a una distanza da essi tale che di là
fossero ben visibili e, al tempo stesso, potessero quasi confondersi
col piano.
Un altro particolare sicuro intorno all’ubicazione dei colli ove
Laura nacque, si ricava da quello dei due sonetti accennanti ad
(1) « L’alma mia fiamma * di cui più avanti, nelle Rime, CCLXXXIX;
cioè Laura.
(2) Rime , CCLXXXV1II.
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essi, che comincia : Sento l'aura mia antica , e i dolci colli. Nella
seconda quartina il poeta esclama:
O caduche speranze! o penser folli!
Vedove l'erbe e torbide son Tacque,
e voto o freddo ’l nido in ch'ella giacque,
%
nel qual io vivo e morto giacer volli (1).
Non c’è davvero bisogno de' richiami dei commentatori, perchè
leggendo queste parole il pensiero corra alle «chiare, fresche
« e dolci acque » ! Un richiamo vero e proprio è già l’ultimo
verso, che ci fa risovvenire d’altri ben noti:
S'egli è pur mio destino
(e il Cielo in ciò s'adopra)
ch'Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi (2) ricopra, ecc.
I « dolci colli » adunque, e di conseguenza anche il colle « umile >
che fu il nido ove la fenice cara al Petrarca « mise l’aurate e
« le purpuree penne » (3), saranno da ricercare non lontano
dalle acque famose — le quali, a che fiume appartengano, dopo
quanto sopra abbiam detto della Sorga, non può esser dubbio
per nessuno (4) — e, più precisamente, in vicinanza di quel
(1) Rime , CCCXX.
(2) Intendi : fra voi, lucide acque, e voi, rami, erbe e fiori della riva.
(3) Rime , CCCXX 1 (son. E questo il nido ecc., nato quasi a un parto
coll'altro che parla de' colli « onde 1 bel lume nacque »).
(4) Del Rodano già sappiamo che il Petrarca Tha chiamato torbido (v. la
cit. epist. 3* del lib. XV delle Familiari ); quanto alla Durenza, egli la
contrappone alla Sorga, « nitens », appunto pel suo colore. « Pallensque
« Ruentia » si legge nell'egloga X (v. 13); parole che Benv. da Imola com¬
menta : « Ruentia pallens, seu ille fluvius qui appeliatur Ourentia, qui habet
«aquam pallidam», c Fr. Piendibeni da Montepulciano: « Druentia,
« fluvius... a ruendo dictus, globos enim saxeos et terreos impetu ducit, ideo
«pallidas aquas habet» (v. Il Bucol. Carmen e i suoi commenti
ined. per cura di A. Avena, Padova, 1906, pp. 22S e 282). Anche in Sino
Italico ( Pun ., Ili, 468) questo fiume è detto «turbidus truncis saxisque ».
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TRA VALCH1DSA ED AVIGNONE
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tratto del lucidissimus amnis « ov’ella ebbe in costume | gir fra
« le piagge e ’l fiume », e dove il poeta avrà certo avuto più
volte — come l’ebbe « nel benedetto giorno » — la ventura di
incontrarla. Quivi, per lui, il regno d’Amore (1); quivi Vamorosa
reggia mentovata in altro ben noto sonetto. Dal quale si ricava
pure un’importante conferma di siffatta ubicazione del picciol
borgo ; poiché le terzine di esso ci fanno certi che questo borgo
era visibile dal luogo di cui parliamo:
Tosto che. giunto a l'amorosa reggia,
vidi onde nacque l'aura dolce e pura
- ch'acqueta l'aere e mette i tuoni in bando,
Amor ne l’alma, ov'ella signoreggia,
raccese ’l foco, ecc. (2).
Prossimi, dunque, il luogo di nascita della bella donna e la scena
campestre degli amori del poeta. Donde consegue, che, oltre alla
Sorga, quel luogo dovette avere non lontana anche la Durenza;
dacché questo fiume fu tutt’altro che estraneo a tali amori, come
nel modo più certo si rileva ila un noto passo delle Familiari :
« Virentissiraa olim laurus mea vi repentinae tempestatis exaruit,
« quae una mihi non Sorgiam modo, sed Druentiam, Ticino
« fecerat cariorem * (3). Perchè mai Laura, finché fu in vita,
rendeva cara al poeta non solamente quella Sorga presso la quale
poco avanti egli ha detto d'aver avuto una sede «graditissima»
appunto pel ricordo del suo amore per lei {commemoratione
juvenilium curarutn ); ma altresì la Durenza? Avignone è si¬
tuata sul Rodano, non già su codesto fiume (4). Non può quindi il
(1) Ognuno ha in mente il « Qui regna amore » della canz. Chiare fresche
e dolci acque\ gemella dell'altra (che la precede) Se 'l pensier che mi
strugge , alla quale appartengono i versi ora cit. sulle passeggiate consuete
di Laura.
(2) Rime , CX1II (son. Qui dove messo son, Sennuccio mio, vv. 9-10).
(3) Lib. Vili, epist. 3* (ed. cit., I, 421).
(4) Ad ripam Rhodani si legge infatti nella data di parecchie epistole
del Petrarca scritte in questa cittì.
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F. FLAMINI
Petrarca aver voluto significare che Laura gli rendesse cara,
oltre che Vaichiusa, la città dei papi (che cara non gli fu mai,
a nessun titolo); e si è tratti di necessità a pensare, che anche
sulle rive della Durenza, come su quelle del « chiaro gorgo », il
poeta avesse occasione di vedere la sua donna, o perchè ella vi
fosse nata, o perchè vi soggiornasse, o per l’una e l’altra ca¬
gione ad un tempo. Di fatto, se rettamente s’interpreti una ter¬
zina del Trionfo della Eternità (139-41) fraintesa da chi volle
ad ogni costo vedervi significata Avignone, il poeta stesso ha
esplicitamente collocato sulle rive della Durenza la scena del suo
amore per Laura:
A riva un fiume che nasce in Gebenna
Amor mi diè per lei si lunga guerra,
che la memoria ancora il cor accenna.
Questo fiume « che nasce in Gebenna » non può essere il
Rodano, il quale, come ognun sa, ha invece la sua scaturigine
sul versante occidentale del Gottardo, ai piedi del ghiacciaio del
Furca: doveva essere una nozione elementare di geografia ai
tempi del Petrarca, che la sorgente del Rodano trovasi non lon¬
tana da quelle di due altri fiumi non meno famosi, il Danubio
ed il Reno, e che perciò soltanto dopo un buon tratto del suo
corso (attraverso il Vallese) esso raggiunge il lago di Ginevra,
donde è ricevuto, ed esce, intatto, conservandosi quale vi è en¬
trato (1). D’altra parte, se avesse voluto significare che il fiume
di cui parla nasce in questo lago, il poeta non avrebbe detto
semplicemente in Gebenna ; cosi come oggidì a nessuno verrebbe
in mente di dire inOinevra, per significare * nel lago di Ginevra
«
(1) Pomponio Mela — « nobilis cosmographus * a detta del Petrarca (Fani.,
lib. Ili, epist. l*;ed. cit., 1, 140), che dovè conoscerlo assai bene — scrive:
« Rhodanus non longe ab Histri Rhenique fontibus surgit; dein, Lemanno
< lacu receptus, tenit impetum, seque per medium integer agens, quantus
« venit, egreditur » (De situ orbis, 11, 79-80; ed. teubn. del Feick, p. 46).
Dalla sorgente del Reno quella del Rodano dista infatti soltanto ventisei
chilometri.
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URBANA-CH AM P AK3N
TRA VALCH10SA ED AVIGNONE
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Già allora il Lemano aveva assunto il nome che tuttavia con¬
serva; quindi, anche quello di lago di Gebenna (i), dacché
Ginevra si chiamava pure Gebenna, dal latino Gebennae (2) o
Gebennum (3), donde l’aggettivo, comunissimo, gebennensis (4).
« Nel lago di Gebenna » avrebbe dunque detto il Petrarca, data
e non concessa la sua ignoranza sulla vera scaturigine del Ro¬
dano e su quel tratto del suo corso che precede il lago. Poiché
dire < che nasce in Gebenna », alludendo al Rodano, equivar¬
rebbe a collocare in una città la sorgente d'un fiume. « Sarebbe
« per ogni rispetto — fu giustamente osservato (5) — come se
« Dante avesse detto che l’Arno nasce in Firenze, anziché in
« Falterona ».
Non un lago, e tanto meno una città, Gebenna in questo caso!
Lasciamo in pace il Rodano, al quale — è chiaro — l’allusione
del Petrarca non s’attaglia, e pensiamo (com’è naturale, trattan¬
dosi della sorgente d’un corso d’acqua) ad una montagna. Dacché
Gebenna , come s’è detto, è 4 Ginevra ’, viene subito in mente il
Monginevra. E nel fatto, v’è tra le Familiari una breve epistola
dettata in furia appunto sulla vetta del Monginevra, « in tran-
« situ Alpium », il 20 giugno del 1351, che nell’apografo parigino
(1) Losanna lago ò detto al tempo nostro,
e di Genevra ancora e di Gebenna;
• per palnde Lemenne (sic) è da me mostro;
così Fr. Rerlinghieri, nel lib. 11 della sua Geografìa (Firenze, per Nic¬
colò della Magna, s. a.), là dove tratta del Sito della Qallia Narbonese.
(2) Nelle Magnae derivationes d'UaucciONE (che cito dal cod. Laurenz. già
indicato) si legge: « Gebenne -arum civitas est Burgundie, in monte iuzta
« Alpes sita, unde hic et hec Gebenensis et hoc burgense patrium ». Si sa
che questo lessico, così familiare a Dante, anche al Petrarca fu tutt’altro che
ignoto (De Nolhac, Pétrarque et l'humanisme , Parigi, 1892, pp. 133,
243, 256).
(3) Cfr. Panzer, Ann. typogr IV, 330 ( Prognosticon ecc., Geben n i, 1500)*
(4) Vedi il passo d’UGUCCiONE ora cit. (e cfr. [Dechamps] Dict. de gèogr.,
in append. al Brunet, p. 555: « Missale ad usum Gebennensis Dioecesis,
« Ginevra, 1491 »).
(5) Cfr. F. D'Ovidio, Questioni di geografia petrarchesca, in Atti dell'Ac¬
cademia di scienze mor. e polii, d. Società Reale di Napoli, XXIII, 48.
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F. FLAMINI
porta in calce: «Gebennae montis e vertice » (1). B chi non
ha nella memoria il commovente saluto del poeta all'Italia, nel*
l’epistola metrica dettata quand’egli, due anni dopo, ritornò in
patria, « ab alto frondentis colle Gebennae * ? Vero è, che qui
abbiamo mons Gebennae , col li s Gebennae, laddove nel verso
dei Trionfi c'ò soltanto Gebenna; ma a quel modo che nell’an¬
tichità le Gévennes (che qui, s’intende, per la loro ubicazione,
son fuori questione del tutto) (2) si trovano chiamate, quando
Cebennici montes, o, con un singolare collettivo, Cebenna mons,
e quando anche, semplicemente, Cebennae o Cebenna (3), cosi
ben poteva il mons Gebennae o ‘ monte di Ginevra ' — diventato,
sotto l’influsso della forma volgare (Monl-Genèvre e non Mont-
de-Genève) Gebenna mons — essere puranco designato col solo
nome di Gebenna, specialmente ne’ casi in cui non potesse esser
dubbio che si voleva alludere ad un monte. E tale è appunto il
caso di questo verso dei Trionfi, dacché vi si tratta della sor¬
gente d un fiume; tale altresì quello d’un’altra epistola, che a
me pare addirittura risolutiva per la questione. Il poeta racconta,
(1) Lib. XI, epist. 9*. Arbitrariamente il Fracassetti (11, 135 e n.) mutò
Gebennae in Qenevae, seguendo una proposta del De Sade ( Mèni ., Ili, 141).
II D’Ovidio, il quale veramente da ultimo non esclude (come escludiamo,
recisamente, noi) che si possa anche «alla peggio» intendere il Rodano, ma
ha il merito d‘aver messo innanzi la vera ed unica interpretazione ragio¬
nevole del verso A riva un fiume ecc., rigetta egli pure l’ingiustificata cor¬
rezione ( Op . cit., p. 48).
(2) E verosimile, che il Petrarca non ricordasse nemmeno il nome latino
classico delle Cévennes; dacché nella famosa descrizione della sua salita sul
Ventoux le designa con la vaga e generica denominazione di « lugdunensis
« provinciae montes » (cfr. D’Ovidio, Ancora di Sennuccio del Bene e an¬
cora dei lauri del Petr., nel cit. voi. degli Atti dell'Accad. di scienze mor.
e polit. di Napoli , p. 9 dell’estr.).
(3) Vedi Cesare, De bello gali., VII, 8, 56 («Cebenna mons»); Sue-
tonio. Vita Caes., cap. 25 ( « monte Gebenna » ) ; Pomp. Mela, De situ
orbis, li, 74 ( « Cebennicis montibus » ) e II, 80 ( « exCebennis » ); Solino,
Coll. rer. mem., 21, 1 ( «Cebennam * ); Marc. Capella, De nuptiis Phil.,
VI, attingendo da Solino ( < Gebennam » ), ecc. La vera forma del nome è
Cebenna , che in celtico significa ‘dorso’, ‘tergo’ (cfr. Pauly-Wissowa,
Real-Encycl., Ili, 1820).
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- U R B ANA-CHAMPA IGT]
TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
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che, volendo andare da Vaichiusa in Italia per la via littoranea
(più lunga ed incomoda, ma avente il vantaggio di dargli modo
di rivedere il fratello Gerardo nella certosa di Montreux), s’era
appena messo in cammino, quando, sorpreso dalla pioggia, do¬
vette riparare nella vicina Cavaillon, presso il suo Filippo di
Gabassole, che n’era il vescovo. Mentre si trovava colà, venne
a sapere che presso il Varo, nelle vicinanze di Nizza, la strada
ch'egli divisava di tenere era impedita da gente in armi : « iam
« late vagis excursoribus fractum iter > (1). Allora, persistendo
nel proposito di recarsi in Italia, pensò di cambiare strada. —
« Flectere iter institui (egli dice); iamque Gebennam peti-
« turus me vertebam ad laevam » (2), quando la pioggia di¬
ventò un diluvio, e per paura che i libri che portavo meco si
sciupassero, rinunziai al viaggio, e me ne tornai a casa. — Ora
qui è chiaro e lampante, che la nuova strada che il Petrarca a
Cavaillon intendeva di prendere, piegando a sinistra, non può
esser altro che quella che, risalendo la pittoresca vallata della
Durenza, per Apt, Sisteron, Gap, Embrun e Briangon conduce
alle Alpi Cozie, e fino dai tempi di Cesare è la via principale
di comunicazione tra la Francia e l'Italia, la più breve e più
diretta via per passare in Italia dalla Provenza (3). Ne segue,
che Gebenna — dacché qui certo non può aver nulla a che fare
1 b città di Ginevra, ch’è tanto più a settentrione — doveva anche
cosi, senz’altra specificazione, significare il Monginevra, ov era
(1) Fam., lib. XV, epist. 2* (ed. cit.. Il, 311).
(2) Ivi, epist. 3* (p. 314). Anche questo passo fu già richiamato opportu¬
namente dal D'Ovioio, nelle cit. Quest, petrarchesche , p. 48.
(3) Cfr. C. Lenthéric, Les voies antigues de la région du Rhóne, in
Bull. hist. et arch. de Vaucluse, IV [1882], 204 e 211-12; G. Barelli, Le
vie del commercio fra l'Italia e la Francia nel Medioevo , Asti, Brignolo,
1906, pp. 3-5. Si noti, che il Petrarca stesso dice che a questo cambiamento
d'itinerario s'induceva facilmente, per essere la nuova strada (quella di
sinistra, ossia verso il NE) molto meno lunga e meno disagiata dell'altra
(quella di destra, ossia verso il SE). Cfr. la cit. epist. 2* del lib. XV; ed.
Frac., II, 312.
Géomalé ttorieo. — Sappi, no 12.
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F. FLAMINI
il valico alpino a cui codesta strada mettea capo per poi discen¬
dere e proseguire in Italia (1).
Orbene, dal Monginevra nasce la Durenza, e le sorgenti di
questo fiume il poeta deve aver vedute più volte coi propri
occhi nel suo transitare per quello ch’era il naturai passaggio
attraverso alle Alpi, sia movendo da Avignone o da Vaichiusa,
sia tendendo a questi luoghi dall'Italia. Non dubitiamo, per¬
tanto, d’affermare, esser proprio la Durenza il « fiume che
« nasce inGebenna»; perifrasi con la quale il poeta, così stando
le cose, deve aver creduto di non dar luogo ad ambiguità e ad
errori.
Ma se della « lunga guerra * che Amore diè al Petrarca per
Laura, il teatro è da lui esplicitamente collocato, in codesti versi
dei Trionfi , sulle rive della Durenza, riman fermo, nondimeno,
che anche lungo quelle della Sorga egli deve aver avuto fre¬
quente occasione d’incontrare la sua donna. La preferenza data,
in tale collocazione, al primo di questi due fiumi si spiega con la
sua notorietà ben maggiore (proporzionata alla di gran lunga
maggiore sua importanza), per cui, scrivendo in Italia e per Ita¬
liani, dire: « amai sulle rive del fiume che nasce dal Monginevra »
era far subito pensare tutti i lettori alla Provenza, richiamando
alla loro memoria una nozione geografica elementare. Al tempo
stesso, tale preferenza si concilia benissimo con quello che della
Sorga in relazione con la scena consueta de’ suoi amori il
Petrarca è venuto dicendo nelle rime. Poiché la Durenza in un
tratto del suo corso ha la Sorga a soli cinque chilometri di
distanza; onde chi si aggiri colà, sulla sinistra di questa, non
cessa di trovarsi in riva a quella; anzi, essendo l’una un gran
fiume e l'altra poco più di un ruscello, è naturale che, quando
voglia designare il luogo, s’attenga al fiume.
(1) Non è punto strano, che il Petrarca designasse il Monginevra con
questo nome, anziché col classico di Mons Matrona. Anche altri nomi geo¬
grafici egli rifà latini dal volgare: così Cavaillon diventa nel suo latino
Cavallio , mentre ognun sa che nel latino classico è Ckibellio.
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
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Ne segue, che, secondo ogni verosimiglianza, l’amorosa reggia
e quindi anche il piccolo borgo ove Laura nacque saranno
da ricercare a destra della Durenza, là dove la Sorga, prima
di volgere a settentrione, le si accosta così da vicino; a quel
modo che, in genere, la contrada prossima al € puro fiume» (1)
per la quale il Petrarca, nel primo decennio del suo amore,
quando più gli ferveva nell'animo il desiderio della sua donna,
sarà andato attorno, fuori dalle angustie della tetra città ove
abitava, fantasticando e poetando, dev’esser quella che si stende
da codesto punto in direzione del Rodano. Nella decima delle sue
egloghe, Laurea occidens, il poeta, introducendo collocutore sè
stesso sotto il nome di Silvano, così s’esprime :
Fuit alta remotis
sii va locis qua se, diversis montibus acti.
Sorga nitens Rodano pallensque Ruentia miscent.
Hic raichi, quo fueram tusco translatus ah Arno
(sic hominum res fata rotant!), fuit aridulum rus.
Dum colui, indigui, atque operi successit egestas.
ld reputans, avertor enirn piguitque laborum
pertesumque inopia studii; tandemque, relinquens
arva inarata, vagus silvia apatiabar apricis.
Veruni inter scopulos nodosaque robora quercus
creverst ad ripam fluvii pulcberrima laurus.
Huc rapior, dulcisque semel poslquam attigit umbra,
omnis in hanc vertor, cessit mea prima voluptaa.
Rusticus ardor erat. sed erat gratissimus ardor
ille mibi insueto, qui me, mortalia prorsus
oblitum immemoremque mei, meminiase iubebat
banc unam, curasque et totum bue volvere tempus.
• ••••••••••••* •••••
Laurea culta miebi, nec me situa asper et borrens
arcuit incepto; propriis nec viribus ausus,
externos volui consultor adire colonos.
Nec longe tenuere vie, nec tempus iniquum
(1) Rime , CLX1I (son. Lieti fiori ecc., v. 9).
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F. FLAMINI
ac durum tardavit opus.
Dux michi nullus erat, nisi amor fervorque videndi (1).
Dacché senza dubbio — ce ne assicurano anche gli antichi
interpreti (2) — qui l'allegoria è duplice, e Laurea figura in
pari tempo l'arte poetica e la donna amata dall’autore, non si
può intendere (come venne fatto a taluno) che il Petrarca
voglia in questo passo significare poeticamente il suo appartarsi
da Avignone per aver pace nella solitudine di Vaichiusa, e che,
di conseguenza, nei primi versi s’abbia a veder designata peri-
%
frasticamente Avignone. E chiaro, infatti, che il poeta allude ad
un amore succeduto in lui all7nop$ studium di cui ne’ versi
precedenti: l’amore per un lauro cresciuto ad ripara fluvii. Era
un ardore carapagnuolo (rusticus arder), graditissimo a lui che
non vi era assuefatto (grattssimus arder il le mihi infittelo) ;
cioè, evidentemente, l’amore per Laura, nata e cresciuta (come
sappiamo) in umile terreno, in campagna, « a riva un fiume »,
e al tempo stesso, secondo l’altra simultanea significazione,
l’amore per l’arte poetica. Or come potrebbe il Petrarca datare
dal suo ritrarsi in Vaichiusa un amore nato dieci anni prima?
E come potrebbe dire d’essersi dedicato alla poesia soltanto allora,
egli che fin dal primo assalto d’amore afferma d’aver usato, per
difetto d'altre armi, le dolci rime? (3).
Esclusa questa spiegazione, un’altra si presenta ovvia, la quale
chiarisce, a mio avviso, ogni cosa. La selva « alta », ne’ luoghi
pei quali i fiumi Sorga e Durenza, diversis montibus acti, vanno
a gettarsi nel Rodano, non è Avignone, come fu supposto (4);
(1) Vv. 11-27, 36-40, 43 (ed. Avena, pp. 141-42).
(2) Ivi, pp. 228 e 282. Il Pibndibeni, ad esempio, scrive: « Materia est
« querela de arte poetica quam ipse [il Petr .] videt deficere... Potest etiam
« intelligi quod equivoco ipse mentionem faciat de morte Laurecte, no-
« bilis mulieris quam adamavit et quam celebrem materna eloquia reddi-
« derunt ».
(3) Cfr. Rime , CXXV (canz. Se 'l pensier ecc., st. 3*).
(4) Nel fatto, il Petrarca (che in quest'egloga stessa si è dato il sopran¬
nome di Silvano * propter insitum ab ineunte aetate urbis odium amo-
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TRA. VALCHIOSA ED AVIGNONE
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bensì il complesso di quelle stesse « selve apriche » per cui*
pochi versi più sotto, il Petrarca dice d’aver preso ad aggirarsi
relinquens arra inarata , tralasciando cioè le occupazioni che
appunto in Avignone egli aveva (i). Quell’ hic mihi fuit aridulum
ì'us sarà da collegare non già ad alta silva , ma a locis; vale
a dire a tutta quanta la contrada compresa fra la Sorga, la
Durenza e il Rodano, a cominciare dal punto ove i primi due
di questi fiumi, venenti da parti diverse, s'accostano l’uno al¬
l’altro, indi raggiungono i rispettivi confluenti, contrada che,
naturalmente, comprende anche Avignone. E il poeta vorrà dare
ad intendere, che in quella contrada lontana dalla sua terra
natale teneva un modesto ufficio atto al suo sostentamento (ari-
dulum rusj ; che tale ufficio, molesto e scarsamente remunera¬
tivo, gli venne a noia, ond’egli prese a trasandarlo, preferendo
l’andare a diporto pei boschi ameni lì vicini (vagus silvis
spatiabar apricisj ; che, infine, durante codesto suo vagare, la
bellezza di Laura lo attirò sulle rive d’un fiume ov’ella era cre¬
sciuta e soggiornava (creverat ad ripam fluvii pulchert'ima
laurus: huc rapiorj. È quel che si legge nella prima stanza
della canz. Tacer non posso, e temo non adopre (2); dove
il Petrarca — come meglio vedremo in seguito — dice che,
non appena « s’accorse » della bella giovinetta, s’afTrettò ad an¬
dare « a coglier fiori in quei prati d'intorno». E il fiume
tutto induce a credere sia proprio la Durenza, in riva alla quale,
« remque si Iva rum »; cfr. Fam., lib. X, epist. 4*, ed. cit., 11, 87) contrap¬
pone costantemente selva a città e silvestre ad urbano (vedi Fam., IV, 9,
VII, 9, X, 3 e 4, XXI, i4; ed. cit., 1, 220 e 458, 11, 77 e 87, III, 105). Signifi-
cantissimo, in tal proposito, quel passo d'un'epistola metrica (11, 3; ed. di
Basilea, 111,89), in cui, dopo aver accennato al grande strepito d’Avignone
(< et ingens | moenibus angustae fremitus circumtonat urbis >), il poeta sog¬
giunge: «silva placet musis, urbs est inimica poetis ».
(1) Quanto all’epiteto di alte dato a queste selve, vedi ciò che più avanti
diremo dell'altipiano, tutto boschi al tempo del Petrarca, che si stende, da
N. a S., fra la Durenza e la Sorga, a breve distanza da Avignone.
(2) Rime , CCCXXV.
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F. FLAMINI
appunto, sappiamo che il poeta ha collocato nei Trionfi il
teatro della lunga guerra datagli da Amore per Laura: dacché
quell Viuc rapior fa necessariamente pensare, non al Rodano,
presso il quale il Petrarca già si trovava stando in Avignone, ma
ad altro fiume nelle cui vicinanze sarebbe stato attratto, du¬
rante le sue gite fuori della città, daU’ammirazione per l’avve-
nentissima donna; e questo, se fosse la Sorga, sarebbe designato,
con quel Yinter scopulos nodosaque robora quercus, in modo
insolito e non atto davvero a suscitar l’idea del fiume dilettoso,
del lucidissimus amnis ; laddove, se è la Durenza, l’allusione
agli scogli e ai robora quercus (cioè a quanto si può immagi¬
nare di più duro) appare perfettamente significativa del fiume
« dannoso * — l’espressione è del Petrarca stesso — il cui ap¬
pellativo volgare, Durenza, potea sembrare una corruzione del
classico Druentia suggerita dalla durezza, cioè dalla crudeltà,
delle sue acque spesso devastatrici; « dure onde », come infatti
il poeta ebbe a chiamarle nella chiusa d'una sestina, ove la
scelta dell’epiteto non si può giustificare altrimenti che col ri¬
guardarlo come allusivo (i). «Oh! vere Durentia — si legge
«nelle Sine Ululo — ut vulgus appo Hat, durities gentium,
« sive, ut quidam scriptores vocant, Ruentia a ruendo diceria,
« praeceps flumen damnosumque, cuius accolae, nihil undis
« et alveo mitiores, et ipsi tanto impetu in quodlibet scelus
« ruunt » (2). Dure , adunque, le genti all’intorno, quanto le
le stesse onde di quel fiume (3): ecco gli scogli e le nodose
querce tra cui il lauro gentile è cresciuto. Qual migliore conferma
di quanto siam venuti dimostrando; cioè che il colle ove «il gran
« lauro fu picciola verga », il nido della miracolosa fenice, è
senza dubbio da ricercare presso le rive della Durenza?
(1) Rime , CCXXXV11 (sest. Non ha tanti animali ecc., v. 37).
(2) Cfr. Le anepigrafe di Fr. Petr. edite da 0. D’Uva, Sassari, Dessi, 1895,
p. 17 (quest'epistola si legge anche nell'Appendice all’ediz. Fracassetti delle
Familiari , HI. 532-33).
(3) Del crudo animo de' feudatari di quei colli tra la Durenza e la Sorga,
ove Laura dev'essere nata, diremo all'ultimo.
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Giornale storico della letteratura italiana Supplemento X- 12
rasa Kditrlee Ermanno LoeHduT-Torino Istituto Italiano tV Arti Grafl<*lie Beliamo
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TRA VALCHICSA ED AVIGNONE
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E intendendo l'egloga cosi, anche l’altra significazione che vi
dicemmo inchiusa, s’innesta acconciamente a quella che ne ab*
biam data adesso. Dappoi che furon le rime Tarmi usate dal
Petrarca nel primo assalto d’amore, è ben naturale che il poeta
faccia coincidere il consacrarsi ch’egli fece al culto delle Muse
col l'accendersi della sua passione per Laura là sulle rive della
Durenza, in quel vagare ne' dintorni d’Avignone divenutogli abi¬
tuale per fastidio dell’ingrato ufficio che teneva nella Curia. E
toglie in proposito ogni dubbio un passo d'una canzone del nostro
ove si contengono allegorie perfettamente analoghe. — Ferito da
uno strale d’Amore — dice in essa il poeta — io prima mi tras¬
mutai in un lauro « sovra Tonde | non di Peneo, ma d’un più
«altero fiume»; poi, pel dolore di non poter mitigare la du¬
rezza della mia donna, divenni un cigno che dì e notte vagava
colà « dallato e dentro a Tacque », e sempre cantava, chia¬
mando mercè, lungo quelle « amate rive » (1). Or chi non si av¬
vede, che con la prima di queste metamorfosi il Petrarca vuol
figurare l’innamorarsi che ha fatto di Laura, e con la seconda
il suo andar poetando ne' luoghi ov’ella soggiornava, in riva ad
un fiume che, dei tre ricordati nel passo corrispondente dell’e¬
gloga, dev’esser proprio la Durenza ? Un fiumicello qual’è la
Sorga, ei non l’avrebbe chiamato «altero fiume». Quanto al
Rodano, poiché, come già sappiamo, non è desso, bensì la Du¬
renza, quel fiume ove il poeta ebbe a sostenere per Laura la
lunga guerra che potè renderglielo caro, sembra ben difficile
che le « amate rive » abbiano ad esser le stesse su cui siede la
città che gli era tanto odiosa: « Babylon, feris Rhodani ripis
imposìta » (2).
Concludendo, fra questi tre fiumi, in quella specie di triangolo
che nella cartina, annessa qui accanto, d’Avignone e del Con¬
fi) Rime, XX1I1 (canz. Nel dolce tempo ecc., v. 61).
(2) Le anepigrafe di Fr. Petr., ed. cit., p. 65 (epist. XVIII). Ammettiamo
pure, per un momento, che quando dettava questa canzone, il Petrarca non'
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F. FLAMINI
%
tado Venessino ha per base il Rodano, per lati la Durenza e la
Sorga, per vertice il punto più avanzato d’una breve catena di
colline congiungente i due ultimi di tali fiumi, cioè l'altura di
Picabrè presso Caumont ; è da credere che il Petrarca ne’ primi
* dieci anni del suo amore, quando non aveva anche dato l'addio
alla galante e tumultuosa vita avignonose per ritirarsi nel ro¬
mitorio di Vaichiusa, usasse andare a diporto, e avesse modo
di veder sovente la sua donna (nata appunto colà), e venisse
ideando, ispirato dalla dolce vista di lei, dal riso dei poggi sereni,
dal mormorio del dilettoso fiume, le più soavi e più leggiadre fra
le sue rime. Quest’ultimo particolare, vale a dire che il luogo
ove Laura nacque sia lo stesso ove il suo infaticabile glorifica- .
tore s’aggirò per lunghi anni fantasticando e poetando, risulta
esplicitamente anche da certo frammento iniziale d’un capitolo
dei Trionfi rimasto interrotto e non incluso dal poeta a suo
luogo (1), in cui s’accenna alla via tenuta da Laura e dalle sue
compagne, dopo la bella vittoria riportata su Amore, movendo
dalla marina di Baia, lungo il lido tirreno :
Ove Sorga e Durenza in maggior vaso
congiungon le lor chiare e torbide acque,
la mia Academia un tempo e ’1 mio Parnaso,
ivi, là onde prima al mondo nacque.
fosse ancora così fieramente avverso alla città dei papi: come mai non
avrebbe egli tolto via codesto epiteto di amate (se avesse voluto riferirsi
con esso alle rive del Rodano) allorquando più tardi — divenuto ormai osti¬
lissimo ad Avignone — raccolse e ordinò le sue rime rimaneggiandole nel
modo che tutti sanno?
(1) Die Triumphe Fr. Petr. in krit. Texte hgg. von C. Appel, Halle a. S.,
Niemeyer, 1901, p. 300. L’autenticità di questo frammento è stata infirmata,
ma solo per argomenti d’indole estetica (cfr. D’Otidio, Quest, di geogr. petr.,
p. 45) ; molto malsicuri in un caso come questo, in cui si tratta d’un primo
abbozzo, lasciato imperfetto, e poi rifiutato dall’autore dopo avervi tentato
qualche correzione. Non ne dubita l'Appel, che si vale nel riprodurlo, oltre
che delle antiche edizioni, del cod. Parmense 1387 (cfr. Die Triumphe ecc.,
pp. 390-91, e lntroduz., pp. xxiv-v).
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TRA VALCHIOSA ED AVIGNONE
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chiuse il suo bel vittorioso corso (1)
quella la cui virtù tanto mi piacque (2).
La valle segreta onde nasce la Sorga diventerà il « transal¬
pino Elicona * del Petrarca quand'egli vi cercherà rifugio, e vi
scriverà i carmi e le opere latine. Ma prima, negli anni del fer¬
vente amore, tra il 1327 e il 37 (« un tempo *). i luoghi ov’egli so¬
leva passeggiare meditando per ombrose piagge e campagne amene
(« la mia Acade mia »), mentre nel cuore gli fiorivano i canti
(« il mio Parnaso »), dovettero essere proprio quelli bagnati in¬
torno dal Rodano, dalla Sorga e dalla Durenza, dove la giovi¬
netta « oltre le belle bella » era nata, e gli era apparsa nel primo
fulgore del suo fascino stupendo.
Messo in sodo tutto questo, vediamo ora quali borghi della
Provenza furon additati come patria di Laura dagli antichi e
moderni studiosi del Petrarca. Tenendo presenti le condizioni a
cui il luogo di nascita di lei deve soddisfare, è lecito procedere,
per esclusione, rapidamente.
(1) Senza ragione I'Appei. (Op. cit., p. xxiv) ravvisa un'allusione alla
morte di Laura in questo verso che significa soltanto: * pose fine alla sua
andata trionfale ' (« si ratenne » correggerà infatti il Petrarca, semplifi¬
cando, come vedremo).
(2) Questa terzina fu più tardi modificata dall'autore cosi :
ivi, onde agli occhi miei il bel lame nacque
che gli volse al buon porto, si ratenne
quella per coi ben far prima mi piacque.
Dove è chiaro che s'è voluto rincalzare la lode di Laura rilevando il bene¬
fico influsso di lei sul poeta fin da quando ella primamente gli apparve;
forse a imitazione di ciò che Dante dice degli « occhi giovinetti > della
sua Bice.
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F. FLAMINI
La piu antica testimonianza in proposito è tuttora quella che
fu segnalata, fino dal 1837, ne’ Ricordi sulla vita di Afesser
Frane. Petrarca e di Madonna Laura di Luigi Peruzzi (i) ;
quantunque oggi sia dimostrato, che costui scriveva, non già
pochi anni dopo la morte del poeta, sibbene tra il 1439 e
il ’49 (2). « Dico — scrive il Peruzzi — che una volta il Pe-
« trarca, andando da Vaichiusa a Vignone, si passava dal Bor-
« ghetto (camino quasi al mezzo tra Vignone e la fonte), dove
« dimostra che Laura nascesse, in quel sonetto che comincia :
« Quel eh'infinita ecc., nel quale, ver’ la fine, dice: « Ed or di
« picciol borgo un sol n’ha dato * ecc. Questo picciol borgo per
«molti s’è cercato, e nullus inventi. In questo loco quei di
« Salzo, della progenie di Laura, ancor v’hanno lor case e pos¬
sessioni le più belle e le migliori; il qual borgo al presente è
« cinto e chiuso di muragli, sendo buon castello, e non più Bor-
« ghetto, ma Toro si chiama. Questo nome di Toro, cercando,
« ho trovato che deriva poi che ’l castello fu cinto; facendovi
I
« una bella chiesa, nel cavare de’ fondamenti trovarono uno toro
« intagliato di pietra a l’antica, e da quello prese il novo nome » (3).
E continua narrando come il Petrarca, passando nel giorno ora
accennato vicino a questo Borghetto, vide da lontano la sua
Laura con altre donne, e nel traversare, per raggiungerla, « una
« picciola acqua quasi dall'erba ascosa », tenendo gli occhi fissi
in lei, vi cadde dentro, e si bagnò.
Questo bagno involontario il poeta stesso ci assicura d’aver
fatto, non presso la Sorga, bensì là dove, in riva al Tirreno,
(1) Vedili in Bruce-Whiti, Bist. d. lang. rom ., Ili, 372 sgg.; e, ristam¬
pati, nel Giorn. delVlst. Lomb., XU [1845], 207 sgg., nella Scelta di curios.
leu. di Bologna, disp. LX1X, nelle 'Vite di Dante, Petr. e Bocc. pubbl. da
A. Solerti (Milano, Vallardi, 1904), pp. 282 sgg.
(2) Cfr. N. Quarta, in questo Giom., 49, G7 sgg.
(3) Vite, ed. Solerti, p. 285. Questo passo è riferito anche nella breve me¬
moria di G. Grion, Madonna Laura chi fosse? (estr. dagli Atti del R. Isti¬
tuto Veneto, S. IV, voi. 3°); dove, a pag. 9, si accetta per vero quanto il Pe¬
ruzzi asserisce intorno alla patria e al casato di Laura.
t
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
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le onde piangono rotte dal vento, e per vedere, non già Laura,
ma un lauro, che gli ricordava — si capisce perchè — le amate
trecce bionde (i). Perciò l’arbitraria ed erronea asserzione con
cui il Peruzzi conchiude il suo discorso sul picciol borgo , ci
mette in guardia anche circa la credibilità delle altre notizie
che ci offre in tal proposito. E nel fatto, non è punto vero che
il Thor (paese di c. 4000 abitanti, a 16 chilometri da Avignone
sulla strada nazionale n° 100) (2) si sia mai chiamato Borgo o
Borghetlo (3). L’Archivio del Dipartimento di Vaucluse ad Avi¬
gnone conserva tutti i documenti che si riferiscono all’antica
storia di questo castello, e da essi appare, in modo inoppugnabile,
che già dugento anni avanti la nascita di Laura il Thor (Castrum
de Thoro) portava il nome che reca attualmente. Inoltre, il
Petrarca, in un’ epistola dettata nel tempo che Laura era in
vita, scrive, alludendo al Thor, «apud Thorum >, non già « apud
Burgum * o « apud Burgulum > ! (4).
Che il Peruzzi a cui dobbiamo questi Ricordi fosse persona
di scarso discernimento, appare anche da altri punti della sua
sconnessa e povera biografletta aneddotica; nella quale, dov’egli
non compendii, alla meglio, la Vita del Petrarca scritta da Lio-
nardo Bruni pochi anni avanti, prende abbagli amenissimi (5).
Resta, tuttavia, meritevole d'essere osservato il fatto che si
tratta d’un fiorentino dimorante in Avignone (6), il quale certo
dovette visitare col canzoniere del suo Petrarca in mano i
(1) Rime, LXVI1 (son. Del mar tirreno a la sinistra riva).
(2) Cfr. Courtit, Dietionn. des Communes du Départ. de Vaucluse *,
cit-, p. 193.
(3) Si noti, che anche il Vellutello, conscio di questa cervellotica spiega¬
zione che ai dava da taluni del picciol borgo ricordato dal Petrarca, nega
recisamente che nei pressi di Avignone esista « terra o luogo che fìorgetto
« nè Borghetto si domandi » (cfr. Vite ecc., ed. Solerti, p. 368).
(4) Fam., lib. Ili, epist. 21* (ed. cit., 1, 187).
(5) Per esempio, fa nascere il Petrarca da Parenzo, anziché da Petracco,
e non s'accorge che il poeta stesso ha chiamato la sua donna Laureto.
(6) «Qui a Vignone » si legge verso il principio de' Ricordi stessi (ed.
Solerti, p. 282).
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F. FI AMIN1
luoghi dove questi solea vedere la donna amata e trarne ispi¬
razione por le rime. Il Peruzzi descrive benissimo quel « dolce
« piano » irrigato dal fiume di cristallina limpidezza, che sopra
abbiamo^dimostrato dover essere quello che gli occhi del poeta
miravano dalle alture di Vaichiusa : « L'ampio fiume che sale
« di questo fonte nomata Sorga — egli scrive (1) — poi ch’è fuor
« de l’avallo, attraversa per lo paese del Contado de Venisì, cor-
« rendo per lo spazio di circa sei leghe, aprendosi in variati
< rami, non do natura ma da volontà fatti,che...rigano la bella
«e larga pianura». In questo piano ove, a detta del poeta,
Laura nacque, giustamente il Peruzzi andò in traccia deìpicciol
borgo ; ma quanto alla sua identificazione del borgo stesso col
Thor, due ragioni principalmente si hanno di rigettarla. La
prima è che di codesto castello bagna le mura la Sorga (2);
talché di chi sia nato, o dimori, in esso, non si può dire dav¬
vero che sia nato, o che dimori, in riva alla Durenza; alla quale
non può in tal caso venir fatto di pensare minimamente. La
seconda ragione, non meno grave, è che il Thor trovasi perfetta¬
mente ed interamente in pianura, lontano due chilometri dall'al¬
tura isolata ove son le rovine del castello di Thouzon (3), e più
di quattro dalla catena di colline che (come già sappiamo) con¬
giunge, per così dire, la Sorga e la Durenza là dove questi due
fiumi s'accostano maggiormente l’uno all'altro. Non dunque il
Thor sarà il borgo situato presso un * umil colle » ed altre
colline, dove Laura, secondo ciò che si legge nel Canzoniere,
vide la luce; per quanto sia più che probabile, che questo bel
paesello della ridente ed ubertosa contrada irrigata dalla Sorga
non sia stato del tutto estraneo alla scena degli amori petrar-
(1) Ivi, p. 285. Ampia è qui detta la Sorga evidentemente Bolo in quanto
nasce non ruscello, ma fiume.
(2) Courtet, Op. cit p. 193.
(3) « À deux kilomètres NO. du Thor — scrive il Courtet (ivi, p. 196)
« — sur le seul monticule qui coupé cotte fertile piaine, sont le*
« ruines de l'ancien chàteau de Thouzon et une jolie chapelle qui en dó-
< pendeit ».
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
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cheschi, e sebbene anche la testimonianza del buon Peruzzi
possa avere per tal riguardo il suo valore.
Un’altra ipotesi intorno al luogo di nascita e al campestre
soggiorno di Laura ebbe corso in antico, e non fu ignota ai
nostri cinquecentisti studiosi del Petrarca, come Fausto da Lon*
giano e Alessandro Vellutello. Quest’ultimo cosi comincia un suo
excursus premesso al commento del canzoniere (1535) col titolo
Origine di madonna Laura con la descrizione di Valciusa e
del luogo ove il poeta a principio di lei s'innamot'ò: « Sono
< stati alcuni i quali, parlando per opinione, hanno detto che
«Madonna Laura... fu da Oravesons, villa ad Avignone due
« leghe distante...; credo mossi da una falsa ed invecchiata opi-
« nione, da molti e specialmente da quelli d'Avignone ancora te-
« nuta, la quale (per quanto comprender ho potuto) ha in gran
« parte avuto origine da uno Gabriello de Sado, volgarmente di
« Sauze, uomo molto antico e nobile di quella città, col quale, per
« due volte che in Avignone sono stato, mi è occorso sopra di tal
« cosa molto lungamente parlare. Costui mostra esser disceso da
« uno Ugo di Sado, fratello di Giovanni padre di questa Madonna
« Laura la quale egli intende che dal nostro poeta sia stata ce-
« lebrata, e dice ch’esso Giovanni di Sado, padre di Madonna
« Laura, avea le sue possessioni a Gravesons, dove la state quasi
« continuamente stava, e che ’l verno poi ritornava a la città » (i).
Lasciamo stare ciò che in questo passo si riferisce alla que¬
stione della famiglia a cui Laura apparteneva (questione su cui
avremo a tornare), e fermiamoci al borgo di cui vi si parla come
del luogo nativo di lei. L’ipotesi ch’esso sia Graveson, registrata
con altre anche da Fausto da Longiano, nella Vita di Laura
ch’egli premise al suo commento del canzoniere (1532) (2), è
(1) Vite, ed. Solerti, pp. 367-68.
(2) « A manifestar di che luoco la fosse [Laura] è d'importanza, perchè,
« come questo si sapesse, seriano dichiarati molti passi del canzoniere. Chi
«crede ch'ella nascesse presso a Valchiusa, chi a Gravesons, chi a Mor-
« tera (sic), chi a Carpentras, e chi pone altri luochi » (ivi, p. 382). — Inu¬
tile dire, che Carpentras, così fuori di mano, è anche fuori di questione,
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F. FLAMINI
molto più antica che non mostri qui di credere il Vellutello, e
risale, per lo meno, al 1475; nel quale anno uscì alla luce la
Sposizione dei Trionfi di Bernardo Ilicino, dove si legge che il
Petrarca « si riscontrò ne la Chiesa di Santa Chiara con una
« giovenetta nata in una villa assai propinqua a la cita, chia-
« mata Gravesons » (i). Donde e come sia nata questa supposi-
posizione, non saprei dire: certo è che si può, e si deve,
metterla senz’altro da banda. Poiché questa borgata non è già
ad oriente d’Avignone, verso Vaichiusa ; bensì a SO., verso Ta-
rascon, di là dalla Durenza ben sette chilometri, lontanissima dalla
Sorga. Inoltre, giace in piano, e non ha vicino colline che pos¬
sano esser identificate coi « dolci colli > ove Laura nacque.
A questa candidatura di.Graveson il Vellutello cercò di sosti¬
tuirne un'altra. Negando nel modo più reciso (il che è eccessivo
veramente, come vedremo), che Laura possa aver trascorso ad
Avignone qualche tratto della sua vita, considerando, a torto,
non genuina la nota del Virgilio ambrosiano (che già correva
per le stampe nelle edizioni del canzoniere), il letterato lucchese
volle fare di colei una fanciulla nata, vissuta sempre e morta
nelle vicinanze di Vaichiusa. Mostreremo a suo tempo, come sia
infondata quest’opinione recentemente rimessa in onore. Ora
dobbiamo limitarci a prendere in esame l’ipotesi vellutelliana
sul picciol borgo. Si tratterebbe di Cabrières, del cui signore,
Enrico di Ghabau, Laura sarebbe stata figlia. Tale congettura
genealogica non ha alcun fondamento, come bene dimostrò il
Bayle, in que’ suoi « studi su Laura » che già avemmo a citare:
resta l’ipotesi del luogo. Corrisponde questo ai dati che ci offrono
le opere del Petrarca? Nemmeno per ombra! Cabrières è in una
valle di là dalle alture di Vaichiusa, a ben trenta chilometri
interamente! Quanto a Moriera, cioè Morières, questa borgata (messa in
campo non so da chi) è bensì ai piedi di quelle colline tra la Durenza e
la Sorga di cui avremo a riparlare, ma dista troppo dalla Durenza, ed è
separata dalla Sorga appunto da codesta catena di poggi; soddisfa insomma
ad una sola delle condizioni a cui vedemmo dover sottostare il picciol borgo.
(i) Vi te, ed. Solerti, p. 339.
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
'47
da Avignone e dal Rodano, sui confini del Contado Venissi no con
la Provenza propriamente detta. La Durenza ne è lontana: v’è anzi
tra mezzo un altro fiume, il Coulon. Quanto alla Sorga, per an¬
dare a diporto lungo le « chiare fresche e dolci acque » Laura
avrebbe dovuto ogni volta attraversare, per una strada faticosa,
che sale fino a 248 metri d’altezza, quel « chainon de montagne
« haut et escarpé » (1) che separa da Vaichiusa codesto minu¬
scolo villaggio sperduto tra le montagne (2).
La strada da Cabrières alla sorgente della Sorga passa per
Lagnes. Ecco un altro paesello a cui è stato attribuito l’onore
d’aver dato i natali a Madonna Laura. In un libro messo in¬
sieme senza alcun lume di critica, lavorando di fantasia allegra¬
mente (3), Giacinto d’Olivier-Vitalis, bibliotecario di Carpentras,
pronto a giurare sul domina che Laura dev’esser nata, vissuta
e morta nelle vicinanze di Vaichiusa, collocò in Lagnes, o nel
suo territorio, il castello avito della illustre donzella ; la quale
egli, interpretando a modo suo certi versi dell’egloga X del Duco -
licori carmen, immaginò figliuola d’un discendente del cavaliere
Isnardo di Lagnes (4). Movendo dalla casa del Petrarca in Vai¬
chiusa, una strada — riferiamo le testuali parole del D’Olivier-
Vitalis — « conduit à un hameau que l’on nomme les Bastides;
« à gauche est le quartier, sur une petite élévation, appeló le
* Bondelon; puis vient, par un chemin abrégé qui conduit à
« Lagnes, pris dans le torrent, un quartier appeló les Pinettes,
« et quelques ruines, dans une petite piaine, d’une maison qui
« me paraitrait avoir étó la demeure des parents de Laure » (5).
Inutile soggiungere, che quest’ultima è un’ipotesi totalmente
(1) Courtet, Op. eie ., p. Ili.
(2) Net 1455 la terra di Cabrières era disabitata ; nel 1877 aveva soltanto
691 abitanti. Un tempo Cabrières ( Capraria ) dev’esser stata semplicemente
un luogo di convegno di caprai (cfr. Courtet, loc. cit.).
(3) L'illustre chatelaine des environs de Vattcluse: la Laure de Pé-
trarque , Parigi, Teschener, 1842.
(4) Ivi, pp. 152, 225 sgg. e 237.
(5) Ivi, p. 268.
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48
F. FLAMINI
gratuita ; al pari della successiva, che il famoso bagno di Laura
sia avvenuto in una fontana eh'è in codesto « quartier dit les
« Pinettes ». Importa, piuttosto, rilevare quell’accenno a Bon-
delon; nome del cucuzzolo erto d’un poggio che vedremo da ta¬
luno designato addirittura come il nido della fenice celebrata
dal Petrarca. Da questo poggio non dista molto il villaggio di
Lagnes, che n’è separato da una contigua altura; e questo vale
a spiegarci, come possa la carità del natio loco aver fatto va¬
gheggiare con intima soddisfazione l’ipotesi d'una Laura nata in
Lagnes anche ad un accademico valchiusano, l’abate André, che
nello scrivere aveva adottato, certo per sue buone ragioni,
appunto il nome di Luigi di Bondelon. Il quale, in un libric-
cino fra il sentimentale e l’umoristico, ricco d’ingenuità e di spro¬
positi (1), credè d’aver pronunziato l'ultima parola «sur cette
« Laure mystérieuse, qui jusqu’ici restait dans un nimbe lumi-
« neux mèlé de clair obscur », affermandola nata, vissuta e morta
in uno dei due castelli che formano la « masse imposante > i cui
avanzi dominano ancor oggi quel paesetto (2).
Ma che dobbiamo pensare di quest’aura identificazione proposta
pel picciol borgo ?
Lagnes ba su Cabrières un solo vantaggio: quello di esser
molto meno lontana dalla Sorga. Pel resto, mal risponde ugual¬
mente alle condizioni a cui, come s’è dimostrato, il borgo nativo
di Laura deve soddisfare. Dalla Durenza dista press a poco quanto
Cabrières, e v’è di mezzo parimente ilCoulon; chi s’aggiri nelle
vicinanze di Lagnes non può dir davvero di trovarsi in riva
al fiume che nasce in Oebenna. Dal Rodano separano questo
villaggio più di ventotto chilometri. Non si può dunque dire,
neppure, ch’esso sia « dove Sorga e Durenza in maggior vaso |
(1) Dècouverte sur Laure. Vaucluse et ses souverurs expliquès aux *i-
siteurs 5 , Vaucluse, Coursant, 1879. La « vera Laura del Petrarca », di cui
quest'abate si vanta scopritore, sarebbe stata una fanciulla della casa d'An-
cezune, ramo di Codolet. Ma si tratta d'un parto di fantasia e nulla più !
(2) Per tali avanzi, Courtbt, Op. cit., p. 183.
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TRA VALCHIOSA ED AVIGNONE
49
« confondon le lor chiare e torbide acque ». E se anche non si
volesse accettare per autentico il frammento di capitolo dei
Trionfi a cui appartengono questi versi, non s’attaglierebbero
in ogni modo a Lagnes e al suo territorio le parole dell’egloga:
* locis qua se, diversis montibus acti, | Sorga nitens Rodano
« pallensque Ruentia miscent », le quali (come sappiamo) si ri*
feriscono ai luoghi dove «creverat ad ripam fluvii pulcher-
« rima laurus». Poiché nelle vicinanze di quel villaggio la
Sorga è appena all’inizio del suo corso; e basta dare un’oc¬
chiata alla cartina d’insieme a cui ho già avuto occasione di ri¬
chiamarmi, per convincersi dell’assoluta improprietà di quella
circonlocuzione geografica, qualora la si volesse applicare a luoghi
che, come Lagnes e Gabrières, appartengano allo stesso nodo
montuoso donde scaturisce uno dei due fiumi in essa mentovati.
D’altra parte, è ovvio identificare codesto nodo montuoso, co-
desto baluardo (diciamola con lo stesso signor di Bondelon, così
pratico delle alture valchiusane) « d’abrupts rochers, de col-
« lines tourmentées » (1), al cui lato di mezzogiorno appaiono
addossati i villaggi in questione, cogli «aspri colli» donde il
Petrarca — tornato, dopo la morte di Laura, appunto colà, presso
la sorgente della Sorga — mirava la contrada che le avea dato
i natali. Io non vedo, pertanto, come si possa collocare il picciol
borgo su quei poggi medesimi dai quali egli lo osservava ! Sa¬
rebbe inconciliabile, in tal caso, il fatto che (come sappiamo) la
fiamma del poeta fu favilla, il gran lauro a lui caro fu verghetta,
sul pendio d’una collina (2), coll’altro che, visto di lassù,quel
borgo poteva dirsi in pianura:
I' ho piea di sospir quest’aere tutto
d'aspri colli mirando il dolce piano
ove nacque colei, ecc. (3).
(1) Op. cit., p. 7.
(2) Vedi il 8on., già cit., Almo sol, quella fronde ecc. (Rime, CLXXXVlll).
(3) Rime, CCLXXXVIII.
Giornali itorico. — Sappi, no 19. 4
»
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F. FLAMINI
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Se Laura fosse nata sopra uno di quei colli del nodo alpino
valchiusano, sia pure meno aspro degli altri, come avrebbe
il Petrarca potuto dire, stando su di essi ed avendo a breve di¬
stanza codesto poggio, ch'egli guardava il piano dov’ella nacque?
Se ci è vicino, per quanto osservato dall'alto e per quanto
« umile », un colle è pur sempre un colle, e chi lo guarda non
può certo prescindere da esso e dire : « io guardo il piano » !
Questo fortissimo argomento sta contro anche ad un’altra ipo¬
tesi sul luogo di nascita di Laura (e conseguentemente sulla
scena degli amori petrarcheschi), che, immeritamcnte fortunata,
in questi ultimi anni è stata difesa da studiosi del Petrarca molto
rispettabili. Alludo alla candidatura di Galas, messa fuori dal¬
l'abate Costaing de Pusignan, conservatore dei Musei d’Avi-
gnone, novant’anni or sono(l), accettata da Salvatore Betti (2),
risuscitata recentemente dal Wulff, propugnata anche dal profes¬
sore Nino Quarta. Con essa restiamo nelle vicinanze di Lagnes e
tra le alture valchiusane; anzi, se vogliam credere a chi ciò af¬
ferma recisamente, « toutes les forèts dans les environs de Vau-
« eluse, de Lagnes et de Gabrières, étaient désignées par le nom
« générique de contrée ou quartier de Gallas, valles Gallesi » (3).
Il Costaing intorno ad una sua fantastica Laura dei Baux, della
casa d’Orange, ha ordito un romanzo nel quale anche i luoghi
ove si svolge, sono scelti secondo le sue intenzioni. Giacché
si tratta di un romanzo a tesi, e la tesi che vi si vuole dimo¬
strare è la solita sostenuta, per amor patrio, dagli studiosi vai-
(1) La Muse de Pètrarque dans les collines de Vaucluse, ou Laure des
Baux, sa solitude et son tombeau dans le vallon de Galas, Parigi,
Rapet, e Avignone, Bonnet, 1819.
(2) La Laura del Petrarca •, Modena, 1866 (estr. dagli Opuscoli religiosi,
letter. e morali di Modena), pp. 4-5 e 31. Al Betti, peraltro, non isfuggì la
stravaganza di certe interpretazioni date alle parole del Petrarca dal Co¬
staing in queste che il Courtet ( Dictionn. cit., p. 369 n.) giustamente ebbe
a definire « plates et ridicules élucubrations », e il Bayle (Le véritable etn-
placement ecc., cit. più avanti, p. 25) dichiarò « incommensurablement au-
« dessous de la critique ».
(3j D'Ouvier-Vitalis, Op. cit., p. 156.
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TRA VALCH1DSA ED AVIGNONE
51
chiusani: Laura dev’essere nata, vissuta e morta in Vaichiusa.
Ma dove, precisamente? Il bravo abate ha avuto quel che si
dice un lampo di genio. L’egloga XI del Petrarca s’intitola Oa -
lathea ; all'entrata della valle esterna di Vaichiusa v’ha il colle
di Qalas: non è chiaro, non è lampante? Laura è la ‘dea di
Qalas ’. Peccato che su quel poggio il castello ove abitava « cette
« vestale célèbre » oggi più non esista! Ma, per compenso, c’è
la tomba di lei. Sicuro! Il fortunatissimo Costaing ha trovato
anche questo; e in una tavola annessa al suo libro riproduce —
abbastanza fedelmente (1) — la cappelietta di Saint Nicolas, che
trovasi ai piedi del declivio occidentale del colle di Galas presso
la strada che mena a Lagnes, dandola senz’altro come il tumulo
della diva.
Che la bislacca etimologia di Galathea possa esser sembrata
verosimile anche ad un altro inetto alla critica e traviato da
preconcetti, il D’Olivier-Vitalis (2), nulla ha di strano. Così pure
non c’è da stupirsi, se lo stato maggiore francese, nelle sue carte,
al nome di Saint Nicolas ha soggiunto « tombeau de Laure »,
accettando, per quanto senza il conforto di tradizioni locali, l'i¬
dentità che trovava data per sicura in un lavoro come quello
notissimo del Costaiug, dedicato proprio a Laura nelle colline di
Vaichiusa ed alla sua tomba (3). Ma non può non esser cagione di
maraviglia vedere un filologo sagace e dotto, quale è Federico
Wulff, far buon viso all’ingenua trovata del Costaing circa il
(1) 11 suo disegno si può mettere a confronto con la riproduzione foto¬
grafica del Wulfk ( Petr. at Vaucluse cit., fig. 20*).
(2) L’illustre chatelaine ecc., p. 156.
(3) Si noti, che il Costaing adduceva a suffragio delle sue invenzioni i
versi del Petrarca stesso, rifacendoli a modo suo e dando ad intendere che
quella ch’ei ne fabbricava, era la lezione genuina, trovata ne' codici ! Cosi,
neU'cgl. X, ì versi « Atque hic, multa iubens, e sede verendus acerna | for-
< mosusque giga» lucum omnem fronte serena I et pastorali rus maiestate
< regebat » (ed. Avena, p. 151) diventano tra le mani del grossolano impo¬
store : « Atque hic, multa jubendo, Sorgiae vir decus arvi | formosusque,
« Galas lucum omnem fronte serena | ac praetoris leni maiestate regebat »
(p. 44 n.) !!
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F. FLAMINI
significato di Oalathea nell’egloga petrarchesca, pur sapendo be¬
nissimo quale è la vera etimologia che il poeta dava di codesto
nome, tolto in prestito da Virgilio (1). E più ancora sorprende,
ch’egli dia retta alle fandonie di quell’abate immaginoso intorno
al luogo ove Laura giace; mentre abbiamo in proposito l’espli¬
cita attestazione del poeta, che (come ognun sa) la afferma
sepolta, non già in Vaichiusa, bensì nel convento dei Francescani
ad Avignone, in quella nota del Virgilio dell'Ambrosiana, che il
Wulff stesso ha studiato con molta cura (2), e della cui auto¬
grafìa non dubita punto (3). Tra i due, Francesco Petrarca e
il signor Costaing, l’impostore sarà dunque il primo? Il Wulff
non esita a parlare addirittura di « supercherie », di mala fede,
onde il poeta si sarebbe reso colpevole in quella nota « dans un
« but special : son intérèt artistique et personnel plutót que celui
« de la vérité * (4). Ma a questo speciale intento, che gli avrebbe
fatto inventare dati precisi di tempo e di luogo contrari al vero,
a questo * interesse artistico e personale », che non so vedere
quale mai potrebb’essere stato, chi vorrà credere senza prove?
E se veramente, come pensa il filologo svedese, il Petrarca
avesse voluto ingannare i posteri intorno al luogo del suo primo
incontro con Laura e a quello della morte e della sepoltura di
(1) < Galathen • candida seu lactea dea ' interpretatur. Gala est * lac ' ».
Così nell'ultimo di quei tre paragrafi d'un suo commento alla prima egloga
virgiliana, che il Petrarca scrisse sul recto dello stesso foglio di guardia del
Virgilio ambrosiano sul cui verso si legge la nota intorno a Laura. 11
Wulff, che li riproduce, e ne dà il fac-simile ( Deux discours sur Pétr. en
résumé, in Fórhandlingar vit det V/« allmànna Nordiska Filologmótet i
Opsala, Upsala, 1902), li crede composti fra il 1339 e il '40, allorquando il
poeta attendeva a prepararsi per l'esame pubblico in Napoli davanti al re
Roberto. Quell'etimologia del nome Galattica era dunque presente alla me¬
moria del Petrarca fino da allora; e giova notare che il foglio ov'è scritta,
secondo ch'egli stesso afferma nella nota su Laura, gli tornava spesso sotto
gli occhi.
(2) Vedi il suo articolo La note sur le Virgile de l'Ambrosienne, Upsala,
1901 (in Nyfilologiska Sallshapet i Stockholm ).
(3) Cfr. Deux discours sur Pétr., cit., p. 26.
(4) Ivi, p. 11.
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
53
lei, non avrebbe trovato, egli che tanto scriveva di continuo pel
pubblico, un luogo a ciò più adatto di quel foglio di ricordi ed
appunti, destinato a' suoi occhi e tale che facilmente avrebbe
potuto sottrarsi agli altrui?
Quest’ipotesi ed un’altra, ancor più arbitraria, che balza
fuori inaspettata a un certo punto del discorso del WulfT sul
Virgilio ambrosiano — secondo la quale ci sarebbero state
due Laure: l’una Galalhea, la dea di Galas, l’altra una bella e
virtuosa matrona d’Avignone, donna-schermo e niente più (1) —
procedono dal bisogno di trovare ad ogni costo il modo di
conciliare l’inconciliabile, per salvare la vecchia idea vellu-
telliana d’una Laura nata, vissuta e morta in Vaichiusa e nei
suoi dintorni ; idea non più sostenibile quando si sia ammessa (e
oggidì non è più lecito dubitarne!) l’autografìa della nota famosa.
Il Wulff è persuaso d’aver fatto, nelle sue esplorazioni valchiu-
sane, una scoperta preziosissima: quella del « colle di Laura ».
è
La bella donna è nata colà, e colà soggiornava ; verità acquisita,
inconfutabile, per lui. Il Petrarca, in qualche parte de’ suoi scritti,
dice cosa che contrasti con essa, o che la infirmi? Va rigettata
con sicura coscienza: il Petrarca ha mentito.
Vediamo donde mai nasca questo convincimento così saldo!
Un po’ di storia di quella ch’egli ed altri chiamano, senz’altro,
«la scoperta del luogo di nascita di Laura ».
Ad esplorare, in cerca del nido della bella fenice, le alture
di Vaichiusa, il professore di Lund fu indotto dalla lettura d’un
(1) « L’une et l'autre Laureto — scrive il Wulff (p. 6 ».) — auraient éti
« enlevóes par la peste en avril 1348; il aurait vu l'une la première foia le
4 lundi-saint 8 avril 1327 à Avignon, l'autre, née vera 1315, dans une belle
4 prairie au bord de la Sorgue, vendredi-saint (le 6 avril) 1330 ».
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F. FLAMINI
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libro ch’ei giudicò d’alto valore: il primo volume del Canzo¬
niere di Francesco Petrarca cronologicamente riordinato, con
illustrazioni storiche e commento «novissimo» di Lorenzo Ma-
scetta, edito nel 1895, pei tipi del Garabba, a Lanciano. Vero è,
che il Mascetta aveva identificato il picciol boi'go coll’lsle-sur-
Sorgue, lontana da Vaichiusa alquanti chilometri, collocandovi
anche la scena di quell’incontro del poeta con Laura « fra due
« riviere », « in mezzo di due fiumi », ch’egli identifica coi rami
%
della Sorga che contornano e traversano quella graziosa citta-
duzza. Ma all'Isle non esistono colline, e i « dolci colli » di cui
tante volte si fa menzione nel canzoniere, anche secondo il Ma¬
scetta vanno identificati con quelle prime alture valchiusane di
tra le quali sbocca nell'aperto piano la Sorga ; d'altra parte, nel
libro di questo nostro studioso il Wulff trovava una disamina
d’alquanti sonetti del Petrarca dalla quale anche a lui, come al
Mascetta, pareva risultar provato, che il vero modo per iscoprire
« il colle di Laura » e gli altri circostanti dovesse essere il sa¬
lire su quelle medesime alture dove il Petrarca, quando trova-
vasi in Vaichiusa, faceva ascensioni quasi giornaliere, e di lassù
osservare poggi e paesi, e vedere quali corrispondessero alle
indicazioni forniteci dal poeta, quali fossero invece da escludere
interamente.
Pensò, pertanto, il prof. Wulfif di mettersi per la via additata
dal suo predecessore: cioè recarsi a Vaichiusa, salire sul « sasso
« o colle più alto », che doveva essere il punto donde il Pe¬
trarca contemplava il colle di Laura e la casa di lei e Inaura
stessa (i), visitare anche il castello del vescovo di Cabassole,
osservar bene tutto ciò che si vede di lassù, coll’aiuto « di quella
« piccola maraviglia — son sue parole — che si chiama Feldr
« stecher Zeiss », e con la scorta principalmente dei sonetti
Almo sol, quella fronde ch’io soia amo (CLXXXVII1), Se 7
sasso ond'è più chiusa questa valle (CXVII), Due rose fresche
e colte in paradiso (GGXLV), Qui dove mezzo son, Sennuccio
(1) Cfr. Mascetta, Op.cit., p. 7.
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TRA VALGHI OSA ED AVIGNONE
55
mio (CXIII) e qualche altro (1). Pertanto, il 5 marzo del 1901
egli, in compagnia d'un suo figliuolo, munito d’un apparecchio
fotografico e d'una guida nativa di Vaichiusa, prese per prima
cosa a « inerpicarsi su per lo scoglio o roccia ove trovansi gli
« avanzi del castello del vescovo di Cavaillon » (2) ; poi, dacché
di là, o almeno dai piedi del castello, ben poco si vede del piano,
seguitò a salire, in direzione di mezzogiorno. Ed ecco che, « prima
« di faro il giro dell’angolo meridionale del gran sasso », egli
vide ergersi sempre più distintamente sulla collina di Qalas a
sinistra deiracquedotto (3), separata dal luogo ove si trovava
soltanto da una piccola valle, « un'assai curiosa terrazza, o col*
« lina; un’altura, insomma, nettamente disegnata, formante una
« specie di piramide oblunga, tronca vicino alla base, prolungane
« tesi da tramontana a mezzodì, e con la superficie superiore
< singolarmente spianata » (4).
Al veder questa altura, il Wulff (« non saprei dire perchè »,
egli confessa) si sentì commosso, e corse col pensiero al verso
« Due rose fresche e colte in paradiso ». Poi, dacché, a suo
avviso, il soggiorno di Laura doveva esser visibile non solo dal¬
l’alto del « gran sasso » onde nasce la Sorga, ma anche dalle
sue « spalle », cioè dal declivio tra oriente e mezzogiorno, se¬
guitò a salire, « girando l'angolo meridionale del monte », per
un cammino « sempre più penoso e difficile * (5). Nuova com¬
mozione; questa volta, con grida di gioia. Di là la collina che
tanto ha colpito Timmaginazione del professore di Lund è ancora
visibile. Niun dubbio, dunque. Ecco il bel collo ove Laura sedeva
or pensando ed or cantando ; ecco l’amorosa reggia , « assisa
« trionfalmente sulla sommità dell'altra collina, la quale non è
(1) Cfr. Wulff, Trois sonnets de Pétrarque selon le ms. sur papier
Vatic. 3t96, Lund, 1902, p. 6.
(2) Così il Wulff stesso, nella sua prima relazione della pretesa « scoperta >
(L'< amorosa reggia » del Petr., in Riv. d'Italia , an. 1901, fase. 10, p. 262).
(3) Vedi sopra, a pag. 3.
(4) L * amorosa reggia » ecc., p. 263.
(5) Vedi la nostra fig. 3*.
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56
F. FLAMINI
altra cosa se non la collina di Galas ». Il Petrarca la mattina
si sarà levato per tempo, in modo da trovarsi là al sorger del¬
l'uno e dell’altro sole. Quel sentiero a zig-zag, che si vede sul
poggio di fronte, dev’esser proprio lo- stesso « che lo conduceva
« alla dimora di Laura », e ch’egli ripercorrerà, dopo la morte
di lei, piangendo e sospirando: « Dolce sentier che sì amara
« riesci; | colle che mi piacesti, or mi rincresci » ecc. (1).
Convinto d’essere in possesso del vero, il Wulff s'affrettò a
divulgare largamente il risultato della sua esplorazione petrar¬
chesca. Ne rese conto prima in italiano, nel citato articolo della
Rivista d'Italia; poi in isvedese, nel Finn (2), in francese, nei
Fòrhandlingar vid dei VI* allmànna Nordiska Filologmòlet di
Upsala (3), in inglese, in un opuscolo a parte, corredato di 27 ri¬
produzioni di vedute fotografiche e di un utile schizzo delle al¬
ture di Vaichiusa, ricavato, per ingrandimento, dalla carta della
stato maggiore francese (4). E trovò subito un fiero oppositore
in Enrico Sicardi (5) e un difensore caloroso e convinto in Nino
Quarta (6); il quale, anzi, non esitò ad intitolare il suo scritto Su la
recente scoperta del luogo di nascita di Laura (7) e a dichia¬
rare che tale scoperta « nella storia dell’ermeneutica delle rime
« petrarchesche segna una data cosi importante come quella se-
« gnata nella storia del testo dalla scoperta del canzoniere au-
« tografb » !
Io ho molto rispetto, ed anche un’assai viva simpatia, pel col¬
lega dell’Università di Lund, che porta ne’ suoi studi intorno
alla vita ed all’opera del Petrarca tanta diligenza, tanto sapere
(1) Rime , CCC1 (son. Valle che de' lamenti ecc., vv. 6-7).
(2) Petr. i Vaucluse, cit.
(3) Detta discours ecc., cit.*
(4) Petr. at Vaucluse , cit. Delle vedute qui riprodotte, quattordici eran già
nella memoria in isvedese.
(5) Alla ricerca dell' < amorosa reggia » del Petr., in Riv. d'Italia,
an. 1902, fase. 1*.
(6) Ne’ suoi Studi sul testo delle rime del Petr., Napoli, Muca, 1902,
pp. 130-56.
(7) Ivi, p. 130.
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TRA VAI.CHIOSA ED AVIGNONE
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ed un fervore d'entusiasmo che si direbbe in contrasto con la
sua natura di uomo del settentrione. Così pure, del Quarta co¬
nosco da un pezzo la sagacia e la speciale preparazione alle inda¬
gini petrarchesche. Ma, dopo aver considerato con perfetta obiet¬
tività la loro opinione e saggiato la solidità degli argomenti su
cui si fonda, dopo aver visitato i luoghi più volte e senza fretta,
dopo aver riflettuto per anni ed anni sulla questione che sol¬
tanto ora, Analmente, m’induco a trattare ancora di proposito,
non esito a dir loro: — Amici cari, le vostre interpretazioni
sono ingegnose, non c’è dubbio; ma, considerate per bene, non
reggono. « Onde la traccia vostra è fuor di strada ».
Prima di tutto, in che modo il WulfT rimuove la già accen¬
nata difficoltà^ gravissima, che si oppone all’identificazione del
« colle di Laura » (chiamiamolo pure così) con una qualsiasi
delle alture valchiusane? In un modo che a lui pare il più sem¬
plice e naturale di questo mondo: inserendo una virgola fra dolce
e piano nel verso « d’aspri colli mirando il dolce piano ». Così
piano di sostantivo si tramuta in un aggettivo che si contrap¬
pone ad aspri (i). 0 non è piana, cioè « pianeggiante », la su¬
perficie superiore del colle ov’egli crede sia da collocare l’amo¬
rosa reggia? — Al Wulff, straniero, che non può sentire quanto-
un costrutto cosi sforzato sarebbe contrario all’indole della nostra
lingua, si può perdonare questo ed altro! Ma è chiaro quanto
la luce del sole, che piano nel verso ora citato non può essere
che un sostantivo, nè può significare altro che « pianura ». Ciò
ammette, tacitamente, anche l’avvocato del Wulff, il Quarta, e
cerca un'altra via d'uscita. La dimostrazione tentata dallo stu¬
dioso svedese e da lui, al modo istesso di quella che noi veniamo
facendo, si fonda su particolari topografici desunti dalle opere
del Petrarca. Or che fa egli per conciliare il sostantivo piano
con la ragguardevole altezza del colle di Galas? Rinnega, a un
tratto, gli strumenti d’indagine onde s’è valso fino a quel mo¬
ti) Cfr. Petr. at Vaucluse, p. 27 n.
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F. FLAMINI
mento. — Il poeta, egli osserva (i), non ha alcun obbligo di dire
la verità: egli non è nè uno storico nè un geografo; la rima, il
ritmo, le necessità artistiche possono indurlo a mentire —. E sta
beno; ma allora, gettati dalla finestra gli strumenti del mestiere,
pensiamo a chiuder bottega ! Se no, si provi il Quarta a spiegare
come possa quell’amor dell’antitesi, ch’egli invoca, aver indotto
il Petrarca a definire « dolce piano » in contrapposto ad « aspri
colli » (qualche cosa, dunque, che fa pensare al « dolce piano »
dantesco, che « da Vercelli a Marcabò dichina *) (2) un poggio
che s’erge, a cosi breve distanza, di fronte al « gran sasso », e
per poco non lo uguaglia in altezza!
lo son salito al castello del Vescovo, e di là sulle « spalle »
del gran sasso donde Sorga nasce. Quivi non il piano mi stava
di fronte; bensì una barriera d’alture, non molto meno aspre di
quelle dove mi trovavo, e dominate tutte proprio da quel cacume
spianato di montagna, che, secondo il Wulff, avrebbe veduto
nascere madonna Laura (3). Ho poi seguitato ancora ad ascen¬
dere, fino all’orlo della roccia suprema, tagliata a picco; e neanche'
di lassù lo spettacolo m’apparve sostanzialmente diverso: sempre
alti colli davanti a me, e sempre sopra di essi quella gran pi¬
ramide tronca (4); del piano, una visione parziale, imperfettis¬
sima, appunto perchè intercettata da codeste alture, e massime
da quella che, secondo il Quarta, il Petrarca, per una mador¬
nale licenza poetica, avrebbe invece addirittura confusa col piano
stesso. Un dubbio eterodosso si è allora impossessato del mio spi¬
rito: — Ma è proprio certo quello che io stesso ebbi già sull’altrui
fede ad affermare (5), quello che ad una voce proclamano il Ma-
scotta, il Wulff ed il Quarta? Il Petrarca usava veramente sa¬
lire quasi ogni giorno, di buon mattino, sul « gran sasso », per
(1) Op. cit., pp. 146-47.
(2) Cfr. lnf., XX Vili, 74-5.
(3) È il paesaggio, triste ed inameno, che il Wulff stesso ha riprodotto
nella fig. 16* del suo Petr. at Vaucluse.
(4) Vedi la fig. 17* del Petr. at Vaucluse.
(5) In questo Giorn., 21, 348-49.
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TRA VALCHIUSA KD AVIGNONE
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rimirare di quassù il soggiorno della sua donna? Badiamo. Dal
sonetto Amcn\ che vedi ogni penserò aperto nulla si ricava in
proposito: esso è tutto quanto un’allegoria, ed ebbi torto, altra
volta, di sospettarvi nella prima terzina (i) un’allusione alle fa¬
tiche durate dal poeta per raggiunger la sommità di questo
declivio. Resta perciò soltanto l’altro sonetto, famigerato. Se 7
sasso, ecc. Andiamo a rileggerlo là sul pendio del colle opposto,
per modo da aver di fronte il « gran sasso * coll’intero declivio
esteriore del valloncello ove nasce la Sorga. —
Così feci; e cosi ora invito a fare chi legge, mettendogli di¬
nanzi, nella flg. 3‘ (a cui già ebbi a richiamarmi a pag. 5),
tutto ciò che vedevo mentre, nel vero luogo atto a dissiparne
la pretesa oscurità, venivo rimuginando que' versi cosi discussi
e bistrattati, che nè richiedono per esser intesi tanto sforzo, nè
meritano (chi voglia esser equo) tanta acrimonia di vituperi.
Prima di tutto, dov’è, o dove immagina d’essere, il poeta quando
scrive questo sonetto? Si può rispondere con parole sue, dettate
parimente mentr’egli trovavasi in Vaichiusa senz'altra compagnia
che l’«imagine» di Laura, viva ma lontana:
Sotto un gran sasso,
in una chiusa valle ond’esce Sorga,
si sta (2).
Segregato dal mondo, dentro quel vallone angusto, chiuso € d’ogni
« intorno * (3), e più visibilmente, più paurosamente, da codesta
alta rupe (4), l’esule volontario, il romito d’amore, leva lo sguardo
su all'enorme parete di roccia sovrastante alle scaturigini della
Sorga, che costituisce la fronte o, coni’ egli dirà nel sonetto,
(1) « Ben veggio io di lontano il dolce lume | ove per aspre vie mi sproni
« e giri > ecc. (Rime, CLX11I).
(2) Rime , CXXXV (canz. Qual più diversa e nova, in fine).
(3) Gfr. Rime, CXVI (son. Pien di quella ecc., v. 9).
(4) Nella figura che ci Bta davanti, questo vallone s’indovina dietro il
declivio ch'ò alla nostra sinistra.
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F. FLAMINI
« il viso * del gran sasso (i), e corre col pensiero a tutti i
cari luoghi da cui si vede disgiunto. Dietro quella rupe, proprio
nelTistessa direzione di S.E., c’è l'Italia, c’è Roma, presente sempre
al suo spirito per quella vicina vergogna d’Avignone papale. A
destra, di là dalla parete a picco che, movendo dalla fronte del
sasso, continua da codesto lato lo sbarramento, son « quelle
« parti » (2) ove la sua donna soggiorna. Da lei si sente riamato;
ella accoglie benignamente i suoi sospiri: ma non la può vedere;
anzi non può nemmeno vedere i « bei luoghi » (3) ove soleva
incontrarla, se non s'induca a fare una passeggiata molto lunga
e faticosa.
Tali le circostanze di fatto da cui il sonetto appare originato.
Di più contiene soltanto una fantastica immaginazione ed un
luogo comune della retorica amorosa. Il poeta comincia con questa
ipotesi:
Se '1 sasso ond’è più chiusa questa valle,
di che ’1 suo proprio nome si deriva,
tenesse volto, per natura schiva,
a Roma il viso ed a Babel le spalle;
i miei sospiri più benigno calle
avrian per gire ove lor spene è viva.
E la conseguenza dell’ipotesi è giusta. Se la fronte del sasso, che
prospetta il valloncello, fosse volta invece a S. E. (verso Roma)
dov’esso ha le spalle (cioè ‘ il pendio che nella nostra figura è
alla destra di chi guarda ’), l’angusto vallone, colmato in tal
caso da quella che ora è la parte posteriore dell’«orrido monte >,
non esisterebbe più; e così il poeta, nel punto in cui egli è
(1) È il lato di sinistra, prospiciente il valloncello interno, del grande
masso che forma il vertice di quella specie di triangolo. Anche lo Zumbini
( Vaichiusa, nei cit. Studi sul Petr., p. 264) dice giustamente, che < la mas-
« sima rupe al cui piede nasce la Sorga, è come la fronte della montagna
« di Valchiusa ».
(2) Cosi nel sonetto stesso che andiamo spiegando (v. 11).
(3) Ivi.
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
61
quando scrive il sonetto, verrebbe a trovarsi, anziché giù in fondo
ad un burrato, nella parte più alta d’un declivio volto a N. E.
e ad E. (verso Avignone). Di lassù i suoi sospiri, non più im¬
pediti da barriere montuose, potrebbero — ecco la sottigliezza
retorica a cui accennavo — andarsene spediti alla sua donna.
« Or vanno sparsi », continua il poeta. Ed è naturale: essi ora
si frangono, sparpagliandosi, contro la parete di pietra inter¬
posta fra lui e l'amata. Ma il guaio non è pei sospiri: bene o
male, essi varcano codesta parete, e, se non uniti, alla spiccio¬
lata (1), raggiungono madonna Laura, e ne sono accolti dolce¬
mente, e colà ristanno con diletto. 11 male è per gli occhi; che
gli sguardi certo non posson fare quello che fanno i sospiri:
Degli occhi è '1 duol; che, tosto che s'aggiorna,
per gran desio de' be' luoghi a lor tolti
dànno a me pianto, ed a’ piè lassi affanno.
Gl'interpreti han voluto connettere questa chiusa col principio
del sonetto, e intendere che, se il sasso fosse situato in quei¬
raltro modo (cioè col « viso » volto a Roma e le « spalle » ad
Avignone), il poeta potrebbe risparmiare, o almeno aver molto
alleviata, la fatica che ora gli costa il voler rivedere i luoghi
dove Laura soggiorna. Ma a torto! Poiché il pendio interno del
vallone è da tutte le parti impraticabile (2); onde al gran sasso,
(1) « E pur ciascuno arriva | là dovio il mando > (vv. 7-8).
(2) Basta, por convincersene, dare un'occhiata a due delle nostre riprodu¬
zioni fotografiche: le fig. 5* e 6*, già illustrate (v. sopra, a pp. 7-8). Cadono
con questo le ingegnose interpretazioni del D'Ovidio e del Sicardi, non fon¬
date sulla conoscenza diretta dei luoghi. Il D'Ovidio (Quest, digeogr. petr.,
cit., pp. 70-1) credette che « il lato volto ad oriente, cioè verso le Alpi e
« l'Italia, > della rupe della Sorga avesse un declivio più dolce, tale che, per
quel voltafaccia di essa rupe, il Petrarca, < seguitando ad abitare sul vcr-
« sante occidentale che guarda Avignone, non avrebbe avuto più bisogno di
« fare una faticosa salita >. 11 Sicardi (Alla ricerca dell'* amorosa reggia >
del Petr., cit., pp. 5-8 dell'estr.) pensò che il poeta < dall'interno di quella
< chiostra » si sia inerpicato sovente, « innamorato com'era », fin su al
* picco più occidentale > [quale? il gran sasso?] degli aspri colli, per vc-
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F. FLAMINI
comunque orientato, non si può ascendere se non per un
solo declivio: quello esteriore, di ponente e mezzogiorno, che ci
sta dinanzi nella figura da tener sott’occhio, e ch’è aspro pres¬
sappoco ad un modo tutto quanto. Il Wulff, il quale erronea¬
mente Identifica il viso del sasso, anziché con la gran parete,
volta a settentrione, a' cui piedi nasce la Sorga, coll’interno
del lato orientale del sasso medesimo (i), non dice quale van¬
taggio potesse ripromettersi il Petrarca, pel più agevole adem¬
pimento della sua brama di rivedere il soggiorno di Laura, da
queirimmaginario voltafaccia del sasso. Il Quarta lo fa consistere
nella maggior brevità del cammino che s'avrebbe a percorrere
per raggiungere dall’interno del vallone il declivio esteriore (2).
Ma sul serio si può parlare, in tal caso, d’un vantaggio da far
fantasticare quel diverso assetto della rupe della Sorga? 0 se, al-
l’uscire dal valloncello, dove il Petrarca aveva la casa, alquanti
jugeri di terreno e due giardini, e che nondimeno è talmente
angusto, « che al passeggierò par quasi di trovarsi dentro un u-
« nica stanza » (3), subito — appena fuori dal cosiddetto tunnel
romain (4) — si trova la via per salire al castello del Vescovo
dere di lontano il soggiorno della sua donna ; e che di lassù abbia osservato,
« chissà quante volte >, la molto minore asprezza del versante opposto a
quello per cui egli saliva, e cosi gli sia venuta l'idea di uno scambio tra il
pendio impervio e il meno disagevole. Ma nell'interno della valle chiusa la
costa non ha inai pendenza moderata, < sì che possa salir chi va senz'ala ».
Intorno alla Sorga nascente, nuU'altro se non < rupes et avia, prorsus, nisi
4 feris aut volucribus, inaccessa» (cfr. Fam., lib. Xlll, epist. 8*; ed. cit.,
II, 251).
(1) L' < amorosa reggia » del Petr., cit., p. 264.
(2) Studi sul testo ecc., pp. 138-39.
(3) Cfr. Zumbini, Op. cit., p. 274.
(4) Vedi la fig. 6* bis . E questa 4 volta oscura tagliata nella pietra »
(così il Guérin, nella Description de la fontaine de Vaucluse, ricordata a
pp. 23-4 dell'opsc. del Bayle sul vero sito della casa del Petr. dev’esser pro¬
prio la 4 textudo vi vis ex lapidibus curvata» — non dissimile 4atriolo
4 ilio ubi declamare solitus erat Cicero » —, sotto la quale il Petrarca tro-
vava, per istudiare all'aperto, un comodo riparo contro gli ardori estivi, e
che, disgiunta solo da un ponticello dal secondo dei due suoi giardini, era
nell'ultima parte, la più prossima all’esterno, di quel piccolo vallone che potea
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t>. a bi * Il tunnel romain all’entrata «lei Valloncello.
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I
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TRA VALCH1DSA ED AVIGNONE
63
e di là sul dorso del gran sasso , via certo ancor più agevole,
e meglio tenuta, allorquando abitava lassù il signore del luogo,
Filippo di Cabassole?
La verità è, che nulla, proprio nulla, si può ricavare dalla
chiusa del famoso sonetto, per cui sia lecito collocare, a pre¬
ferenza che altrove, sul pendio occidentale e meridionale del
gran sasso la via che il Petrarca soleva affaticarsi a percorrere,
mettendovisi allo spuntar del giorno, per rivedere la dimora del¬
l’amata. La verità è, che codesta chiusa è anzi un formidabile
strumento d’assalto contro l’ediflzio frettolosamente architettato
dal Wulff, puntellato con atletici sforzi da Nino Quarta! Poiché
come spiegare quel gran desio che tormenta il poeta, sì da farlo
piangere, di rivedere i « be’ luoghi » ove Laura soggiorna; come
spiegarci ch’egli li dica tolti (notate: tolti , addirittura) a’ suoi occhi;
come intendere, soprattutto, quel travaglio, quella stanchezza data
ai piedi per andarli a guardare; se essi fossero stati a cosi breve
distanza dal valloncello, se fossero stati li subito, all'ingresso della
vallata esteriore di Vaichiusa? Certo il Wulff o il suo ingegnoso
difensore non vorranno dare ad intendere a chi s’acconci alla
loro opinione, che Laura si sia come rincantucciata su quel co¬
cuzzolo — vedremo più innanzi di che natura — che gli abi¬
tanti del luogo chiamano Bondelon (o, secondo l'aperta e stra¬
scicata pronunzia del contado Venessino, Bonne de long), e che
pel filologo svedese è ormai nient'allro che «il dolce colle»!
Poniamo pure la sua abitazione lassù: di necessità, uscendo di
casa, ella dovea percorrere le pendici del colle di Galas. Inoltre,
non è possibile che non la tentasse, con la verde sua frescura
d’erbe e d’acque, quel tratto in cui la Sorga, fra l’entrata del¬
l’anfiteatro montuoso e le prime case dell'attuale Vaichiusa, as¬
sume per poco l’aspetto di un vero fiume (1), e ch’è il più ridente
dirsi tutto quanto la dimora del poeta (« ultima domus in parte >), dacché
nella prima parte, la più interna, egli s'era fatto l'altro giardino, « ultra quem
« nihil, niai rupes et avia » (Fam., lib. XIII, epist. 8*; ed. cit„ II. 251).
(1) Vedi sopra, a pp. 3-5.
«
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F. FLAMINI
ed attraente; non è possibile ch’ella non s’aggirasse anche, a di¬
porto, su queU’altra collina intermedia, fra Vaichiusa e Oalas,
bella e d’agevole salita, che costeggia appunto codesto tratto
della Sorga (1), ed è quella da cui ho potuto comodamente fo¬
tografare, a S.O. la parte meno elevata del colle di Galas col¬
l’acquedotto e l'ingresso della vallata (fig. 1*), a N.E. il declivio
esteriore del gran sasso con parte della borgata di Vaichiusa
(fig. 3*). Ecco, ammessa un istante per conforme al vero l’ipo¬
tesi del WulflT, « quelle parti » ove il Petrarca inviava i suoi
sospiri, quei «be’ luoghi * ch’ei si struggeva di rivedere; poiché
nessuno certo vorrà supporre, che con siffatte espressioni, così
late e comprensive, il poeta abbia voluto dinotare puramente e
semplicemente quel giogo pianeggiante di Bondelon ! Or come il
Wulfif e il Quarta non hanno pensato, che codesti luoghi il Pe¬
trarca li aveva subito davanti agli occhi, non appena uscito dal¬
l’angusto vallone che, in fondo, era casa sua tutto quanto? La
fig. 7‘, che li invito ad osservar bene, rievoca lo spettacolo che
si offre a chi volga gli sguardi in quella direzione dalla riva
destra della Sorga, a soli trecento metri dall’entrata della
« valle chiusa d’ogni intorno », di sul lembo del declivio che la
strada costeggia. Ebbene, quella collina che dissi intermedia fra
Vaichiusa e Galas, vi appare in tutta l’estensione del suo pendio
settentrionale, lambito dalla Sorga, e dietro ad essa, a diritta,
spunta in alto il profilo di Bondelon. Pochi passi ancora, e questo
giogo si dispiegherà anche meglio ai nostri occhi, unitamente
al resto dell’altura di Galas; come nella fig. 2*, che già avemmo
ad illustrare (2). Nessun bisogno dunque, pel Petrarca, di le¬
varsi « tosto che s’aggiorna » per rivedere codesti luoghi; nessun
bisogno d’ascendere il versante occidentale del gran sasso , di rag¬
giungere faticosamente le sue spalle , di fare, insomma, quello
che costituisce il presupposto sul quale unicamente si fonda la
pretesa scoperta del professore svedese. Il poeta usava andar
(1) Vedi la fig. 7«, dove questa collina campeggia nel quadro.
(2) V. sopra, a p. 4.
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TRA. VALCHIUSA ED AVIGNONE
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vagando per giornate intere, fuori dalle strettoie del suo vallon-
cello, lungo le rive del dilettoso duine, pei prati che le abbelli¬
scono, per le alture che le attorniano (i); e questi prati son
proprio sulla sinistra, fra Vaichiusa e Galas (2); e tra siffatte
alture, i colli da Galas al gran sasso erano i più prossimi alla
sua dimora e i più attraenti. I luoghi, pertanto, che, secondo il
Wulflf, il Petrarca lamenterebbe tolti a’ suoi sguardi, dovevano
stargli invece quasi sempre sottocchio! Anzi, poiché gli erano
a pochi passi da casa, ei li avrà certo percorsi sovente e in tutti
i sensi; ne avrà conosciuto ogni pendice ed ogni via. Più spe¬
cialmente ad essi è da credere corresse il suo pensiero, quando
in Avignone rimpiangeva i bei colli ombrosi sulle rive della
Sorga (3); chè al mons horridus, nè all’interno nè all’esterno,
non si convengono davvero questi appellativi.
Tutto, adunque, induce a collocare la meta di quelle passeg¬
giate faticose (4), per le quali il poeta si metteva in cammino al
primo albeggiare, e che lo stancavano tanto (5), fuori dalla breve
(1) « Me solivagum mane in silvia, sero autem in pratis, Sorgiae ripis
« obambulantem invenerunt... »; così nell'epist. 4* del lib. IV delle Familiari ,
scritta in Vaichiusa il 1* di settembre del 1340 (ed. cit., 1, 211). E nella 3* del
lib. VI (ivi, 336): « Videbis a mane ad vesperam, solivagum, herbivagum,
« montivagum, fontivagum, silvicolam, ruricolam, bominum vestigia fu-
« gientem, avia sectantem, amantem umbras, gaudentem antris roscidis
« pratisque virentibus >.
(2) Chi li ha visti anche una volta sola non può non riferir subito ad
essi l'espressione altrettanto appropriata quanto pittorica «prata ridentia»,
che il Petrarca usa là dove descrive Vaichiusa nell'epist. 6* del lib. XVI delle
Familiari (ed cit., II, 383).
(3) Ancor m’sTria tra* suoi bei colli foschi
Sorga, ch'a pianger e cantar m'aita.
Rime , CCLIX (son. Cercato ho sempre ecc., vv. 7-8).
(4) Affanno , riferito a* piedi, non può valere che 4 fatica 1 ; ed è questo,
infatti, il primo e piu comune significato che i lessici registrano di tale
parola. Non è punto necessario pensare a salite più o meno difficoltose:
basta la lunghezza della strada da percorrere, per ispiegare e la fatica e la
stanchezza.
«
(5) « Ai piè lassi» dice il poeta. Vedi anche Rime, CX XV (canz. Se l
penster ecc., st. I): < Men solitarie Torme | foran de' miei piè lassi | per
a campagne e per colli ».
fhomaU ttorico. — Sappi. n° 12. 5
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oe
F. FLAMINI
cerchia delle alture valchiusane, ben addentro in quella pia*
nura ove Laura era nata (1), e precisamente là dove, giù per
la valle della Sorga, la strada ch’ei soleva percorrere conduceva
(come vedremo) in prossimità d’un colle ben diverso dalle aspre
alture valchiusane; « quell*u mi 1 colle — egli scriveva —
ove favilla il mio soave foco,
ove il gran lauro fu picciola verga > (2).
Secondo il VVulff, questo colle non sarebbe altro se non la « cu*
4 riosa terrazza o collina » che s'erge « sulla rotonda collina di
4 Galas » (3). Terrazza o collina? Ma badiamo al valor dei voca¬
boli! Un colle sopra un altro colle? Ma che linguaggio geogra¬
fico è codesto? Bondelon non può in alcun modo chiamarsi un
colle per sè stesso: è un cocuzzolo, un giogo; è la vetta della
collina di Galas, la quale, dall’entrata del montuoso anfiteatro
protendendosi a formarne il lato tra occidente e mezzogiorno (4),
si leva in ultimo con un'erta gagliarda, terminata al sommo da
quella terrazza, da quel‘ripiano’(fig. 8 *; v. p. 71). Il colle in que¬
stione dovrebb’essere, adunque, il poggio di Galas, col suo culmine
scosceso: Bondelon. 4 Umile » davvero! Si pensi, che è codesta la
più maestosa delle alture valchiusane che s’offrono allo sguardo
di chi venga dall’Isle sur-Sorgue (5); che a chi la osservi dall’in*
terno della vallata di Vaichiusa, in prossimità dell’acquedotto.
(1) < Il dolce piano | ove nacque colei >, ecc. (v. sopra, a p. 27).
(2) Vedi sopra, a pp. 26-7. Si tenga ben presente il son. Valle , che de' la¬
menti ecc. (di cui più avanti, a pp. 68 e 148-49, daremo una compiuta spie¬
gazione), scritto appunto per istrada andando verso questo colle, come si ri¬
leva dalla seconda quartina e dalla terzina finale.
(3) Wulff, L' 4 amorosa reggia » del Petr., cit., p. 263 (e cfr. p. 269
in fine).
(4) Cfr. la fig. 1*. dove di questa collina si vede, a sinistra, un tratto.
(5) Lo stesso Wulff è costretto a convenirne. Questa collina di Bondelon
— egli scrive (Detta discours ecc., p. 23) — « vue d‘en bas est assez
< considera ble : on la distingue assez neltement de l'Isle-sur-Sorgue, on
4 la voit du chemin de fer qui méne fi Cavaillon, on la voit de toutea
4 parta ».
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
67
essa appare addirittura « superba » (1), alta pressappoco quanto
il gran sasso che le sta di contro a N.E.; che, infine, anche
dalle « spalle » di questo la si vede dominare trionfalmente
— l’avverbio è del Wulff (2) — le colline che le sono a fianco.
Umile no, neppure allora, ma meno elevato potrà apparire co-
desto poggio a chi lo guardi dall’estrema vetta del gran sasso (3).
Sennonché, immaginare ideato colassù, o anche soltanto sulla
estremità superiore delle « spalle », il sonetto in cui il Petrarca
ci parla dell' « umil colle » che gli sta dinanzi, è nè più nè
meno che assurdo. Poiché in esso, dopo aver detto che Laura
si trova « al bel soggiorno », il poeta soggiunge: « stiamo a mi¬
rarla »; egli è, dunque, nelle vicinanze della casa di lei (4). Ora,
se la bella donna dimorava sulla vetta del poggio di Oalas, se
l'appressarvisi, sia seguendo il corso della Sorga, sia traversando
la collina intermedia, era cosi piacevole ed agevole, perchè mai,
per vederla, anziché cercar luoghi comodamente propizi alle sue
contemplazioni d'innamorato, il Petrarca si sarebbe andato ad
arrampicare, con fatica gravissima (5), sopra, o vicino, a quel-
(1) Anche questo confessa il Wulff: « Vue de la vallèe, ... cette colline
«test superbe» (Deux discours ecc., p. 22 n.).
(2) L'€ amorosa reggia » ecc., p. 265. Si tornino ad osservare le figg. 16*
e 17* del suo Petr. at Vaucluse.
(3) Che il gran sasso s’inalzi a molte centinaia di metri, è un errore
ripetuto spesso, il quale manifestamente procede dall'impressione che fa,
pel suo aspetto selvaggio, quella rupe dalle enormi pareti tagliate a picco,
che sembra veramente altissima e nubibus par, com'ebbe a definirla il poeta
(Fam ., lib. Ili, epist. 19*; ed. cit., 1, 182). La sua elevazione sopra il livello
della sorgente della Sorga non è che di 115 o 120 metri (cfr. Wulff, Deux
discours ecc., p. 21).
(4) Cfr. la chiusa del sonetto: < la dolce vista del beato loco | ove 1 mio
« cor con la sua donna alberga ».
(5) « Si on a des garrets d acier et des poumons solides, on ne peut se
« dispenser de faire une ascension sur le gigantesque rocher qui domine la
€ fontaine... Peu de personnes ont le couragede faire cette rude ascension »
(L. Db Bondelon, Vaucluse et ses souvenirs, cit., pp. 22-3). Lo Zumbini,
€ faticosamente », v’è salito ( Volchiusa , cit., p. 279); il Wulff vi ha mandato
il figliuolo e la guida (L’ « amorosa reggia » ecc., pp. 265 e 266; ; io mi
sono spinto fino all'estremo lembo superiore delle spalle, < e piedi e man
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F. FLAMINI
l’altra vetta che nell’anfiteatro montuoso valchiusano si trova
proprio al punto opposto? Eh via! Non c’è una ragione al mondo
per asseverare che il sonetto Almo sol, quella fronde ch'io sola
amo debba esser stato pensato sul vertice, o sull’erta, del gran
sasso, e che, di conseguenza, i poggi che l’occiduo sole fa « om-
« brace » dintorno, abbiano ad esser quelli di Vaichiusa stessa
dal lato opposto! Sono ben note le consuetudini peripatetiche del
Petrarca (1); si sa ch’egli componeva passeggiando (2). e che fi-
nanco nel cavalcare e nel viaggiare poetava (3). Il sonetto Valle ,
che de' lamenti miei se’ piena fu ideato — già sappiamo —
strada facendo (4). Le rime, via via che gli venivan composte,
egli solea notarle sopra schedule, che poi portava seco nelle
escursioni (5). E molte di queste escursioni dovè fare (sia a piedi
sia a cavallo (6)), nel tempo che soggiornava in Vaichiusa, fuor
dall'angustia di quei monti, tra cui non è credibile che, senza
ragione, si tenesse relegato come a confino: attratto dalla bel¬
lezza delle rive della Sorga, dall'ubertà del « dolce piano » a
c voleva ’l suol di sotto », chè là il cammino diviene — ha ragione il Wulff
(ivi, p. 264» — 4 sempre più penoso e difficile, a motivo delle pietre mal-
4 ferme e rotolanti a valle ».
(1) 4 Meum quidem obambulandi peripateticum morem nosti. Placet, na-
4 turae moribusque meis aptissimus est » ( Fam ., lib. VI, epist. 2*; ed. cit., I,
310). — 4 Peripateticum ambulandi modum semper et verbis et rebus ipsis
4 approbare soleot (ivi, lib. XI, epist. 1*; II, 106).
(2) 4 Dum additationes illas magnas dictarem in bucolico carmino super
4 litus sinus Hadriani, ita ut nunc dexterum nunc sinistrum pedem alternila
4 fluctus ablueret » ecc. ( Var., epist. 65* ; ed. cit.. Ili, 487).
(3) Importante per questo riguardo un passo dell'epist. 12* del lib. XXI
delle Familiari (ed. cit., Ili, 99) : 4 Itaqne saepe, quod miraberis, equo se-
4dens viam simili carmenque compievi».
(4) Si rileva con certezza dalla chiusa: 4 6 per queste orme | torno a
4 vedere ond'al ciel nuda è gita », ecc.
(5) Cfr. Var., epist. 9* (ed. cit.. Ili, 323): 4 Sunt apud me huius generis
4 vulgarium adhuc multa, et vetustissimis schcdulis, et sic senio exesis,
4 ut vix legi qneant »; e la canz. Ne la staaion ecc. (Rime, L): 4Canzon, se
4 Tesser meco | dal mattino a la sera | t'ha fatto di mia schiera »,|
4 ...assai ti fìa pensar di poggio i n poggio, | come m'ha concio’l foco * ecc.
(6; Due cavalli egli teneva a Vaichiusa, 4 qui... his me vallibus circum-
4 vectant » (Fam., lib. XIII, epist. 8 a ; ed. cit., II, 249).
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TRA VAI.CHIUSA ED AVIGNONE
69
lui caro anche per quella ragione che ci è nota; spinto, inoltre,
dalla forza dell’abitudine: chè da gran tempo (1) usava passeg*
giare a lungo ne’dintorni dei luoghi ove dimorava (2). E quanti
spunti, quanti motivi, quante impressioni e ispirazioni d’ogni ge¬
nere avrà raccolto, in tali gite, per le sue canzoni, pe’ suoi so¬
netti! Quante volte, all’ombra d’un albero, sull’erbosa riva del
più limpido dei fiumi, o sul declivio d’un colle fresco e fiorito,
avrà fermato in carta una fuggevole visione e il pensiero, il
sentimento, da essa suscitato (3); ovvero l’una e l’altro, già chiusi
in versi meditati camminando ed osservando, avrà affidati alla
memoria, per poi tornarvi sopra e scrivere e limare! (4). Nel
sonetto di cui parliamo, nel quale il Petrarca ci descrive il crescer
delle ombre della sera, che sul declivio del colle ove Laura al*
berga gli sottraggono a poco a poco la vista di lei e della sua
casa, non c’è una sillaba che accenni al punto ond’egli esser*
va va tale spettacolo; e però sia m liberissimi d'andarlo cercando,
al lume d’indizi estrinseci, ovunque è verosimile ch’egli mettesse
(1) Vedi più avanti, a p. 139.
(2) Nel fatto, di campagne in cui dice di andare spaziando, il poeta fa
menzione sovente, anche in rime ch'ò certo aver egli scritte durante il suo
soggiorno oltralpe. Così nella canz. Se 'l pensier ecc. (Rime, CXXV) si
legge: « Men solitarie Torme | fóran de' miei piò lassi | per campagne e
< per colli ». Un sonetto (Rime, CCLIX) comincia : « Cercato ho sempre so-
« litaria vita, | le rive il sanno e le campagne e i boschi » ecc. E in Val*
chiusa son rive e boschi e piagge ed erte ; ma di campagne vere e pro¬
prie nemmeno l'ombra.
(3) Chi non ha in mente il sonetto, così bello, « Se lamentar augelli, o
€ verdi fronde i mover soavemente a l'aura estiva, 1 o roco mormorar di lu-
* cide onde | s'ode d'una fiorita e fresca riva, | là 'v’ io seggia d’amor
« pensoso, e scriva »? (Rime, CCLXXIX). Nelle Familiari (lib. VII, ep.5*;
ed. cit., 1, 369) il Petrarca, parlando di certi versi che meditava, dice che
gli verrà fatto di comporli € modo frondosi nemoris uspiam diverticulum
occurrat » (era in viaggio : tornava, nel 1347, dalla Provenza in Italia).
(4) Importante per questo rispetto l'epist. 5* del lib. XVII delle Fami-
liari (ed. cit., II, 442 e 444) ; nella quale il poeta afferma d'aver scritto,
sull'imbrunire, nel castello di S. Colombano < in thalamo regio » quello che
avea meditato, non molto prima del tramonto del sole, sopra un colle bellis¬
simo, « herboso cespite insistens, sub ingentis umbra castaneae >.
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70
F. FLAMINI
il piede nel suo vagare « per campagne e per colli ». Quanto
poi a queiraltro sonetto, già più volte citato, in cui il poeta
dice che Amore lo risospinge, dopo la morte di Laura, ne'luoghi
ove usava recarsi per vederla, e specialmente in prossimità della
bella collinetta su cui ella soggiornava, a me sembra un vero
arbitrio spiegare il quinci del terzultimo verso ‘di sulla rupe
della Sorga ’, come fa il Quarta senz'ombra di dubbiezze (1). Ed è
spiegazione erronea, oltre che arbitraria; poiché quel ‘di qui’
è chiarito e determinato dalla frase che tien dietro: per queste
orme . vale a dire ‘per la via che sto percorrendo’; la
quale non può esser altro che il « dolce sentiero » di cui nella
quartina precedente, cioè la strada che mena al colle (ricordato
subito dopo) ov’era l’abitazione della donna salita al cielo. In
ogni caso, dato e non concesso che il « colle di Laura * sia l’al¬
tura di Galas, questo sonetto sarebbe stato ideato, non già sulle
spalle del gran sasso, bensì su quel sentiero « a zig zag » di
cui parla anche il Wulflf (2), attraverso alla collina frapposta
tra la rupe della Sorga e tale altura (3).
Che resta, dunque, a fondamento della supposizione che i so¬
netti Se 7 sasso, V ho pien di sospir. Almo sol . Valle che de'
lamenti, Mira quel colle , Fresco ombroso, ecc. siano stati scritti
su «la solita rupe di Vaichiusa » (4), avendo dinanzi agli occhi,
%
a breve distanza, la casa di Laura e Laura stessa? E vero: in
uno di codesti sonetti il Petrarca dice d’aggirarsi, mirando il
piano ov’ella è nata e cercandola di lontano cogli occhi, sopra
« aspri colli *. Ma il mons horridus non è un colle; inoltre,
qui s'accenna a più colli, non ad una montagna isolata. Se, d’altra
parte, da essi il poeta esplorava con lo sguardo la sottostante
(1) Studi sul testo ecc., pp. 139-40.
(2) L'* amorosa reggia » ecc., cit., p. 266.
(3) È quello che nella nostra carta de’ territori di Yaucluse e l’isle-sur-
Sorgue (n° 1) si vede salire da Les Bastides — sulla strada a sinistra della
Sorga, in principio dell’odierna borgata di Yalchiusa — fin sull alto del
declivio occidentale della collina di Galas, appiè del giogo di Bondelon.
(4) Quarta, Op. cit., p. 441.
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
71
pianura, come può venir fatto di pensare per l'appunto a quel
tratto dell’anfiteatro montuoso di Vaichiusa, che ne costituisce
lo sfondo, che perciò è il più lontano dalla pianura stessa, e dove
la vista è intercettata nel modo che s’è detto sopra? Perchè
mai, volendo mirare il dolce piano, si sarebbe il Petrarca
dovuto inerpicare per le spalle del gran sasso fino ad altezza
tale da permettergli di scorgerlo, di là dall’opposta barriera
formata dalle alture che sono all'entrata della valle? Tutto in¬
duce a credere, che gli aspri colli siano, invece, proprio queste
alture; anzi, genericamente, le alture che da Galas a Lagnes,
e poi da Lagnes verso la Tour de Sabran, costituiscono il lato
occidentale del nodo montuoso valchiusano (1). Stupendo, di
su quei colli, il panorama della pianura del Venessino! Rag¬
giuntili agevolmente lungo le rive della Sorga, salito dal lato
di N.O. il facile pendio della collina di Galas, il Petrarca li avrà
percorsi, verso mezzogiorno, mantenendosi sempre in vista del
suddetto piano, che gli suscitava neU’animo, con tanta soavità
di ricordi, tanta amarezza di rimpianto. Là è ragionevole cer¬
care le piagge, le valli, ( acque ed i boschi, che nel seguito
del sonetto egli dirà d’aver reso consapevoli dell’acerba sua
pena. E non vi mancano sterpi e sassi (2) che valgano, uni¬
tamente all'altezza ragguardevole di qualche vetta, a render
ragione dell’epiteto di aspri dato a codesti che pur son poggi più
che montagne vere e proprie. Asprissimo, ad esempio, quel giogo
di Bondelon, che, per un’illusione ottica spiegabile coll'entusiasmo
ond’è invaso chiunque creda di star facendo qualche grande
scoperta, parve invece al Wulff una delizia, xlw paradiso, tutt'uno
indubbiamente col fresco, fiorito, ombroso e verde colle dove
Laura abitava. Per convincersi del suo carattere ed aspetto
tutt'altro che dolce, tutt’altro che ameno, basta dare un’occhiata
alla fig. 8*; ov’è riprodotto quale si presenta a chi, salito sulla
(1) « Le versant Occidental du chainon qui, part&nt de Yaucluae, va
« mourir à la Tour de Sabran > (Courtet, Op. cit., p. 183).
(2) Cfr. il v. 9 del sonetto: « Non è sterpo nè sasso in questi monti »•
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72
F. FLAMINI
collina di Galas dalla parte dell’attuale acquedotto, ne abbia già
percorso il declivio meno erto, e si trovi quindi ai piedi di co-
desto giogo scosceso e di difficile accesso.
Aggirandosi su quelle alture, il poeta, mentre nella memoria
gli rifioriscono ricordi di luoghi, di cose vedute, d’istanti gioiti
nella « si lieta vita » d’un tempo, spazia senza posa, avidamente,
con lo sguardo ri evocatore, pel piano che gli sta sotto, per
la « soave contrada » che fu teatro dell’amor suo quando Laura
viveva, per queU’ampia distesa di campagne ubertose, solcate dal
#
suo bel fiume; affaticando gli occhi in una ricerca vana, quanto
angustiosa, del caro viso e delle treccie bionde, che l’immagina'
zione gli ripresenta in tutti quei luoghi che gli stanno dinanzi,
dove tante volte egli ha veduto la donna amata. Questo, e
niente di più, si ricava dal sonetto di cui parliamo. Prendere
addirittura alla lettera codesto cercare che gli occhi del poeta
vanno facendo, è dimenticare ciò che di fantastico l’artista dee
pure aggiungere alla verità, se vuol tramutarla in poesia (1); è
qualche cosa, pressappoco, come sarebbe il prender sul serio la
notte che, in un altro sonetto, il poeta dice di vedere intorno
ai colli donde Laura, salita al cielo, è scomparsa. Asserire poi,
che una ricerca consimile il Petrarca doveva andarla a far co-
lassù anche quando Laura abitava e andava attorno in quel piano
(come se il modo migliore per vedervela non fosse allora il muo¬
verle incontro comodamente, anziché l’andare a guardarla dal¬
l’alto, aguzzando gli occhi per iscorgerla in lontananza !), equivale
a entrare a piene vele, per amor d’una tesi, ne’ dominii dell’ar¬
bitrario e dell’assurdo.
Sennonché, escluso che le frasi « stiamo a mirarLA » e « lei
« mirando invano * appartengano a sonetti ideati sul dorso o
sulla sommità del sasso donde Sorga nasce , viene a mancare
il fulcro alle argomentazioni con cui il Mascetta, il Wulflf ed il
(1) Si tratta di una ricerca (nè più nè meno) come quelle accennate nel
v. 2 del son. Levommi il mio pensier ecc. e nei vv. 7-8 del son. Quante
fiate ecc. (Rime, CCC1I e CGLXXX1).
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
73
Quarta s’ingegnarono di provare che il soggiorno di Laura do*
veva di necessità trovarsi a breve distanza da quella rupe, e
che, per conseguenza, il colle famoso era da cercar dirimpetto
al versante occidentale di essa, tra le alture che fiancheggiano la
foce della vallata, e il picciol borgo s’aveva a identificare con
10 stesso villaggio di Vaichiusa (i). Poiché, quanto all’argomento
che il Quarta desume dal sonetto Qui dove mezzo son, Sennuccio
miOy — cioè che, se il poeta, stando in Vaichiusa, si sentiva al
sicuro dalla folgore, « bisogna pur conchiuderne che ramato lauro
« doveva essergli vicinissimo » (2) - -, esso perde ogni valore
qualora si dia di quei versi — troppo bistrattati dai chiosatori (3)
perchè non intesi a dovere e però riguardati come un garbuglio
o un arzigogolo — un’interpretazione ragionevole e piana. Che
in essi si alluda ad una tempesta reale, con vento, tuoni e ful¬
mini, credo sia da escludere per ragioni evidenti (4). Qui (dice
11 poeta al suo Sennuccio) « venni fuggendo la tempesta e il
« vento | c’hanno subito fatto il tempo rio ». E soggiunge, che
ora si sente sicuro, ma che, d’altra parte, il suo ardente desio
non è punto mitigato; poiché, se l’aver visto, quand'egli giunse
« a l’amorosa reggia », il luogo ove Laura nacque, tosto gli ha
(1) Quest'identifìcazione, sottintesa certo, ma non espressa, dal Wulff. fu
sostenuta dal Quarta, ne' citati Studi sul testo ecc., pp. 131 e 145.
(2) Studi sul testo ecc., p. 141.
(3) Cfr. le cit. Quest, di geogr. petr. del D'Ovroio, p. 73 sgg.
(4) Come si può pensare, che sul serio il Petrarca, spaventato da un tem¬
porale improvviso, per fuggire il cattivo tempo, lasciasse la città e s'an¬
dasse a rifugiare in Vaichiusa? Dico in Vaichiusa, perchè,secondo l'opinione
del Wulff e del Quarta, l'amorosa reggia e il luogo di nascita di Laura, a
cui s'accenna nella prima terzina del sonetto stesso, sarebbero da porre colà;
ed anche perchè, effettivamente, credo si debba identificare codesta fuga del
poeta con quella di cui si parla in principio del sonetto successivo (De
l'empia Babilonia ecc.), scritto, molto probabilmente, nella medesima occa¬
sione. Che il Petrarca avesse paura dei fulmini, il D'Ovioio (Quest, di geogr.
petr. % p. 76) ha rilevato giustamente; ma non credo ch'egli oggi rinnove¬
rebbe l'inutile ricerca d’una qualche grande tempesta, mentovata nelle
opere del Petrarca, da richiamare a proposito di questa. La quale, al pari
del miracoloso effetto di Laura sull'aere, certo è mera finzione.
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é
74 F. FLAMINI
spento nell’anima ogni paura della tempesta, per ciò ch’ella
« acqueta l'aere e mette i tuoni in bando », simultaneamente vi
ha racceso il fuoco, per esser egli ancora in balìa di lei. — Non è
chiaro, che qui la subitanea procella, il fuoco ardente e Teffetto
che « l’aura dolce e pura » produce sull'una e sull’altro, sono
in {strettissima relazione? E di qual tempesta si può trattare, se
non del genere di quelle che conquassavano al Petrarca la na¬
vicella della sua vita nella Babilonia papale? (1). Di quali venti,
se non di quelli che, da Avignone, giungevano talvolta sino a lui
anche nella solitudine valchiusana? (2). Procella di passioni (3),
vento d’inordinati appetiti (4). Un improvviso rinfocolarsi di questi
gli ha intorbidato e sconvolto l’animo {la tempesta e 7 vento |
c'hanno subito fatto il tempo rio); grande il pericolo, non mi¬
nore la paura della dannazione eterna; unico scampo, lasciare
in fretta il pericoloso tumulto della curia papale:
De l'empia Babilonia ond'è fuggita
ogni vergogna, ond'ogni bene è fori,
albergo di dolor, madre d'errori,
son fuggito io per allungar la vita.
Qui mi sto solo; ccc. (5).
Qui, cioè « presso il fonte della Sorga, noto porto alle procelle
(1) « Ut omittam praeteritarum reliquias tempestatum, quae. ut de tam
« propinquo, usque in hunc portum [ Vaichiusa] conquassatane vitae navi-
« culam persequuntur » ( Fam lib. XV, epist. 8*; ed. cit., II, 336).
(2) Ivi.
(3) Cfr. Fam., lib. IX, epist. 5* (ed. cit.. Il, 20): « superatis procellis
€ iuvenilium passionum, prope (ut ait comicus) in portum navigo».
Vedi anche l'epist. 5* del lib. 11 (ivi, I, 108): «me peccatorum meorum
« nodis implicitum, nondum in portum potuisse confugere; sed in eadein
« tempestate qua me discedens reliquisti, iactatum fluctibus haerere» eco.;
e la 5* del lib. XVII (ivi, II, 442): «illue [a Valchiusà)... a tempesta-
« ti bus curiae velut in portum fuge ».
(4) « Lubrica fiamma est, facile serpit incendium, ubi maxime venti
« flant »; così nell'epist. 4* del lib. IX (ed. cit., II, 16), biasimante gli amori
adulteri e peccaminosi.
(5) Rime, CX1V.
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
75
« dell’animo mio * (1). Ntd sonetto precedente (eli'è quello di cui
trattiamo), proprio allo stesso punto e dopo aver accennato a
tal fuga, il poeta dichiara: «Qui son securo ». Sicuro da che?
Manifestamente, dall’imperversare del turbine delle passioni. C’è
tra le Varie un’epistola — scritta, pare, nel 1338 — che si direbbe
riferirsi allo stesso fatto accennato ne’ due sonetti, e dove oc¬
corrono espressioni dello stesso genere. Il Petrarca vi spiega a
Guglielmo da Pastrengo la ragione per cui improvvisamente e
senza salutarlo se n’è tornato da Avignone a Vaichiusa. M’ac¬
cade — gli dice — di rivenir sovente a codesta infausta e
odiosa città, dove, per la vita mondana che vi si conduce, ho
corso in addietro tanti pericoli, e donde ho potuto provviden¬
zialmente ritrarmi; e allora casco un'altra volta nel laccio, allora
dal porto mi trovo daccapo in alto mare: « mihi undique ven-
«torum rabies, undique fluctus et scopuli, coelum undique
« et undique pontus; postremo mors undique, et peius morte
« vitae praesentis taedium et venturae metus, ante oculos » (2).
Ma perchè, dopo quella sua fuga da Avignone a Vaichiusa
ch’è argomento del sonetto che interpretiamo, il poeta si sente
sicuro da nuovi scoppi improvvisi della procella delle ignobili
passioni? Perchè più non ne paventa, per l’anima sua, le folgori
mortali? — Per la ragione che gli è bastato vedere il nido di colei
che, quanto agli effetti sugli animi, non è vento che sconvolge (3),
ma (come suona il suo nome) « aura » dolce che acqueta, «pura»
(1) «Ad fontem Sorgi ae..., notum procellarum animi mei portum,
« quo heri ad vesperam solus fugi, cum mane Rhodani ad ripam [cioè ad
€ Avignone\ rumor moestissimus me invenisset * ( Fam. % lib. V, epist. 1*;
ed. cit., I, 251); « Babylone ultimo digressua, ad fontem Sorgiae substiti,
« notissimum mearum procellarum portum» (Fam., lib. XIII, epist. 6*;
ed. cit.. Il, 234).
(2) Var. t epist. 13* (ed. cit.. Ili, 328-29).
(3) Occorre rammentare, che, secondo le dottrine meteorologiche del tempo,
le procelle coi lor fulmini e tuoni si credevan generate dai venti rac¬
chiusi nel suolo? Occorre ricordare qui Dante e richiamarsi ad Aristotile e
ad Alberto Magno?
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76
F. FLAMINI
aura di desideri onesti e santi (1); perchè in lui cessasse la
paura di siffatti uragani pericolosi, al tempo stesso che gli si
ravvivava nell’anima la damma d'un amor nobile e degno. Che
sarebbe dunque — conchiude il poeta —, se potessi vedere lei
stessa? Che farei, «gli occhi suoi guardando »; quegli occhi il
cui dolce lume (così nella canz .Gentil mia donna ecc.) mi mostra
« la via ch’ai Ciel conduce »?
Ognun vede, che, intendendo così questo sonetto, non c’è alcun
bisogno d’immaginarsi, non dico « l'amato lauro » (che qui non
c’entra per nulla) (2), ma Laura, abitante « vicinissima » al poeta,
in Vaichiusa. Lo stato di sicurezza d’animo in cui questi si trova,
procede semplicemente da un fatto occorsogli durante la fuga
verso l'alpestre sua solitudine, pel quale la paura gli si è
spenta nell’animo: l’aver riveduto, dal luogo che altra volta gli
era parso il regno d’Amore, quello dove la sua donna era nata.
Basta, pertanto, che ci figuriamo l’uno e l’altro in prossimità
della strada da Avignone a Vaichiusa ; entro quel « piano » dove
infatti ella avea sortito i natali secondo un altro sonetto da noi
già tante volte citato. Insomma, siamo pienamente liberi d’andar
in traccia del picciol borgo in luoghi che, per non essere, come
le alture di Galas, vicini soltanto alla Sorga, ma altresì alla Du-
0
renza, nè troppo lontani dal Rodano, meglio corrispondano alle
condizioni a cui sappiamo dover soddisfare il nido di madonna
Laura. Non fra gli « aspri colli » valchiusani, nè alto come il
giogo di Bondelon, ma a tal distanza da essi, e cosi poco eie*
vato, da potersi di lassù riguardare quale parte indistinta della
(1) Si noti quel pura , e veggasi anche la canz. Amor , se vuo' ch'i'
tomi ecc. (Rime, CCLXX), st. 3* : «Fammi sentir de quell'aura gentile|
« ...la qual era possente | cantando d'acquetar li sdegni e l'ire, | di serenar
< la tempestosa mente | e sgombrar d'ogni nebbia oscura e vile».
(2) Il nome segreto qui si ha nella parola « l'aura », non (come altrove)
in una menzione del lauro. Il quale è stato tratto in campo dagl'interpreti
soltanto per giustificare in qualche modo quel rassicurarsi che fa il poeta-
dalia paura dei fulmini; come se l'immunità dalla folgore attribuita al lauro
bastasse a farne un parafulmine addirittura !
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
77
pianura in mezzo a cui si trova, è naturale e ragionevole figu¬
rarsi quell’ « umile » collina ove la bella donna nacque ed ebbe
la sua dimora consueta.
Ho lasciato per ultimo, in questa confutazione, un argomento
che al Quarta, da cui fu tratto in campo, parve tale da rimuo¬
vere addirittura tutti i dubbi in favore della tesi del Wulff,
confermandone maravigliosamente la scoperta e non lasciando
agli avversari * gretola onde uscire » (1); perchè, dopo quanto
son venuto dimostrando, la sua saldezza apparirà, anche al solo
enunciarlo, tutt’ altro che incrollabile. Nell’ottava del primo
libro delle Epistole Metriche (indirizzata « al suo Lelio », cioè
a Lello di Pietro Stefano, romano) il Petrarca dice che gli è
toccato (i contigli ) un giardinetto il quale può destare in lui il
fuoco spento, rinnovando i dolci sospiri della vita trascorsa, per
essere in ogni stagione piacevolissimo. Sulla favilla che sempre
gli cova nel cuore, soffia quivi ciascuna cosa: perciò teme gl'in¬
cendi ben noti. — Avevo smesso (egli soggiunge), e n’era tempo:
or ecco che Cupido raccoglie daccapo le armi e i dorati strali.
Sta per iscoccare, lo vedo; ma dove cercar riparo? Che fare,
dacché non mi valsero in passato contro di lui nè i mari, nè i
i monti, nè lo stare a lungo lontano? Jam laevior aetas incipit ;
vorrei pace oramai dal faretrato avversario: e questi me la nega,
e mi rinnova la guerra. Non ti nascondo, che ho paura ch’egli
rescinda con un nuovo dardo la ferita antica, tanto lo favo¬
risce ogni cosa su queste verdi rive. Che dire dei canti che
sulla sponda opposta (trans rivum), nella notte serena e al sor-
gere o al calar del sole, intuona una ninfa avvenente (decora),
(1) Studi sul testo ecc., cit., pp. 141-43.
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78
F. FLAMINI
tale da commuover gli Dei e far cadere la folgore di mano a
Giove e spezzare il diamante, con que' suoi « occhi modesti »,
che le dànno ampia potestà sul cuore ch'ella abbia ferito, e donde
l’alato fanciullo va scagliando saette infocate, volando senza posa
attorno al nostro giardino?
« Ecco Laura — esclama trionfante il Quarta —; dunque, ella
« viveva poco lungi da lui, in quella valle stessa, sull’altra riva
* del fiume ». Su quale delle due sponde viveva ordinariamente
il poeta? Sulla destra; ce ne assicura la terza epistola del libro
sesto delle Familiari. La collina di Galas è sulla sinistra; quindi
trans rivum appunto, e tutto torna a maraviglia.
Al Quarta s’oppose Enrico Sicardi (1), dimostrando ch’egli aveva
male interpretato codesta epistola. Ad tlexteram me videbis,
detto a persona che risalga il corso della Sorga per far visita
al Petrarca in Vaichiusa, vuol dire: 4 mi vedrai alla tua destra ’,
cioè sulla riva sinistra del fiume. Il Quarta riconobbe il suo er¬
rore (2), e, pur escludendo che l’ubicazione della casa del Pe¬
trarca possa risultare da questo passo (3), mutata opinione, pub-
(1) Trans rivum. Per la corografia del « Cantoniere », in questo Gior¬
nale, 47 [1906], 67 sgg.
(2) Vedi N. Quarta, La casa e i giardini del Petr. a Vaichiusa , estr.
dagli Atti dell'Accad. d’archeol., lettere e belle arti, voi. XXVI, Napoli,
1907, p. 6.
(3) Il Quarta perviene a tale esclusione per via d'un lungo ragionamento,
che pecca di sottigliezza. Nel passo in quistione — egli dice — si legge ad
me videndum e videbis me, non ad domum meam videndam e videbis
domum meam ; inoltre, il poeta fa sapere all'antico, che « il vederlo a destra
« sarà un fatto posteriore allo sbarco, non anteriore », fatto che, si sottin¬
tende, accadrà solo perchè egli, il Petrarca, «si farà trovare a destra »
affinchè dextera et secunda sint omnia. Ma si può rispondere: i u , che
qui si tratta d' una finzione scherzosa, volta al solo fine d'insegnare all'a¬
mico, alletto da podagra, la via di recarsi per acqua da Tivoli fino al luogo
dove il poeta abita e avrebbe tanto piacere di poterlo ospitare ; sicché, di¬
cendo a veder me, questi intende ‘a vedermi nella mia dimora ', ‘a farmi vi¬
sita qui’; 2°, che la frase illic. tandem in lerram depositus non è punto
oziosa anche se l’amico doveva necessariamente sbarcare a destra per far
visita al Petrarca, dacché segna il termine del viaggio per nave, come ne
ha segnato il principio la frase naviculae impositus. — Del resto, tutto
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TRA VAI.CHIUSA ED AVIGNONE
79
blicò una memoria speciale per confermare, con diversità di poco
conto, quello che già altri aveva messo in sodo; cioè che detta
casa dovea trovarsi sulla sinistra della Sorga, accanto al giardino
inferiore (laltro, come sappiamo, era presso la sorgente), all’en¬
trata del valloncello (1). Quanto al trans rivam , nel nuovo suo
scritto egli non esitò a togliere a questa frase ogni valore per
la determinazione del luogo dove Laura si trovava. Nell’epistola
metrica a Lelio — egli dice — «il poeta non accenna affatto
«alla sua casa»: vi si parla soltanto d'un giardino, che certa¬
mente è l’inferiore, prossimo all’abitazione. Ora questo giardino
era costituito da un’isoletta, fra la Sorga a destra e a sinistra un
piccolo canale, traversato da un ponticello: ne segue, che, es¬
sendo esso circondato da un rivo tutto quanto, « il bel soggiorno
« di Laura, che deve trovarsi trans rtvum, può collocarsi a
«qualunque punto dell’orizzonte ». Con quell’espressione, in¬
somma, il poeta avrebbe voluto solo dinotare, che Laura non era
proprio vicinissima, non era lì dentro il valloncello, ma fuori.
Veramente, poiché il giardino di cui si tratta « occupava anche
« (son parole del Quarta stesso) un po’ della riva sinistra del
«canale», e questo canale era ben poca cosa; trans rivum,
cioè ‘ di là dal fiume ’, fa pensare proprio alla riva destra della
Sorga, e non vedo perchè questa frase debba esser riguardata
soltanto come « un riempitivo per compiere l’esametro »! Ma ciò
ben poco importa; quello che importa, è che tanto al Quarta
quanto al Sicardi, i quali si sono accapigliati così fieramente a
questo almanaccare per togliere all'ad dexteram il suo naturale valore topo¬
grafico, a che giova, se da tanti altri passi del Petrarca si rileva (come lo
stesso Quarta dimostra in séguito), che etlettivamente egli dimorava sulla
riva sinistra della Sorga, e quindi a destra di chi ne abbia risalito il corso ?
(t) Cfr. Gustavo Bayi,e, Le véritable emplacement de l'habitation de
Pètr. à Vaucluse, Niraes, Gervais-Bedot, 1897, estr. dalla Revue du Midi.
Il Quarta ha il merito d'aver dimostrato, mediante una disamina più at¬
tenta e più giudiziosa di passi delle epistole in prosa e in verso già citati
dal Bayle stesso e dal Muntz (La maison de Pètr. à Vaucluse existe-t-elle
encore ?, in Revue del 1902), com'erano situati e configurati i due giardini,
e in che relazione si trovavano col fiume e coll'abitazione del poeta.
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80
F. FLAMINI
causa di codesto innocuo trans t'wum , sembra essere sfuggito,
che per accettare o respingere l'identificazione del giogo di Bon-
delon sulla collina di Galas coll'«umil colle» ove Laura dimo¬
rava, nulla rileva che all’orecchio del Petrarca i canti della
bella ninfa, quand’egli si trovava nel giardino vicino a casa,
giungessero da destra o da sinistra. Il preteso soggiorno di lei
trovasi a più d’un chilometro dall’entrata del valloncello;
il giardino del poeta era dentro a questo, non fuori. Come si può.
dunque, pensare che il Petrarca la sentisse, di là, quand’ella sul
suo bel colle, in casa o nel verziere, cantava sedendo o passeg¬
giando? (1). Ne segue, che, se la ninfa è Laura, di necessità con¬
viene immaginare, che costei lasciasse più volte la sua dimora per
venire ad aggirarsi, cantando, nelle vicinanze del giardino del
Petrarca, presso l’entrata del vallone della sorgente. Nel qual
caso, ben poteva essere colà segnata dalle orme del bel piede
tanto l'una quanto l'altra riva della Sorga; onde è ozioso dispu¬
tare di destra e di sinistra, come han fatto, guastandovisi il sangue,
il Sicardi ed il Quarta. Ben poteva, similmente, il bel soggiorno
trovarsi anche a molto maggior distanza, nel dolce piano del
Contado Venessino; dacché alla nobilissima gentildonna (2) non
mancavan certo nè mule e palafreni, nè servi e damigelle, per
recarsi a visitare i noti miracula fontis, trattenendovi — ospite
di qualche famiglia signorile dei dintorni — a godere l'incanto
%
delle notti lunari, nonché delle aurore e dei tramonti, presso la
sorgente meravigliosa (3). Anzi, se nel poeta l’amore prima era
(1) Si ricordi, del son. Fresco , ombroso, fiorito e verde colle {Rime,
GCX.LIII), il verso < ov'or pensando ed or cantando siede» e la fine della
seconda quartina.
(2) Vedi il passo dell'epistola metrica Quid faciom ecc., che citiamo più
sotto, a p. 83.
(3) Ne’ plenilunii sereni è da vedere il vallone ove abitò Francesco Pe¬
trarca, per sentir tutta l’intima e strana poesia dello spettacolo ch'egli aveva
di continuo sott'occhio. < Les rochers, prenant à cette heure les formes les
« plus étranges, apparaissent cornine dea fantòmes géants dans un magique
« clair-obscur; tandis que le fracas des eaux qui tombent en cascades monte
« vcrs le firmament comme une grandiose harmonie ». Per esperienza fatta
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
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spento, e i canti della donna venuta a passeggiar là vicino
minacciavano di destarlo, ciò vuol dire, manifestamente, che
questa era una seduzione tutt'altro che consueta; quale sarebbe
stata, invece, se il « fido soggiorno » ov’ella « viveva »(1) si
fosse trovato in queU'istessa vallata valchiusana, di cui la sor¬
gente famosa era la massima attrattiva.
Ma siamo poi certi, che sia propriamente Laura la ninfa a cui
6’allude nell’epistola metrica? Ecco una questione che alla mente
del Quarta non pare si sia affacciata. Eppure essa scaturisce
naturalmente dall’esame di codesta epistola e dal confronto col¬
l’altra, Quid faciam ecc., in cui l’accenno a Laura è aperto.
Prima di tutto, per quanto ad argomenti ex silenlio non si
debba dare soverchio peso, non può sfuggire, che nell’epistola
suddetta manca qualsiasi accenno sia a caratteri specifici del
personaggio (2), sia ad anteriori relazioni dell’autore con esso
quali eran state, per oltre un decennio, quelle del Petrarca con
la sua donna (3). Anzi, le frasi « aethereos motura doos » e
mi accordo in questo col vecchio curato di Vaichiusa, l'abate André o Louis
de Bondelon : « G'est au milieu du silence ami d'une tiòde nuit d'été, par
« un splendide clair de lune, qu'il faut errer, poéte, amoureux ou savant, le
« long du sentier qui conduit à la fontaine > ( Vaucluse et ses souvenirs ecc.,
cit., pp. 12-13). Questo sentiero, come sappiamo, è lungo la riva destra della
Sorga, dirimpetto a quel primo tratto della sinistra del fiume, fra la sor¬
gente e il cosiddetto tunnel romain e quindi anche fra i due giardini, che
era il vero soggiorno del poeta ; è trans rivuoi, insomma.
(1) Sono espressioni contenute nella prima redazione del son. Almo sol ecc.,
conservataci dal cod. Vatic. 3196.
(2) Tale non può riguardarsi la frase « iaculumque tonanti | excussura
« Iovi » pel fatto che anche di Laura si dica « ch'avrebbe a Giove nel maggior
« furore j tolto l'arme di mano e l’ira morta > ( Rime , CXI ; son. La donna
che 'l mio cor ecc.); dacché si tratta d'un luogo comune (cfr. anche Rime,
XLII, son. Afa poi che 'l dolce riso ecc.), d'un’ovvia reminiscenza mitolo¬
gica, adattabile al caso di qualsiasi bella donna. Ben si contiene, invece,
qualche accenno a caratteri (per così dire) specifici nell'epistola metrica
Quid faciam ecc., in cui s'allude sicuramente a Laura: «...et caput a uri-
« comum niveique monilia colli | atque agiles humeros > ecc. (vv. 113-14).
(3) Nec maria alta nec alpes nec longae valuere morae è un semplice
richiamo del P. alla potenza d'Amore sperimentata tale, in addietro, da
fargli parer inutile il resistere al nuovo suo assalto.
Giornale storico. — Sappi. *• 12. 6
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F. FLAMINI
< rigidumque adamanta modestia | effractura oculis », usate a
spiegare la gravità del pericolo che sente di correre il poeta,
fanno pensare che questi avesse paura non già di una ripresa
d’interrotte consuetudini, bensì d’esser tratto ad innamorarsi per
la seconda volta, di non esser saldo abbastanza contro le occhiate
irresistibili, dacché tuttora gli covava in cuore l’amorosa favilla.
« Io temo che Amore apra con una nuova saetta quella mia
« ferita antica » può anche significare ' temo ch’esso ridesti il
‘mio amore per la donna che ho amata tanto tempo’; ma
è ben più naturale che voglia dire, invece, ' temo che, facendomi
‘ innamorare una seconda volta, mi rinnovi in cuore quella piaga
‘ che v’ho portato tanti anni, e che ormai s’era chiusa *. « Amor,
« se vuo’ eh’ i’ torni al giogo antico, | come par che tu mostri »,
comincia una canzone dal Petrarca scritta in occasione consimile,
cioè d’un pericolo di nuovo innamoramento (i): dove, analoga*
mente, « se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico » si potrebbe inter¬
pretare, non sapendo d’altro, * se vuoi ch’io ritorni sotto il giogo
* di colei che m’ha avuto suo servo così a lungo mentre invece,
poiché si sa che Laura non era più in vita, siamo sicuri che va
inteso: ‘ se vuoi che, innamorandomi un’altra volta, io torni sotto
* il giogo che ho portato tanti anni ’.
D’altra parte, il componimento poetico di cui stiamo trattando
non è nè un’egloga, nè un madrigale: è un’epistola alla maniera
d’Orazio; una di quelle epistole metriche petrarchesche nelle
quali, come fu osservato giustamente (2), « il contenuto è sempre
« elevato, qualche volta filosofico o satirico », e Patteggiamento
(1) Ciò si rileva con certezza dagli ultimi versi della stanza 3 a , dal ter-
zultimo della 5* (< che giova, Amor, tuoi ingegni ritentare ? ») e dal penul¬
timo della 7* (« indarno tendi l'arco, a voito scocchi >). Importa pel nostro
assunto notare, che questa canzone è stata scritta fra l'aprile del 1348 e
il '50 (cfr. Appel, Zur Eutwickeluug ecc., cit., pp. 81 sgg.; Wulff, Le dè-
veloppement de la cani. « Amor , se vuoi * de Pètr. selon le ms. Vat.
lat. 3196, Lund, 1906).
(2) Dalla signorina Diana Magrini, in un lavoro, ben condotto e ben ra¬
gionato, intorno a Le epistole metriche di Fr. Petrarca (Rocca S. Casciano,
Cappelli, 1907), pp. 187-88.
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TRA VALCH1GSA ED AVIGNONE
83
dell’autore € di solito più grave che brioso ». Se, pertanto, indi¬
rizzandosi ad un confidente certo non ignaro dell’oggetto del suo
antico amoro, il Petrarca avesse voluto fargli capire, non esser
altri che Laura stessa colei che ora insidiava la pace del cuor
suo; sembra ben poco verosimile, che per designarla egli si sa¬
rebbe valso (senza necessità originate da speciali intendimenti
d’arte) di quel vocabolo nimpha, che, mentre dà l’idea d’una
giovinetta graziosa, s'adatta malissimo a dinotare, invece, una
nobile dama, forse già madre di più figliuoli (1). Poiché tale era,
quando il Petrarca si ritirò nel 1337 in Vaichiusa, colei che già
per due lustri gli era stata argomento di sospiri. Nell’epistola
metrica Quid faciam ecc, senza alcun dubbio composta allora,
si parla infatti di Laura come d’una nobile dama di vetusta
prosapia :
Est mihi post animi mulier eia rissi ma tergum
et virtute suis et sanguine nota vetusto (2).
E al tutto diversa appare la situazione psicologica in questi
due componimenti che il Quarta, approfittando del vederli scritti
di sèguito nell’edizione di Basilea (3), vorrebbe riferire, per comodo
della sua tesi, allo stesso tempo ed alla stessa persona. Nel primo
il poeta scrive sotto l’impulso dell’amore: « urget amor cala munì,
« necfasobstare iubenti ». Dopo aver girato mezzo mondo per sot¬
trarsi al giogo impostogli dalla gentildonna che lo teneva schiavo,
tornato là dov'egli usava vederla, era subito ricaduto in mezzo ai
guai; onde avea dovuto fuggirne e cercar riparo nel luogo ove ora
si trova: ai piedi di quel « sasso », su quelle rive nascoste, nel se-
(1) Vedi più avanti (a p. 155) quel che diciamo della lezione crebris
partubus. Bulla cui genuinità non cadono dubbi.
(2) Ed. di Basilea, lib. I, epist. 7*. Veramente, in quest’edizione, invece di
clarissimn , si legge charissima ; ma trattasi d'un errore, credo, di stampa.
La lezione clarissima è data concordemente dai manoscritti.
(3) Ne' codici da me consultati, che contengono l'intera silloge delle Epi¬
stole Metriche (Laurenziani XXVI sin. 3, LUI. 7 e LXXV11I. 1), sono invece
tramezzati dall'epistola in morte della madre (Suscipe funereum ecc.).
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F. FLAMINI
greto di quelle montagne (1). Ma l’immagine della bellissima,
dalla chioma bionda e dal collo di neve, lo insegue senza posa,
nella veglia e nel sonno, con suo indicibile sgomento. «Questi —
« egli conchiude — i lacci in cui mi tiene Amore; e non vedo
« scampo, se Iddio, che può tutto, non mi sottragga con le proprie
« mani all’avversario, concedendomi d’essere al sicuro almeno in
« questo nascondiglio ». — Nel successivo componimento, cioè
nell’epistola di cui disputiamo, tutto appare mutato. Il fuoco che
ardeva il cuore del poeta, è spento (2), chiusa in esso l’antica
piaga. « Nonostante — dice egli in confidenza al suo Lelio — io
« non ti nascondo, che qui non mi sento punto tranquillo. Nel
« mio cuore, tu sai, una favilla sotto sotto c’è sempre; e in questo
« mio bel giardinetto tutto invita ad amare. C’è poi accanto, di
« là dal ruscello, una ninfa così avvenente, da muover gli Dei
« del cielo, da spezzare cogli sguardi il diamante. Nelle notti
« serene, allo spuntar del giorno e al tramonto, io la sento in-
« tonare, con la sua voce d’angelo, canzoni melodiose. Vedi che
« buon giuoco ha qui, per ferirmi un’altra volta, quel furfante
« di Cupido, con cui vorrei far la pace oramai, e che invece non
« mi dà quartiere, e m’assedia senza tregua ».
Come non immaginare, stando le cose a questo modo, un rag*
guardevole lasso di tempo fra la composizione della prima di
queste epistole metriche e quella della seconda? Ora, se si am¬
mette tale intervallo, cessa ogni ragione d’identificare la nirnpha
dell'una con la mulier clari.ssima dell’altra ; anzi, tutto induce
a pensare, che nella seconda s'alluda ad una fiamma nuova, la
m
quale minacciasse di prender nel cuore del poeta il posto occu¬
patovi un tempo dall’ « alma sua fiamma, oltre le belle bella ».
Hi» animano caria dam tingala mentt revolvo,
hoc procal a* peri secreto in litore tatara,
naufraghi tutumque mela aptaraqae potavi.
Hoc modo vela dedi; nane, montibaa abditas iati*,
fieni mecum enumero tranaacti temporii annot
(w. 121-25).
(2) Spiegare extinctum ignem * fuoco ch’io speravo spento’, come fa
il Quarta ( Studi sul testo ecc., p. 142), mi sembra al tutto arbitrario.
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TRA. VALCH1USA ED AVIGNONE
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Ma si può obiettare : l'amore del Petrarca per Laura, se coll’andar
del tempo s’affievolì, s’estinse soltanto con la morte di lei (1);
nell'epistola in questione si parla d’amore « estinto » (2); vor¬
remo dunque credere posteriore al 1348 e, se scritto in Valchiusa,
non anteriore al *51, un componimento inserito nel primo libro
delle Epistole metriche , il quale comprende poesie dettate nel
primo periodo della vita letteraria del Petrarca?
In verità, io per me non avrei difficoltà veruna ad ammetter
questo. L’epistola a Lelio m’ha l’aria d’esser stata suggerita al
poeta da un pericolo di nuovo innamoramento simile a quello
onde trae la movenza iniziale la dianzi citata canzone posteriore
alla morte di Laura : « Amor, se vuo’ eh’ i’ torni al giogo an¬
si tico, |come par che tu mostri*; e che Vhorlulus descrit-^.
toci in codesta epistola debba esser proprio uno dei due che il
Petrarca si fece in Vaichiusa, nulla c’impone di credere; anzi,
forse non manca neppure qualche indizio in contrario (3). Co-
desto giardinetto era solatìo, ombroso, ricco in autunno di pomi,
prossimo ad un ruscello mormorante : ebbene, le medesime cose
noi sappiamo d’un giardino che il Petrarca possedette, presso
Parma, per l’appunto negli anni immediatamente successivi al
trapasso del suo « primo amore * (1348-50), e che gli offrì — si
noti — l’occasione o l’argomento anche a due altre eleganti epi-
(1) Nella dedicatoria delle Epistole metriche a Barbato da Sulmona ai
legge: « Tempua edax minuit quem mora extinxit amorem > ; nell’J?p»-
stola ad posteros : « Amore acerrimo... diutius laborasaem, niai iam tepe-
« acentem ignem mora acerba, sed utilia, extinxisset»; infine, neU'epiat. 4*
del IX delle Familiari: « Veleria flammae aut ai quid favillae tepentis au-
« perfuerat, cogitatio oppreaait, tempua lenivit, novissima mora extinxit ».
(2) « Contigit extinctum qui suacitet bortulua ignem » (v. 1; notisi che
i mas. hanno qui suscitet, cioè ‘ che ha virtù di suscitare, ' e non qui suscitata
cioè * che suscita, ' come si legge nell’ediz. di Basilea).
(3) Notevole l'assenza di qualsiasi accenno che vorrei dire specifico; p. es.,
alla vicinanza di rupi scoscese, alla forma insulare, alla limpidità smeraldina
delle acque, agli scogli che le affiorano,ecc. Inoltre, quel sice libi aprici
placeant sub frigore soles mal si concilia col fatto, che i giardinetti
valchiusani del Petrarca eran dentro ad un vallone angusto, attorniato da
altissime pareti di roccia, aperto solamente dal lato di settentrione, e però
d’inverno tutt’altro che solatìo.
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F. FLAMINI
sloie metriche: l’undecima del secondo libro, a Luchino Visconti,
e la sesta del terzo, Ad arbores suas, inviata a Luchino stesso (i).
Queste epistole son tutte e due del '48 ; eppure, si trovano allo¬
gate in libri diversi, il secondo dei quali accoglie componimenti
poetici dell’età più tarda, dettati per la maggior parte fra il 1350
e il ’65. Qual maraviglia, che il Petrarca, nell’ordinare la silloge
delle sue Epistole metriche , trovandosi dinanzi tre di esse scritte,
con pari eleganza, in un medesimo torno di tempo ed ispirate
da uno stesso suo giardino, come stimò conveniente disgiungerle
ed inserirne una nel secoudo libro, un'altra nell’ultimo, cosi possa
aver avuto le sue ragioni d’includere nel libro primo la terza,
cioè precisamente quella che, per essere indirizzata ad un con¬
fidente, accennava alla sua vecchia fiamma ed al pericolo, non
ancora cessato stante le circostanze sommamente favorevoli, di
incendi nuovi? Direi anzi, che tutto dovesse indurlo a far cosi:
poiché codesta epistola, per quanto scritta parecchi anni più
tardi (2), trovava la naturai collocazione, per l’argomento, non
(1) Cfr. Magrini, Le epistole metriche di F. P., cit., pp. 113-14 e 132-33;
De Nolhac, Pètr. et son jardin d'après ses notes inédites, in questo Giom. y
9, 407-8 e 411-18. < Februarii 4* anno 1349 — scriveva del suo giardino
parmense l'ortoiano poeta — 4 pomum non valde veterem, sed tamen pluriuni
« annorum, de ulterioris [hortuli] opaco in citeriori apricum et soli
«esposi tu m locum transtuli». Si confrontino, inoltre, i versi dell'epistola
metrica di cui si disputa : 4 sive per aestatem mediani, dum summa tenet
«sol, | umbra frequens; sive autumno libi dulcia poma» e 4 quid
« loquar aut viridi riparum in gramine molles | accubilus tene-
« rosque leves in gramine somnos? | quid strepitum fugientis aquae flexusque
« sonoro» ? » con questi altri d'un'epistola scritta appunto in Parma, nel 1344,
ad un amico che invitava il P. a tornare oltralpe: 4 solus et ad ripam te-
4 nera resupinus in herba | ardentes transire dies rabiemque leonis, |
4 curarum liber, video » (lib. Ili, epist. 27*, vv. 76-9), e soprattutto col passo
seguente dell'epistola iu prosa con cui il 13 marzo 1348 accompagnava a
Luchino Visconti quella, poetica, alle piante del suo giardino di Parma:
4 Dum hortolanus herbis et arboribus, ego verbis et carminibus incumbam
«invitante rivi murmure qui querulus fugit et dcxtra laevaque
« promiuentern pomiferam silvam secat ».
(2) Non molti, del resto, dovean parergli quando, già vecchio, nel dare
a queste sue poesie l’ultimo ordinamento, abbracciava tutti insieme col pen¬
siero gli anni in cui, non anche uscito fuor dal pelago, egli era in parte
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TRA VAI.CHIUSA ED AVIGNONE
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lungi dall'altra ove si narra la parte essenziale della storia d’un
amore che in essa è ricordato, come estinto , subito nel primo verso.
A quel modo che l'epistola Amico transalpino , la quale secondo
l’ordine strettamente cronologico (essendo del 1344) avrebbe do¬
vuto trovar luogo nel libro II, che contiene all'ingrosso poesie
composte fra il 1342 e il '50, è invece in mezzo a componimenti
dell'età più tarda, quasi alla line dell’intera raccolta, evidente¬
mente perché enuncia il proposito fatto di rinunziare aH’amore
ed alle vanità mondane (1); così l'epistola di cui stiamo dispu¬
tando, dacché il poeta vi confessa il suo debole che ancora per¬
siste ( tepidam assidue sub corde favillam) e la paura ch’egli
ha d’innamorarsi daccapo, sta bene, ancorché posteriore, fra le
poesie « quas humilis tenero stylus olim effudit in aevo ». 11
fatto è, che il criterio secondo il quale appaiono ordinate le Epi¬
stole metriche , se prevalentemente sembra essere il crono-
logico, per effetto d’altri criteri, logici ed artistici, a cui il poeta
ottempera, va soggetto ad eccezioni tali che la regola ne vien
quasi annullata (2). Insomma, la successione di tempo è in esse
altr’uomo. « Ipse mihi collatus enim non ilio videbor » si legge nella dodi*
catoria a Barbato. Che un giorno la curiosità erudita avrebbe richiesto la
fede di nascita de' suoi carmi, al pari che delle sue rime, è cosa a cui certo
non pensava quando li metteva insieme !
(1) « ...lamque haec puerilia retro | linquimus, ad metani rapimur pro-
« perantibus annis. | Una fuit quondam depectere cura capillos, | impendere
« diu speculo, componere vultum, | multorum placuisse oculis; sed transii t
« aetas | illa mie hi in tergum, et numquam reditura volavit. | lamque
« animum maiora trahunt: quid precibus ergo | consilioque tuo senior iam
« segnis amator | in flammam laqueosque ruam, et iuga nota subibo ? »
(vv. 14-22).
(2) Lo stesso pressappoco accade, com’è noto, per le rime del Petrarca.
Questi non lasciò detto perchè le abbia ordinate a quel modo ; anzi, dirò
col Cesareo (Su Vordinamento delle poesie volgari di F. P., in questo
Qiom., 20, 110), «c'è più d’un indizio per ritenere, che, se una legge ei si
« prefìsse, non si fece scrupolo a quando a quando di violarla, sia per ac-
« crescere la raccolta d'un qualche componimento condannato dapprima e
« poi rimaneggiato ed assolto ; sia per far luogo a componimenti i quali,
« secondo quella legge, andavano esclusi ; sia per ragioni affatto partico-
« lari, che a nessuno è dato d'indagare e d'intendere ».
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F. FLAMINI
troppo malsicura, perchè se ne possano trarre elementi di giudizio
per istabilire a priori una data (i).
L’opinione, adunque, ch’io credo più conforme al vero, è che
l’epistola metrica ove si contiene il passo giudicato dal Quarta
cosi decisivo per la questione della patria e del soggiorno di
Laura, sia invece posteriore alla morte di lei, e si riferisca a
quel giardino che negli anni dal 1348 (in cui ella mancò ai
vivi) al 1350 sappiamo aver il Petrarca posseduto a Parma, e
di cui si parla più volte nelle sue epistole in verso ed in prosa (2).
Con questo non intendo d’escludere recisamente, che tale pericolo
d’innamorarsi di nuovo — probabilmente lo stesso a cui il poeta
accenna nella chiusa del sonetto Quella che 7 giovenil meo core
avinse , non incluso nel canzoniere (3) — ei non possa anche averlo
(1) Cfr. Magrini, Op. cit., pp. 175 e 178-80. Al Quarta non ho bisogna
di rammentare quello ch’egli stesso ha osservato in tal proposito (La casa
e i giardini del P. ecc., pp. 14-15); cioè che la terza epistola metrica del
libro III, scritta probabilmente nel 1338, trovasi neH'ultimo libro, anziché
nel primo. Gli argomenti addotti dalla Magrini («vi, pp. 130-31) per pro¬
trarne la composizione al '46, mi sembrano deboli ed artificiosi.
(2) Importa osservare, che proprio in questi anni il poeta dovè trovarsi
in una disposizione d'animo singolarmente propizia a nuovi amori. Qui, nel-
l’epistola a Lelio, non si tratta che d'un pericolo d’« incendio », d'un
timore, espresso in confidenza all'amico, di cosa che non sembra aver poi
avuto effetto: anche chi si accosti alla tesi sostenuta dal Sicardi (Oli amori
estravaganti e molteplici di F. P. ecc., Milano, Hoepli, 1900), dell’ « amore
unico » del poeta, può fare, come noi, due persone distinte della nimpha
e della mulier clarissima. Ma c'è tra le estravaganti del Petrarca un so¬
netto, famoso, in cui questi si duole della nuova guerra che Amore gli
muove dai begli occhi d'una fanciulla concittadina del poeta a cui si volge:
Antonio da Ferrara, e le rime che si riferiscono, o sembrano riferirsi, alla
ignota ferrarese < si possono datare, o sono dal poeta datate, negli anni
1348-1351 » (cfr. E. Levi, Ant. e Nicolò da Ferrara poeti e uomini di corte
del Trecento , estr. dagli Alti e Mem. d. Deputai. Ferrarese di storia patria,
XIX, fase. 2°, Ferrara, Zuffi, 1909, pp. 46-7 e n).
(3) È nel cod. autogr. Vatic. 3196 ( Arch. paleogr. ital. del Monaci, 1, tav. 56;
Appel, Zur Entxoickelung ital. Dicht. Petr., Halle a. S., Niemeyer, 1891,
p. 48; Solerti, Rime disperse di F. P„ ecc., Firenze, Sansoni, 1909, p. 97).
Dopo la morte di Laura — conchiude in esso il Petrarca — invano Amore
volle «con altra chiave riprovar suo ingegno >; eppure, « fui in dubbio
«fra Caribdi e Scilla». Non diversamente il poeta si esprime nel son.
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TRA VAI.CHIOSA ED AVIGNONE
89
corso quando nel 1351 tornò un'ultima volta nell’alpestre soggiorno
transalpino; per quanto a ciò contraddica la sua dichiarazione,
che allora non avea davanti « nullius usquam mulieris nisi vii-
« licae suae faciem » (1). Non escludo, anzi, in modo assoluto
nemmeno l’altra ipotesi, che l’epistola metrica a Lelio sia stata
scritta in una delle precedenti dimore del poeta a Vaichiusa (2),
durante un periodo di tempo in cui l’amore di lui per Laura si
fosse talmente affievolito, da poter essere creduto, e chiamato,
spento (3); ancorché in un sonetto composto meutr’ella era in
vita, il Petrarca, dopo aver detto di trovarsi nella « valle
chiusa d’ogn’intorno », soggiunga: « ivi non donne, ma fontane e
« sassi » (4). Quello che a me basta d’aver messo in sodo, contro
l’argomento addotto come inoppugnabile dal Quarta, si è che nulla
ci obbliga a ravvisare madonna Laura nella ninfa di cui nella
epistola a Lelio. Soggiungo ora, per ultimo, che, anche se la scena
dell’epistola si voglia immaginare in Vaichiusa e ammetter l’iden¬
tità della nimpha con la mulier clarissima , tutto corre assai
meglio con l’ipotesi d’una Laura soggiornante un po’ addentro
nel piano del Contado Venessino, che non coll'altra d’una Laura
abitante sulle alture di Vaichiusa stessa, a più d’un chilometro
dal vallone della sorgente. Chi senza preconcetti, a caso vergine,
legga i versi: « carmina quid dulcesque modos quos nocte se-
« rena, | quos oriente die, vel quos moriente decora | concinit
Mai non fui in parte ecc. (Rime, CCLXXX) ; dove la terzina « L'acque
< parlan d’amore e l’óra e i rami | e gli augelletti e i pesci e i fiorì e
« l'erba, | tutti inseme pregando ch'i' sempre ami > par proprio un com¬
pendio dell'epistola metrica di cui parliamo; mentre i due primi versi, per
quanto in forma un po’ sibillina, fanno pensare (soprattutto per quel mai
iniziale) a un luogo pericoloso per la pace del cuore in guisa ed in misura
al tutto eccezionale, che non sembra perciò da identificare con la « so-
< litudine valchiusana » nota e consueta.
(1) Cfr. Fam., lib. XIII, epist. 8* (ed. cit., II, 249).
(2) Dal maggio 1342 all'autunno del 43, o dalla fine del 1345 al 20 nov.
del ’47 (cfr. Wulff, Petr. at Vaucluse, cit., pp. 14-17).
(3) Sembra segnar la fine di tale periodo la ballata Quel foco ch'i' pensai
die fosse spento (Rime, LV).
(4) Rime , CXVI (son. Pien di quella ecc., vv. 9-12).
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90
F. FLAMINI
« angelico trans rivurn murrnure nimpha? * è tratto natural¬
mente ad inferirne, che presso il giardino di cui qui si parla
stesse di casa una giovine usa a cantare, nelle ore d'ozio,
o alla finestra o nel suo verziere; cosa in verità non impossibile
(dato e non concesso, ripeto, che ciò avvenisse oltralpe), se
si pensa che il giardinetto tra la Sorga ed il canale, a fianco alla
casa del poeta, trovavasi sull'entrata del vallone, epperò vicinis- *
simo al borgo di Vaichiusa (1); e che in questo borgo, o alle porte
di esso, dovevano abitare famiglie di civil condizione (2), ad una
delle quali può aver appartenuto quella donna dalla voce d'an¬
gelo e dagli occhi saettatori. Poniamo che costei fosse, invece,
madonna Laura. L’ipotesi da fare, in tal caso, non ha nulla d'in¬
congruo, se il soggiorno consueto di lei s’immagini ad alquanti
chilometri dalle alture valchiusane : basta supporre, che in una
di quelle visite che signore e cavalieri volentieri facevano alla
sorgente famosa (3), piacesse alla bella dama di trattenersi qualche
(1) Ai tempi del Petrarca questo borgo era, secondo il solito, cinto di
mura e sottostante al castello del signore del luogo (cioè del vescovo di
Cavaillon), sul declivio esterno del gran sasso , a NO. Cfr. Bayle, Le véri -
table emplacement ecc., p. 37.
(2) <11 y avait & Vaucluse, du temps de Pétrarque, en l'absence du sei-
< gneur (qui y faisait des rares apparitions), divers officierà civiis, des ma-
< gistrats, des ecclésiastiques, tels que chàtelain, bailli, clavaire, procureur
« fiscal, notaire, greffier, juge de la cour seigneuriale, vicaire perpétue!, cha-
4 pelains » (Bayle, Op. ci p. 5).
(3) D'una di esse parla un'altra epistola metrica, la 3* del lib. III. Il poeta
vi racconta a Guglielmo da Pastrengo, che una sera, mentre, uscito fuor
dalle alture valchiusane, egli seguiva, sulla riva destra, il corso del 4 lu-
4 cido fiume », gli si fece incontro una brigata elegantissima, che veniva
4 fontis quo fama vocaret », e nella quale c'era anche la 4 fiamma » del¬
l'amico a cui scrive :
Surgit ab advereo vulgus muliebre vi ri eque
intermixt» ac tee; formae discrimina lougae
nulla putes, habiium confudit gallicus olim
lazue, et ambigui texit vesti già eexus.
Congredimur magie atque magie, rultueque patoecunt,
et vitae tenuee et tei te moni li a gemmie
et cnnalie honoe distinctaque purpura limbo
etellanteeque nitent digiti, ecc.
(tt. 44-51).
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TRA VALCHIUSA KD AV1UN0NK
91
giorno nel borgo lì vicino; o che la casa ove fu ospitata, tanto
fosse prossima al giardino inferiore del Petrarca, che da questo
si potesse udirla allorquando liberamente e gaiamente, secondo
il suo costume, ella cantava. All’incontro, se il soggiorno suddetto
si collochi (seguendo il Wulff) sul giogo di Bondelon; poiché
certo non è da pensare che madonna Laura, senza bisogno,
lasciasse la sua casa per venirne ad abitare un’altra mille metri
più in là, non resta altra possibile supposizione, se non d’un fre¬
quente aggirarsi di lei presso la solitaria e recondita abitazione
dell'antico amante. Ma può parer verosimile, che una signora
per bene venga a cantare, di mattino, di sera e financo di
notte, a considerevole distanza da casa sua e a pochi passi
dalla dimora di chi, acceso di lei un tempo, ora ella sa indiffe¬
rente, quasi per riadescarlo, con arti non da gentildonna, ma da
sirena da strapazzo?
Verosimile, del resto, non so a chi possa ormai sembrare questa
vecchia ipotesi, risuscitata con tanto ardore di convincimento dal
filologo svedese, d’una Laura nata, vissuta e morta tra le mon¬
tagne di Vaichiusa! Le stanno contro e la nota autografa del
Virgilio ambrosiano (dove si dice ch’ella fu conosciuta dal poeta
in Avignone, e mori e fu sepolta « in eadem civitate *) e quel
racconto dell'epistola metrica Quid faciom ecc., che sopra ab¬
biamo compendiato. Come si può pensare, che la bella donna
soggiornasse in villa seu castro Valcluse( 1), se, dopo il viaggio
fatto per guarire dalla decenne passione amorosa, al poeta, ri¬
preso in Avignone dal « fiero morbo > e desideroso di fuggire
le bionde treccie e gl’occhi « in morte placentes », che certo eran
là o, almeno, così vicini, da tentarlo, anche per forza d’invete¬
rata consuetudine, ad andarli a vedere, Vaichiusa apparve come
farmaco al male, come rifugio contro la rinnovata procella? —
Stavo meditando (si legge in codesta epistola) una qualche via
(1) È l'espressione che il Petrarca adopera nel suo testamento ( Opere , ed.
di Basilea, III, 118) per quel modicum terrae ch'egli possedeva nel terri¬
torio di questo borgo.
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92
F. FLAMINI
di scampo, quando da lontano m’avvenne di fermar lo*sguardo
sopra questo alpestre nascondiglio, e mi parve che qui avrei
trovato ciò che cercavo: «hoc procul aspexi (i) secreto in
« litore Saxum (2), naufragiis tutumque meis aptum*
«queputavi». E, dunque, proprio tutto l’opposto di quel
che vanno fantasticando i fautori d'una Laura valchiusana! E
il passo ora citato trova conferma in altri, notissimi, delle epistole
e delle rime. Tra quelle « valli chiuse » e quegli « alti colli »
era il «porto» delle amorose fatiche del poeta (3): colà gli
amorosi venti non avevano accesso (4); colà egli soleva ripa*
rare, ogni volta che l’ardore della sua fiamma si facesse intol¬
lerabile, come «in una rocca validamente difesa» (5). E
in codesta sua « solitudine » egli ritrovava, con la pace dello
spirito, il raccoglimento necessario ai lavori letterari: poteva
andare attorno liberamente e sicuramente, da mane a sera, me¬
ditando o scrivendo (6); potè, infatti, per quei monti e per quelle
selve idear VAfrica (7), comporre quasi a penna corrente il
Bucolicum carmen (8), scrivere trattati come il De vita soli ■
(1) Intendi: dalla parte alta d’Avignone, dal Rochers des Doms o dal pa¬
lazzo dei papi, donde si vedono all’orizzonte, dal lato di levante, le alture
valchiusane (v. la fig. 19*).
(2) Senza dubbio, il « gran sasso donde Sorga nasce ».
(3) Cfr. Rime, CCCUI (son. Amor, che meco ecc., vv. 6-7).
(4) Ivi, LXVI (sest. L'aere gravato ecc., vv. 9-10).
(5) Cfr. Fani ., lib. Vili, epist. 3* (ed. cit., 1, 420).
(6) Nella cit. epistola metrica Quid faciam ecc. si legge: « Saepe dies
« totos agimus per devia soli, | inque manu calamus dextra est, et carta
« sinistram | occupai, et variae complent praecordia curae » (ed. di Rasilea,
III, 84).
(7) «Iilis in montibu8 vaganti sexta quadam feria maioris hebdo*
« madae cogitatio incidit, et valida, ut de Scipione Africano ilio primo...
« poeticuni aliquid heroico carmine scriberem » ecc. (Epist, ad Posteros,
ed. Frac., I, 7).
(8) « Ipse loci habitus et recessus nemoium, quo me saepe curis gravidum
« lux oriens urgebat, et unde me sola nox rediens pellebat, ut silvestre
« aliquid canerom suasere. Quod ergo quidem in animo habueram, Bucolicum
« carmen XII eclogis distinctum scribere ausus, incredibile est quam paucis
* diebus absolverim ; tantum ingenio locus calcar addiderat » ( Fam ., lib. X,
epist. 4* ; ed. cit., 11, 85).
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
93
laria e il De ocio religiosot'um , epistole in prosa e in versi, rime
d’amore in gran numero (1). Ognun vede tutta l'assurdità del
supporre che questo il poeta facesse avendo Laura, sua delizia
e tormento e però massima tentazione, massima distrazione, a
breve distanza dal proprio hospitiolum , in queli'istessa valle (bella
rocca « munitissima » per lui !), fra quegli stessi monti (bel riparo
contro le procelle d’amore!), dov’egli, « erbivago e monti vago »(2), •
s’aggirava giornate intere, e dove la bella dama — che imma¬
ginare appollaiata perpetuamente sul giogo di Bondelon sarebbe
ridicolo! — non poteva non andare anch’essa a diporto, per
l’ombra delle selve o lungo i margini del chiaro fiume. « In
« tanta solitudine » (3), fra le angustie d'un recinto montuoso
che dalle fauci al fondo (ov’era il Castello col sottostante oppi-
dulum) si traversa in venti minuti, codesto sarebbe stato poco meno
che un coabitare. Comodo, certo, pei due amanti (ma chi sa che
cosa ne avrebbe pensato il marito?) (4) quel luogo appartato (5),
dove, non disturbati da nessuno (6), potean vedersi ogni momento,
parlarsi spesso, e forse, qualche volta, per devia, soli, non par¬
larsi soltanto. Eh via! perchè non torniamo addirittura alla
leggenda boccaccevole dei due castelli, l’uno del Petrarca e l’altro
(1) Cfr. Fani ., lib. Vili, epist. 3« (ed. cit., I, 420).
(2) Fam., lib. VI, epist. 3* (ed. cit., 1, 336).
(3) Cosi il Petrarca stesso (Fam., lib. Vili, epist. 3* ; ivi, I, 420).
(4) Niente marito, secondo i sostenitori vecchi e nuovi dell'ipotesi d'una
Laura valchiusana ! Il gelos è un elemento perturbatore dell'idillio, come il
satiro nelle favole pastorali, e va eliminato. Ma il partubus del noto passo
del Secretumì Sarà un errore dei manoscritti: leggete perturbationibus,
come hanno le antiche edizioni, ovvero phtysmatibus, come piace all'abate
Costaing de Pusignan (La Muse de Pétr. a cc., cit., pp. 157-58); e pensate,
con Salv. Bktti (La Laura del Petr. 1 2 3 4 5 6 , Modena, Soliani, 1866, p. 29), a
quella « infermità di consunzione generata forse da una lunga blennoragia »
(oh povera Laura !), da cui l'amata del Petrarca fu tratta al sepolcro.
(5) «Ab hac... civitate | Avignone ] et sinistra Rhodani ripa semotus *
( Var., epist. 41* ; ed. cit.. Ili, 409).
(6) « Plura ferarum quam hominum vestigia » in quella solitudine « late
« tranquilla». Andando attorno — scrive il poeta — per giornate intere
« utramque Sorgiae ripam saepe remetior nullo qui obstrepat obvio»
(Var., epist. 42*, Fam., lib. XV, epist. 3*; ed. cit.. Ili, 410 e 11, 316).
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F. FLAMINI
della belle Laure, separati da una valle, ma comunicanti per un
condotto sotterraneo! (1). Siamo su questa strada, una volta am¬
messo che il Petrarca, fior d’impostore, quando raccontava al
Vescovo di Lombez d'essersene fuggito da Avignone a Vaichiusa
per sottrarsi al fascino delle treccie bionde, diceva una grossa
bugia, essendo la verità precisamente il contrario!
11 Quarta che, quando non assottigli l'ingegno nella difesa di
cause perse, ragiona dirittamente, s’ò accorto che l’opinione di
chi fa Laura nata, vissuta, morta e sepolta in prossimità delle sor¬
genti della Sorga, cozza contro esplicite testimonianze in contrario
offerte dalle op< re del poeta. Non l'ha accolta, pertanto, nella
sua integrità; ed ha cercato di salvar capra e cavoli (cioè, la
veridicità del Petrarca e la scoperta del Wulff) immaginando che
la bella donna su quelle alture di Galas fosse nata, ma non sog¬
giornasse stabilmente, bensì villeggiasse soltanto. Superfluo os¬
servare, come con questo non s’elimini la contraddizione tra il
fatto supposto del « nido » di Laura sopra il giogo di Ben*
delon e la frase «d’aspri colli mirando il dolce piano | dove
«nacque colei » ecc. Quel che importa, si è che, anche così,
all’ipotesi che dirò valchiusana s’oppone pur sempre il racconto
del poeta nell’epistola metrica Quid faciam ecc.; racconto a
cui va innanzi (si noti) la dichiarazione : « nec vera silebo, |
« nec tibi flcta loquar; mihi nam loquor ». Poiché come poteva il
Petrarca ignorare, nel 1337, che la donna per cui ardeva da due
lustri, la donna che l’avcva avvinto della sua catena appiè dei
colli ov’era nata (2), solea villeggiare sulle alture di Galas, a poco
più d’un chilometro dal vallone della sorgente? E sapendo questo,
(1) Su questa leggenda ed altre affini, formatesi in Vaichiusa e favorite
dagli eruditi locali, si può vedere il cap. 3° della cit. memoria del Quarta,
La casa e » giardini del Petrarca ecc., pp. 17-27.
(2) Si confrontino i versi dell'epistola : c lam duo lustra gravem fessa cer-
« vice catenam | pertuleram indignans » con la chiusa del son. A piè de’
colli ecc. (Rime, Vili): « lo qual in forza altrui, presso a l’extremo, | riman
« legato con maggior catena » ; e si veda più avanti, a pp. 127-28, quale è
la spiegazione, a mio avviso, più ovvia e più ragionevole di questo sonetto.
I
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TRA VALCHIOSA ED AVIGNONE
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potevagli venire in mente di cercar riparo, per isfuggire al nuovo
laccio delle treccie bionde, proprio là dove era da prevedere
che, da Avignone o dai dintorni d'Avignone, in cui si trovava in
quel momento, madonna Laura sarebbe fra breve capitata, avendo
colà un’abitazione ch’era « il suo fido soggiorno » (1), ed essendo
proprio il borgo di Vaichiusa quello che le avea dato i natali?
Poteva codesto Sasso « secreto in litore », con le adiacenti mon¬
tagne, apparire al poeta come un nascondiglio ( latebra ), un porto
sicuro e adatto contro i naufragi dell’anima, se colei da cui gli
%
veniva ogni minaccia ed ogni travaglio, aveva in costume di
recarvisi a villeggiare? Nella bella stagione, quando tutto invita
a spaziare l’intera giornata all’aperto (già conosciamo, in questo
proposito, le consuetudini del Petrarca, e vedremo più avanti
quelle di Laura), egli e la sua damma si sarebbero così venuti
a trovare ambedue in un luogo solitario, appartati interamente
dal mondo. Ma allora addio, pace dell’anima! addio, tranquilla
serenità propizia agli studi ! E invece sappiamo, che quel recesso
fu effettivamente per lui, com’egli s’aspettava nel trasferirvisi
con le sue robe e i suoi libri, « locus pacis et ocii domus, requies
* laborum, tranquillitatis hospitium, solitudinis officina » (2); sap¬
piamo che dovette trovarvi tutto ciò che reputava necessario
per chi voglia scriver libri (3), dacché nell’Epistola ai F’osteri
egli dichiara solennemente, che quanto gli uscì dalla penna (ed
è moltissimo) quasi sempre fu o compiuto o intrapreso o ideato
in Vaichiusa (4). Vorremo forse immaginare ch’egli attendesse
al comporre soltanto d’inverno, quando Laura sarà stata lontana
\
(1) Questa espressione, cosi significativa, occorre (come già sappiamo) nella
prima redazione del son. Almo sol ecc., recata dal cod. Vatic. lat. 3196.
(2) Tale egli afferma d'averlo sperimentato, per lunga consuetudine, nel-
l’epist. 5* del lib. XVII delle Familiari (ed. cit.. Il, 441).
(3) « Ad scribendum libros solitaria quiete dulcique ocio et magno nec
* interrupto silentio opus est * (Fa/n., lib. VI, epist. 2* ; ed. cit., I, 316).
(4) < Haec est summa : quod quidquid fere opusculorum mihi excidit, ibi
« vel actum vel coeptum vel conceptum est; quae tam multa fuerunt, ut
« usque ad hanc aetatem me exerceant ac fatigent * (ed. Frac., I, 7).
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F. FLAMINI
dal suo soggiorno campestre? Ovvero, per cavarci d’impiccio,
supporremo una specie di chassez-croisez tra il poeta e la dama,
pel quale egli avrebbe levato le tende da Vaichiusa quando
Laura vi veniva a villeggiare, e vi sarebbe ritornato quand'ella
s’inurbava nuovamente? Non è da dire, si badi, che la permanenza
di lei in campagna solesse durare soltanto pochi giorni: ho già
citato, ripetutamente, quei versi da cui appare, che, allorquando
ella trovavasi nel suo soggiorno campestre, si potea dire che
« vivesse » colà:
Almo sol, quella luce ch'io sol amo,
tu prima amasti, al suo fido soggiorno
vi ve 8 i or, ecc. (1).
Se tale soggiorno si collochi in Vaichiusa, occorre proprio in¬
dursi a credere, che quella dama elegante, dell’alta società di
Avignone o del Venessino, avesse una sorprendente affinità di
gusti coll’amico suo pensatore e sognatore; ch’ella pure, contro
il costume de’ suoi tempi, cercasse la solitudine (2); che per
questo s’adattasse ai disagi d’una dimora isolata, fuori di mano,
sprovvista di molte di quelle cose onde la vita ha bisogno per
esser gradevole, e di cui la città offre gran copia (3).
Gonchiudendo, l’ipotesi che Laura sia nata ed abbia soggior¬
nato, ovvero villeggiato, a Bondelon sulla collina di Galas, non
è meno infondata delle altre secondo le quali il picciol borgo
sarebbe da identificare, invece, con Graveson, o col Thor, o con
Cabrières, o con Lagnes. Resta la congettura che chi scrive
(1) Vedi anche Wulff, Trois sonnets de Pétr. selon le mi . papier
Vatic. 3i96, Lund, 1902, p. 6.
(2) Cfr. Fam lib. Ili, epist. 5* (ed. cit., 1, 147): « statum vitae solitariae,
« quam hac aetate secutus videor (ut aaseris) praeter morem hominum
« nostrorum ». Giova osservare, che così scriveva il IL, a Stefano Colonna
juniore, sulla fine del 1337 o sugl'inizi del '38.
(3) « Etsi loco ilio [in Vaichiusa] multa desini quilius voluptas egei urbsque
« affluit » ecc. (Fam., lib. XI, epist. 6*, ed. cit., II, 119: e cfr. lib. Vili,
epist. 3*, ed. cit., I, 418-19; lib. XI, epist. 12*, ed. cit., II, 137).
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
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mise fuori per la prima volta diciassette anni or sono, in questo
Giornale ; congettura accolta, a ragion veduta, dal Carducci e
da S. Ferrari, dall’Appel e dal Mills, dal Moschetti e da Man¬
fredi Porena, la quale ha su tutte le altre il vantaggio di non
esser soltanto un’induzione logica, poiché si fonda anche sopra
una testimonianza molto antica e meritevole di fede.
Le pagine seguenti mireranno a corroborare tale ipotesi, a
mostrare come s’accordi in tutto con ciò che si rileva dalle opere
del poeta, a definirla entro i termini più esatti, a ricavarne, in¬
fine, quanto possa dar luce alla corografia del canzoniere ed
alla storia del principale, se non unico, amore di Francesco
Petrarca.
VII.
Nel 1483 sbarcava in Francia S. Francesco da Paola, che
Luigi XI, sentendosi mancare lentamente la vita, avea scovato
t
da un convento della Calabria, fidando nelle arti taumaturgiche
di quel servo di Dio. Era al suo fianco, e con lui attraversò la
Francia fino a Tours, un gentiluomo napolitano della più alta
nobiltà : Francesco Galeota, cavaliere e barone del Serpico, in¬
caricato da Ferdinando d’Aragona, suo signore, d’accompagnare
il Santo fino al cospetto di re Luigi. Questo gentiluomo non era
soltanto uno dei personaggi più cospicui della corte di Napoli ;
era anche un letterato, dirò così, di affezione: autore d’una
novella, di epistole d’amore in prosa e di tutto un ampio can¬
zoniere, che io stesso feci altra volta conoscere agli studiosi in
questo Giornale (1).
Che bella occasione codesta, per un amico delle muse, di visi-
tare a parte a parte i luoghi consacrati dagli amori del « suo »
(1) Voi. XX [1892], pp. 1 sgg. (Frane. Galeota, gentiluomo napolitano
del Quattrocento, e il suo inedito Cantoniere).
Otornai* fiorito. — Sappi, n* 12. 7
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F. FLAMINI
Petrarca ! Poiché (s’intende) anche il Galeota, al pari degli altri
rimatori del Quattrocento, nel far versi aveva rocchio sempre
intento, con fervorosa ammirazione, alle rime per madonna Laura.
Fece egli adunque, molti anni prima d’Alessandro Vellutello e
come qualsiasi de’ nostri odierni eruditi, il suo pellegrinaggio
petrarchesco ; e ad Avignone vide non so che effigie marmorea
della donna amata dal poeta glorioso (1), e volle anche entrare
in quella chiesa di S. Chiara che gli era designata come luogo
deH’innamoramento del Petrarca dal commento, divulgatissimo,
deH’Ilicino ai Trionfi (3). Nè stette pago a questo: anche il picciol
borgo volle vedere, anche il « nido » della fenice lo attrasse :
«scorsi con una barca | il nido e 1 fiume | là donde ebbe
« in costume [il Petrarca] | andar cantando ». E per lui non
ci son dubbi: il borgo di cui la bella donna era nativa è Cau-
mont. Nel fatto, la vista di questo castello del Venessino gl’ispira
un sonetto che nella rubrica s’afferma composto passando per
Comonto dove nacque madonna Laura , e che prin¬
cipia: « Vignion, Comont, là dov’ella nacque, | Rodano
« e Sorga ancor vid’io passando, ( e dove scrisse e dove arse
« cantando | il mio maestro quanto a Laura piacque ».
Non è chi non veda l’importanza di tale attestazione. È possibile
che Francesco Galeota si cavasse di testa il nome di Caumont
per capriccio? Questo rimatore del secolo XV è il primo che
abbia istituito un’indagine coscienziosa per sapere qualche cosa
di più esatto non solo sulla topografia degli amori del Petrarca,
(1) « Avignon viddi ancora, | donde Laura se onora | ben scolpita, |
« bella se fosse in vita > ( Consone dove sono notate tutte le cose de me¬
moria che vide per lo viagio de Franta ecc., in append. al mio studio sul
Galeota, p. 75).
(2) Già ebbi a riportare in questo Giorn. (21, 354 ) il sonetto che usci
dalla penna al Galeota sotto le arcate di quel tempio doppiamente sacro per
lui : « Dov’è Laura soave, et in qual luoco | di questo sacro tempio s’as-
« sise, | quand'ella intenta suo' begli occhi affise | per far d'un ghiaccio un
« sì mirabil fuoco ? » ecc. Nel ms. gli va innanzi la didascalia: Soneto facto
in Sane t a Clara d' Avignone per memoria del Petrarca done se ina¬
mor ò.
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
99
ma anche intorno alla donna che questi aveva resa immortale (1).
Verosimilmente, affermando in modo così reciso essere Laura
nativa di quel luogo, egli si fondava sopra notizie ivi attinte e,
a suo avviso, meritevoli di fede; da persona seria e per bene,
quale egli era, che non scriveva già in sostegno di una tesi,
o con animo di farsi salutare scopritore fortunato, ma rammen¬
tava, così alla buona, i luoghi veduti nel suo viaggio di Francia,
in rime destinate a una diffusione ristretta, fra i cavalieri e le
dame della corte aragonese di Napoli. E stante la sua nobiltà e
la missione reale ond'era investito, ottimi mezzi egli aveva per
procacciarsi informazioni sulla famiglia di Laura, sui possessi di
lei, sul luogo della sua nascita e della sua consueta dimora, dai
signori o cosignori di terre e castella del Contado Venessino.
Parecchi di costoro erano i discendenti di quei gentiluomini di
Provenza che avevano accompagnato gli Angioini nel Napolitano;
di non poche famiglie che da secoli possedevano feudi colà, una
parte s’era trapiantata, al tempo degli Angiò, nel Regno di Na¬
poli; la lingua italiana doveva esser familiare a più d’uno di
costoro; infine, se la mulier clarissima et virtute suis et san¬
guine nota vetusto era stata onore e lume della nobiltà del Ve¬
nessino (com’è da credere, ove s’accolga questa ipotesi di Cau-
mont), e se il Petrarca, ne’ dieci anni della sua passione per
Laura anteriori al ritiro in Vaichiusa, soleva aggirarsi presso
codesti castelli, nel tratto, vicino alla città dove abitava, ch’è fra
il Rodano, la Durenza e la Sorga (sopra cercammo di dimostrare
appunto questo), quel suo amore, di cui in Avignone gli amici
stessi di lui avean saputo così poco, doveva invece esser stato
cosa ben nota nella società fendale del Contado, spettatrice delle
(1) Sappiamo ch’egli riuscì persino a procurarsene un ritratto (non im¬
porta se autentico o no) per farne dono ad una delle più colte dame del
suo paese. Costanza d’Avalos contessa dell’Acerra ; alla quale l'accompagnava
con un Bonetto : < Ecco qui Laura, tal qual era viva : | le chiome d’or, la
« forma del bel viso, i dove Francesco riguardando affiso, | tant’anni pianse,
« e per lui fatta è diva » ecc. (cod. Estense X. B. 13, c. 191*).
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100
F. FLAMINI
escursioni campestri del poeta; e però ne poteva esser rimasta
colà qualche memoria.
Ad ripam fluminis dice il Petrarca (nell’egloga di cui già s’è
avuto a parlare) esser cresciuta la sua pulcfierrima laurus\ e
vedemmo ch’egli alludeva quasi certamente alla Durenza. Ora
il Galeota, che rettamente interpretando, a quante sembra, il
passo dei Trionfi « a riva un fiume che nasce in Gebenna '
« Amor mi diè per lei sì lunga guerra », appunto la Durenza
ravvisava nella riviera presso la quale il poeta soleva « andar
« cantando » (1), dopo aver visitato, nel suo viaggio di ritorno,
Avignone e quanto vi ricordava Laura ed il Petrarca, rag¬
giunta (verosimilmente a Bonpas) la destra di quell’ampio fiume,
ch’ei si disponeva a risalire fino alla sorgente, cioè proprio
fino al Gebenna, per tornarsene di là in Italia (2), volle fare
una sosta, in omaggio alla memoria del suo « maestro », su quelle
rive, volle anche scorrere con una barca quelle acque (3). Do¬
veva aver in mente, nel recarsi dove gli parevan da ricercare il
luogo di nascita di Laura e la scena degli amori del poeta, il
sonetto «Sento l’aura mia antica, e i dolci colli | veggio
«apparire onde ’l bel lume nacque»(4); e a questi colli
sarà corso il suo pensiero, non appena, di sulla strada che da
(1) Su ciò, nessun dubbio: poiché, dopo aver accennato a questo fiume
come a quello dove il Petrarca s’aggirava di consueto, soggiunge : « Rodano
«e Sorga ancor vid’io passando», e dà così a divedere, che non aveva
alluso nè all’uno nè all’altro di tali due corsi d’acqua.
(2) Vedi la cit. Cansone dove sono notate tute le cose de memoria che vide
per lo viapio di Franza ecc., vv. 109-11 : «Per monti de Savoia | non
« sensa qualche noia | n’ebbi passato ». E si rammenti quel che sopra avemmo
a dire intorno alle grandi vie di comunicazione fra l’Italia e la Francia.
(3) Avrà seguito per breve tratto (poiché questo fiume non tutto è navi¬
gabile) il più settentrionale dei rami in cui presso Ronpas la Durenza si
divide.
(4) Di fatto, ne’ versi già riferiti del racconto del suo viaggio, « scorsi
« con una barca | il nido e 1 fiume, | là donde ebbe in costume | andar
« cantando », risuona chiaramente un’eco della seconda quartina di questo
sonetto: « ...vedove l’erhe e torbide son Tacque, | e voto e freddo ’l nido
« in ch’ella giacque, | nel qual io vivo e morto giacer volli ».
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I
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TRA VAI.CH1USA ED AVIGNONE
iOi
Avignone, per la vallata della Durenza, conduce alle Alpi, avrà
visto spuntare quelle colline basse, verdeggianti, il cui declivio
meridionale, da Bonpas verso oriente, per tutta la sua esten¬
sione (circa tre chilometri) è costeggiato dal fiume. Proseguendo
lungo tale declivio, per quella via, frequentatissima, sulla destra
della Durenza, ecco che là dove altre due strade vengono a
riunirsi ad essa formando un quadrivio, alla svoltata, non più
sul pendio meridionale di quei colli (che ivi cessa), ma a prin¬
cipio dell’orientale, si sarà offerto allo sguardo del Galeota un
picciol borgo , un castello cinto di mura : Gaumont.
Oggi le necessità del commercio han fatto aggregare a questa
borgata anche una fila d’abitazioni moderne sulla strada nazio¬
nale da Avignone a Cavaillon ; ma Gaumont vecchia — dedalo
di viuzze sassose, fra case prive d’intonaco, sormontato dalla
nuova chiesa di S. Sinforiano, che surrogò l’antica nel 1774 (1)
— si trova addossata tutta quanta al pendio di quei colli che
guarda a levante verso Vaichiusa (2), sul principio d’una via la
quale, appunto lungo tale declivio, va dalle rive della Durenza
a quelle della Sorga. Probabilmente da Gaumont, per questa via
laterale, il Galeota avrà fatto, con una diversione di pochi chi¬
lometri dal cammino ch'ei seguiva alla volta delle Alpi, quella
sua visita di petrarchista coscienzioso alle chiare fresche e dolci
acque : « Rodano e Sorga ancor vid’io passando » (3). Ad ogni
modo, questa vicinanza di Gaumont alla Sorga deve avergli fatto
(1) Cfr. L. H. Labande, Saint-Symphorien de Caumont , in Mèm. de
l'Acadèmie de Vaucluse, XIX, 180 sgg.
(2) Veggasi qui a fianco la fig. 9*; dove l’antico borgo di Caumont (in
provenzale Caumons , secondo i più antichi documenti) appare per intero,
sullo sfondo delle alture di cui parliamo, con un gran prato davanti.
(3) Il Rodano egli l’avea veduto nel passare per Avignone: lo stesso non
direi della Sorga. Poiché questo fiume (cfr. la nostra cartina d’insieme) re¬
stando sempre a notevole distanza da Avignone, dopo aver riuniti sotto Bé*
darrides i suoi rami principali, dopo aver ricevuto le acque dell'Auzon e
del Mède ed essersi unito coll'Ouvèze, si getta nel Rodano cinque chilometri
a N. d'Avignone stessa. Per questa città passa soltanto una derivazione,
« degenere » (cfr. Var., epist. 30; ed. cit., HI, 378), delle sue acque, che viene.
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102
F. FLAMINI
apparire sommamente verosimile l'identità di quel castello delle
rive della Durenza, situato sul pendio d’umili colline, col picciol
borffo ove Laura era nata ; e non occorre la fantasia d’un ro¬
manziere, per immaginare ch’egli colà domandasse notizie sul
conto di codesta dama, di cui sappiamo già che riuscì a procu¬
rarsi pure il ritratto; non occorrono dati genealogici oltre quelli
che si hanno intorno a coloro che durante il secolo XV furono
cosignori in ipso castro de Caumont et in ipsa villa et eius
territorio, per supporre ragionevolmente che sia riuscito ad ot¬
tenerle senza troppa fatica. Poiché, quando nel 1483 il Galeota
capitò in quella terra, una metà circa di essa, dopo esser stata,
successivamente, della contessa d’Avellino, di Caterina da Ca¬
stello, di Teodoro e poi di Michele Valperga da Asti, proprio
quell’anno stesso era venuta nelle mani di Bonifazio, Giuliano,
Luigi e Donato dei Peruzzi di Firenze; e il rimanente, per un
dono fatto nel 1449 da papa Nicolò V a Pietro Spifami, nonché
per successivi acquisti e nuove infeudazioni (una delle quali re¬
centissima, del 1482), apparteneva a questa nobile famiglia luc¬
chese. rappresentata allora in Caumont da un Baldassarre Spi¬
fami, figlio di Pietro (1). Se qualche memoria, pertanto, d’una
gentildonna d’antico ed alto lignaggio nata e vissuta a lungo colà,
e celebrata dal più universalmente acclamato autore di rime
amorose nella lingua del si, sopravviveva in quel borgo; tutto
induce a credere che i suoi nuovi feudatari, toscani, l’aves-
per Yedènes, da S. 1 Saturnio, e non ha nè importanza nè aspetto di lìume.
Aspetto di fiume, ma ben diverso da quello che presenta quando è ancor vi¬
cino alla sorgente, e non tale da dare ad uno studioso del Petrarca un'idea
delle chiare fresche e dolci acque di cui si possa appagare, ha la Sorga in
prossimità della foce; dove potrebb’anche essere che il Galeota avesse già
avuto 9 traversarla al Ponte di Sorga — Pons de Sorgia, oggi Sorgues,
cittadu/.za di c. 5000 abitanti — sulla grande strada romana da Lione ad
Arles (cfr. A. Sagnier, Cypresseta , nel Bull, histor. et archéol. de Vau-
cluse, IV [1882], 71 agg.).
(1) Cfr. Expilly, Dictionnaire géographique , histor. et polittque des
Oaules et de la France , Amsterdam, 1764, II, 837 (e vedi anche Courtet,
Op. cit., p. 138).
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
103
aero raccolta con premura, anche per soddisfazione del loro
amor proprio. E certo quell’ asserzione cosi recisa, Comonto
dove nacque madonna Laura , si spiega molto meglio, se
la supponiamo fondata, non sulla sola indagine congetturale, ma
altresì su testimonianze dei signori del luogo, coi quali davano
modo al Galeota d'annodar relazione la sua nazionalità, il suo
grado di cavaliere e barone, l’alto ufficio d’inviato del re di Na¬
poli presso il re di Francia.
Si può obiettare: come mai, se aCaumontsi sapeva che Laura
era nativa di quella terra, nessuno colà aveva ancora rivendi¬
cato una gloria locale così cospicua? Verosimilmente (rispon¬
diamo) i feudatari di quel borgo, prima dei Peruzzi e degli
Spifami, saranno stati uomini di spada ignari fìnanco del noine
d'uno straniero letterato quale era il Petrarca ; laddove in Avi¬
gnone, che aspirava all’onore d’aver dato i natali alla bellissima
fra le gentildonne di Provenza, non erano mancate persone
capaci di sostenere i diritti di chi vantavasene discendente.
D’altra parte, il Alo che si seguiva in siffatte ricerche prima del
Galeota, era del tutto diverso. Chi voleva saper qualche cosa
intorno all’amore del poeta ed ai luoghi ove si svolse, o inter¬
rogava in Avignone qualche cittadino che paresse in grado d’esser
bene informato, o si recava a Vaichiusa, cercando le vestigio di tale
amore presso la sorgente della Sorga ovvero lungo la strada che
mena ad essa. Pel primo di questi tramiti sembra esser perve¬
nuta all’Ilicino la notizia ch’egli ci dà nel commento ai Trionfi
(1475), di Laura nata a Graveson (1); per l’altro dovè giun¬
gere all’identificazione del picciol borgo col Thor Luigi Peruzzi
(1445 c.) (2): il quale, trovato quasi a mezza strada tra Avignone e
(1) Si ricordino le parole del Vellutello: « Sono stati alcuni i quali...
« hanno detto che madonna Laura... fu da Gravesons, villa da Avignone due
« leghe distante,... credo mossi da una falsa invecchiata opinione, da molti,
«e specialmente da quelli di Avignone, ancora tenuta» ecc. (Le
vite di Dante, Petr. e Boce. ecc., ed. Solerti, p. 367).
(2) Vedi sopra, a pp. 42-5.
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F. FLAMINI
Vaichiusa questo bel castello specchiantesi nelle chiare fresche
e dolci acque, c’è da scommettere che subito avrà detto fra sè :
ecco ciò che < per molti s'è cercato et nvAlus tnvenit » ; anche senza
bisogno di tradizioni locali, che pur non sarebbe assurdo supporre
esistenti anche in quella ridente contrada, tutt’altro che estranea
(come vedremo) agli amori del Petrarca.
Invece il Galeota tenne un'altra via. Visitata Avignone e la
chiesa di Santa Chiara, volle subito recarsi in riva al fiume in*
dicatogli dai Trionfi come quello dove il suo Petrarca aveva
amato e poetato; cioè sulla Durenza, la quale (e non il Rodano)
egli, pratico delle strade che uniscono la Francia all’Italia, sapeva
essere il « fiume che nasce in Gebenna ». Forse, da buono ed
attento studioso del canzoniere, raesser Francesco Galeota aveva
presente anche il commiato della sestina Non ha tanti animali
il mar fra tonde : «Sovra dure onde, al lume de la luna, |
« canzon, nata di notte in mezzo i boschi, | ricca piaggia vedrai
« doman da sera»(l); ove gli abiti suoi mentali, di rimatore
aulico scaltrito agli artifizi del nome segreto e del bisticcio, do*
vevan trarlo a spiegare come un’allusione di genere assai comune
(ricordate ? « Durentia quasi * durities gentium ’ ») quel dure
onde così strano (2). Comunque sia di ciò, è naturale che questo
(1) Rime, CCXXXVll.
(2) Niente strano, anzi molto ovvio, invece, se si riferisca alle acque della
Durenza, famose ab antico per la loro violenza devastatrice. Nel qual caso,
converrà pensare, che la sestina sia stata scritta dal Petrarca in riva a
questo fiume; verosimilmente a Cavaillon, patria del suo caro Filippo di
Cabassole, che dal 1334 in poi fu vescovo di quella diocesi, e colà ebbe più
volte ad ospitarlo. L' « alta piaggia » di cui nel v. 26, sarebbe l’altura pia¬
neggiante di Saint-Jacques (m. 190 c.), al cui declivio orientale Cavaillon è
addossata (cfr. Fam., XI, 15*, ed. cit., II, 143: « lpsi colles, ipsa urbi»
« tuae [ Cavaillon ] moenia, ecc. »), e dove il poeta avrebbe ideato la sua
sestina, una volta ch'egli era uscito dalla città in mezzo ai boschi, al lume
della luna, a sfogare i suoi pensieri col mormorar delle acque « per lo dolce
« silenzio de la notte ». La « ricca piaggia » che nell'ultimo verso si pro¬
mette di far vedere alla canzone «doman da sera», ove s'accolga.la desi¬
gnazione di Caumont fatta dal Galeota, sarebbe quella ove Laura abitava,
sempre sulla destra della Durenza, alquanti chilometri più a ponente, in di¬
rezione della foce.
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Il poggio di Picabrè <lal lato d'occidente (che prospetta il borgo di Cauinont).
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Kl
Fi". 13» — I dolci colli tra Gadagne e Caumont dall’alto del castello di Gadaj^ne).
Fi". 14» — (ìli stessi dalla piazza di Gada^ne (nello sfondo. Picahrè .
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
105
colto gentiluomo napolitano, come fu il primo ad istituire siste,
matiche ricerche sulle rive della Durenza, anziché lungo il Ro¬
dano e la Sorga (di cui parla, infatti, solo incidentalmente), così
sia anche giunto a conclusioni diverse dalle altrui e insolita¬
mente conformi ai dati che ci porge in tal proposito il canzoniere.
Poiché — è tempo ormai d’affermarlo recisamente — Gaumont,
col territorio relativo, corrisponde nel modo più perfetto a tutto
ciò che intorno al picciol borgo ed alle sue adiacenze, teatro
degli amori del poeta, abbiamo veduto risultare dall’opera di lui.
Caumont é sulla destra della Durenza, a breve distanza dal fiume ;
trovasi addossata ad una catena di colline d'altezza mediocre;
inoltre, ha davanti un poggio isolato tutto verde e selvoso, che
fa parte del suo territorio e che attrae subito l'attenzione così
di colui che venga da Avignone per Bonpas, come di chi per¬
corra lungo la Sorga la via che da quella città, per Chateau-
neuf de Gadagne, conduce a Vaichiusa. Questo 'poggio, che par
fatto apposta per accogliere sul suo lene declivio — diciamola
col Boccaccio (1) — « un palagio quasi in forma fatto d’un bel
« castelletto », costituisce come uno sprone avanzato, verso oriente,
delle colline che a Gaumont volgono a settentrione verso la
Sorga. Dal borgo lo separa solamente la strada che, lungo il lato
orientale dei colli stessi, va a raggiungere, ai piedi di Chateau-
neuf de Gadagne (oggi Gadagne semplicemente) il corso di questo
fiume. Ecco Yumil colle « ove il gran lauro fu picciola verga » ;
umile veramente, da qualsiasi parte lo si guardi (2), per la sua
poca altezza e la sua forma allungata. Visto dalle alture di Ga¬
dagne (figg. 13* e 14*), sembra un grosso cetaceo che dorma.
Questo poggio e l'adiacente catena da Gaumont a Gadagne si
presentano allo sguardo di chi s’aggiri per tali alture, come due
(1) Dee., giorn. VI in fine, ed. Moutier, 111, 173.
(2) La fig. 10* ce ne mette sott'occhio il lato occidentale, dalla parte di
Caumont; l'il* il lato di mezzogiorno, dalla parte della Durenza; la 12* il
lato di settentrione, dalla parte della Sorga. Nella prima e nell'ultima di
queste vedute si scorge anche la strada da Caumont a Gadagne.
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F. FLAMINI
lati di un' « ombrosa chiostra » rispondente in tutto a quanto si
rileva dal canzoniere. La vista che si gode da quella monta-
*
gnetta, veramente fresca, ombrosa e verde come il colle di Laura
descrittoci dal poeta in un sonetto famoso (1), ha una maestà ed
una bellezza incomparabili : non dimenticherò mai l’impressione
provata quando, pel sentiero che vi sale e l’attraversa da le¬
vante a ponente, riuscii sul suo versante di settentrione, verso
la Sorga. A sinistra, colline dal ridente aspetto, dal profilo de¬
licato, che mi richiamavano al paesaggio toscano ed umbro
(fig. 15*); davanti, fra Chateauneuf de Qadagne, che disegna
su di esse una gran macchia bianca, e il castello di Thouzon,
ergentesi dal lato opposto sur un poggio a mo’ di una piramide
(fig. 16*), l’amena ed ubertosa pianura dove la Sorga va rica¬
mando sul verde lucidi fili d’argento; a destra, quasi in linea
retta, il bel panorama degli « alti colli » di Vaichiusa.
Ma quanto distano dal collicello di cui parliamo le chiare
fresche e dolci acquei II lembo del suo pendio settentrionale
muore a due chilometri, o poco più, dal ramo inferiore della
Sorga: di là si giunge sulla sinistra di questo fiume in soli qua-
ranta minuti, per una strada tutta piana, a mezzo il declivio,
dolcissimo, dei colli che da Caumont volgono, come sappiamo,
verso il nord. Ed è una passeggiata amenissima, che in poco d'ora
conduce ad uno de’ più pittoreschi siti che si sian veduti mai;
cioè là dove la Sorga, venendo da Vaichiusa, svolta anch'essa
a settentrione, e indi scorre bruna bruna, fra le piante che l’as¬
siepano, lungo quelle colline verdi di vigne e grigie d'uliveti,
donde Chateauneuf de Oadagne domina ancora superbamente la
vallata del lucido fiume.
Adunque, il poggio di Ficabrè — tale il suo nome nel dialetto
del luogo (2) — trovasi nel territorio di Caumont, a due passi
(1) Fresco, ombroso, fiorito e verde colle ( Rime, CCXLII1). Anche fiorito,
naturalmente, se sulle sue pendici s'immagini un bel castelletto , col verziere
che v’era sempre annesso.
(2) Picabrè o Ptcabriè significa 1 2 poggio capraio cfr. F. Mistral, Lou
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r
Fi<r
*• v. -
15 a — Il declivio dei dolci colli presso (iadagne.
'•v
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TRA VALCHIU8A KD AVIGNONE
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dall’antico borgo; sta a sè, eppure, per la poca elevazione ed
altri suoi caratteri, si connette alle adiacenti colline, che da
Caumont vanno oltre Saint-Saturnin ; il suo declivio meridio¬
nale è a circa un chilometro dalla riva destra della Durenza,
e il settentrionale a un paio di chilometri, o poco più, dalla sinistra
della Sorga ; infine, a quest’ultimo fiume — che pur tanta parte
ha nella storia degli amori del Petrarca, sebbene in riva all'altro
egli ci dica essersi svolta la lunga guerra datagli da Amore
per madonna Laura — è allacciato da una strada che mena
proprio al punto più deliziosamente pittoresco delle chiare fresche
e dolci acque. Chi da Avignone o da Vaichiusa risalga o scenda
il corso della Sorga, nel primo caso a Saint-Saturnin, nel secondo
all'Isle, vede spuntare, riconoscibile a primo aspetto, codesto
poggio tutto verde, che s’erge dal piano a poco a poco, quasi ti¬
midamente, con una curva elegantissima. Per raggiungerlo, s'egli
si trovi a Saint-Saturnin, non avrà che a svoltare a destra « fra
« le piagge e '1 fiume », lungo le colline che, lambite fino a Ga-
dagne dalla Sorga, da ultimo (come sappiamo) s’accostano, presso
Caumont e Bonpas, alla Durenza; se sia invece aU’Isle-sur-Sorgue,
potrà prendere, al Thor (pochi chilometri più oltre), la dia-
%
gonale che in meno d’un ora porta ai piedi di quel poggio. G
chiaro, pertanto, che, se si accetti l'identificazione fatta dal Ga-
leota di Caumont col picciol borgo, il « fido soggiorno * di ma¬
donna Laura sarà da immaginare sull’altura di Picabrè: il
« fresco ombroso fiorito e verde colle » non potrà esser che
questo bel poggetto selvoso; dacché non si può pensare (come
verrebbe fatto a prima giunta) alla collina stessa di Caumont, la
quale, proprio nel tratto in cui le è addossato l’antico borgo,
tresor dóu FeUbrige , 1, 404, e li, 662. In francese il nome di questo colle
è Picabrier; vedi nell’ Atlas cadastral de Vaucluse del Fouzks (1837), eh' è
nella Biblioteca d'Avignone, la carta topografica n° XIV, dove il colle stesso
è disegnato con esatta indicazione de' suoi sentieri, delle sue colture a bosco
o a vigna, delle strade che l'attorniano. Nei Mèm. de l'Acad. de Vaucluse ,
XIV, 304, si legge che la collina di Pecabrè, * montagne des chevres ', può
in antico aver accolto sul suo dorso un oppidum.
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F. FLAMINI
è spoglia d’ogni vegetazione stante la natura calcarea del ter*
reno (1). E, in fatto, anche Edmondo Giacomo Mills, che nel 1901,
messo sulla buona strada dal mio vecchio articolo di questo
Giornale, nonché dai versi del Galeota che vi son riferiti, si recò
a Caumont, e vi fece indagini aiutato da persona del luogo, il
signor Gustavo Ode, fermò la sua attenzione sul poggio di cui
parliamo, e in apposito disegno ne volle anche denotare l’ubi*
cazione esatta (2).
Ma, così stando le cose, dove collocheremo Yamorosa reggia ,
il luogo ove « regna Amore », la scena, insomma, della canz.
Chiare fresche e dolci acquei Manifestamente, presso quel ramo
della Sorga che, ai piedi di Gadagne, raggiunge e prende a co*
steggiare la catena di colline che va dall’uno all’altro dei due
affluenti del Rodano nel punto ove più si accostano: a soli qua¬
ranta minuti di cammino dall’umtf colle , a circa un’ora dal
picciol borgo. Da un lato i «dolci colli»; dall’altro, l’altura di
Thouzon dietro il Thor; di contro a Thouzon, il poggio stesso
di Picabrè; a oriente, più lontano, gli « aspri colli » di Vai¬
chiusa: ecco Vombrosa chiostra per la quale il Petrarca vedeva
la sua donna muover dolcemente « i piedi e gli occhi » (3).
Ora, se sui « dolci colli » ella soleva andare a diporto, ralle¬
grando la vista con lo spettacolo ridente delle opposte alture,
(1) Di qui il nome di Calvi montes , che troviamo dato a Caumont in
antichi documenti (per es., nel testamento d' Ugo de Sade ; v. i Meni . dei
De Sade, 111, 73), nonché nella cit. Descriptiuncula. Avenionis ecc. del
Suarès (p. 8). E il Rochbtin ( Archeologie vauclusienne , nei Mèm. de
l’Acad. de Vaucluse, X, 56 n.) afferma che de cavo monte (nome ant. di
Caumont) è corruzione di de calvo monte , e vuol designare « le piton ro*
« cheux et pelé a u-dessous duquel s’élève le village, et qui s'appelle au-
«jourd’hui, en (angue vulgaire, du nom correspondant de Pitie-Cau, c’est-
« à-dire 4 mont chauve ' ». Egli soggiunge, che il qualificativo cau corrisponde
al latino calvus , e occorre in moltissimi nomi di luogo del mezzodì della
Francia.
(2) Cfr. E. J. Mills, The secret of Petrarch , Londra, Fisher Unwin, 1904,
pp. 34-7. 11 nome di Picabrè o Picabrier non compare nel disegno del
Mills: Brickxoorks vi si legge nel punto ove il colle.
(3) Rime , CXC11 (son. Stiamo , Amor, ecc., vv. 7-8).
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La Sorga e i dolci colli tra Gadagne e Saint-Saturnin.
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TRA VALCHICSA ED AVIGNONE
109
la meta delle sue passeggiate è naturale che fosse quel vero
paradiso ch’ella trovava, a breve distanza dalla propria abita¬
zione, sui prati in riva alla Sorga ai piedi di Castelnuovo di
Girardo Amie, oggi Gadagne, fra le piaggie de’ « bei colli » e
il « puro fiume ».
Ricordate il sonetto: « Due rose fresche e colte in paradiso |
« l’altr'ier, nascendo il di primo di maggio»? (1). Io per me
non credo (come il Wulff ed altri) necessario ravvisare in questi
versi un riferimento a luogo determinato (2): ma è certo, che,
se si voglia scorgervelo, il sito a cui alludo risponde nel modo
più perfetto a siffatta designazione. Poiché quel tratto della
Sorga di cui si può vedere un punto (osservato dall’interstizio
fra due alberi) nella fig. 17*, in primavera, quando la vegeta¬
zione ivi esuberante sia nel pieno rigoglio, appare incantevol¬
mente delizioso, ed offre tutto ciò che occorre per farne una
cosa sola col luogo ove Amore regnava « nel benedetto giorno »
in che Laura apparve al suo rapito ammiratore dentro ad una
gloria di fiori pioventi da’ bei rami. Chi si assida colà, oltre
la strada di passo e però fuori dal consorzio degli uomini, sulla
sinistra della Sorga, specchiandosi in quel ruscello lucido e mor¬
morante che s’addentra, e si perde, sotto ad una cupola di ver-
zura; ha dietro di sé le piagge, cioè il terreno lievemente de¬
clive, dei colli di Gadagne dominati dal castello maestoso, le
quali son tutte prati di minuta erbetta verdissima, limitati sulla
sponda del fiume da una folta spalliera di piante (3); e può dirsi
(1) Rime , CCXLV.
(2) Meno ancora un riferimento di tal genere sarà da ravvisare nel verso
« Costei per fermo nacque in paradiso » della canz. Chiare fresche ecc. ;
dove si allude proprio, ed esclusivamente, alla sede degli angeli e dei
beati !
(3) La veduta del fiume e delle piagge si ha, presa dalla sponda opposta,
nella fig. 18* ; donde, per virtù di fantasia, sostituendo il paesaggio prima¬
verile aU'invernale che vi è rappresentato, può ritrarsi una sufficiente idea
del quadro bellissimo, degno veramente del pennello d'un gran pittore, che
nella dolce stagione si offre colà allo sguardo di chi venga da Caumont o
dal Thor.
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110
F. FLAMINI
attorniato da un vasto ed arioso paesaggio di collina, dai con*
torni molli, dai toni delicati eppur vividi e freschi, ch’è proprio
l’opposto del paesaggio alpestre che (come sappiamo) circonda chi
si aggiri invece dentro l’angusto anfiteatro montuoso valchiu-
sano. Le colline che colà si hanno a tergo, sono — per dirla col
Saint-Martin (1) — tutto un « poudroiement de vergers », sul quale
« on apergoit successivement incrustés les villages de Saint-Sa-
« turnin, de Jonquerettes et de Gadagne » ; aspetto ameno e ri¬
dente ha pure il poggio di Picabré, che a destra, in lontananza,
si sporge, con breve stacco, da quelle colline, come un braccio
proteso; di là dalla Sorga, Thouzon verdeggia sollevandosi dal
piano con declivio lene (2). Tutto cospira, pertanto, a far pensare
che siano questi bei piati sulla sinistra della Sorga, ne' pressi
di Chateauneuf de Gadagne, il terreno ove madonna Laura « ebbe
« in costume | gir fra le piagge e 1 fiume | e talor farsi
« un seggio | fresco, fiorito e verde » (3). Si osservi nelle flgg. 13*
e 14* — le quali ci metton sott’occhio il panorama che si gode,
guardando verso Caumont e Picabrè, dal castello e dalla piazza
di Gadagne — quanto è dolce il pendio di queste colline, e che
sfondo delicato di verde esse disegnano attorno alla figura d’una
bella donna che vi si aggiri a diporto, cantando o cogliendo fiori
da intrecciare in ghirlande.
Eccoli « i dolci colli onde 'I bel lume nacque »: i soli che s'in¬
contrino fra Vaichiusa ed Avignone, nel «piano» di cui Laura
era nativa; visibili perfettamente, ad occhio nudo, tanto dal Ro-
cher des Doms quanto dalle alture valchiusane (4), ed umili
(1) La fontaine de Vaucluse et ses souvenirs , cit., p. 8.
(2) Vedi la fìg. 16*, dove il colle di Thouzon si vede spuntare a destra.
(3) Rime , GXXV (canz. Se 'l pensier ecc., vv. 71-4).
(4) Nella fig. 19* son ritratti quali si scorgono dal Rocher des Doms:
essi costituiscono quella linea diritta di umili alture, assai vicine alla città,
dietro alla quale si disegnano ben più elevati, nello sfondo del paesaggio,
i monti di Vaichiusa. Nella fìg. 20* sono invece rappresentati quali ap¬
paiono a chi da questi monti, salendo a pochi metri d'altezza, li osservi dal
lato opposto: la veduta è presa dalla collina di Galas, proprio al disopra
dell'acquedotto e appiè del giogo di Bondelon, e ci offre lo spettacolo del
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TRA VALCHIOSA ED AVIGNONE
ili
tutti per modo che non solo, a montarvi su, ci si accorge d’esser
sopra una semplice ondulazione del terreno (1), ma, visti a di¬
stanza, da una vetta come, ad esempio, quella di Bondelon (2),
essi si confondono con la pianura che attraversano. L'amorosa
reggia è là vicino, dove la Sorga prende a lambirli. Poiché da
Avignone la strada carrozzabile che conduce direttamente a Vai-
chiusa, li raggiunge, dopo poco più di sette chilometri, presso
Morières; indi, prima per una breve e comoda salita, poi per un
altipiano, riesce a Ghateauneuf de Gadagne, e di là scende ad
incrociarsi, proprio nel punto in cui la Sorga svolta a setten¬
trione, con la via da Caumont a Saint-Saturnin. Ora questa via,
che (come sappiamo) corre lungo il versante orientale dei colli
stessi, quando arriva ai piedi di Gadagne, da soli due chilometri
è uscita di tra codesto declivio e il lato occidentale del poggio
di Picabrè. Ne consegue, che chi si rechi da Avignone a Vai¬
chiusa, in prossimità di Gadagne vede spuntare alla sua destra
questo che dicemmo doversi identificare col colle dove Laura
nacque. È ciò che il Petrarca racconta d'aver veduto quando,
nel fuggir dall’ « empia Babilonia » per ritirarsi alle sorgenti della
Sorga, ebbe appunto a passare pel luogo ove parevagli fosse il
regno d’Amore:
Tosto che, giunto a l’amorosa reggia,
vidi onde nacque l'aura dolce e pura
ch'acqueta l'aere e mette i tuoni in bando;
dolce piano, ch'essi delimitano all'orizzonte senza quasi staccarsene, tanto
son bassi. — Dall'ima parte e dall'altra, quando l'aria sia limpida e splenda
il sole, si distinguono nettamente su codesta linea di collinette i borghi, le
ville e i casolari.
(1) S’osservi nella fig. 14® (dove la veduta è presa dalla piazza di Cha-
teauneuf de Gadagne) che lieve inclinazione abbia il pendio di queste colline.
II Courtet ( Dictionn ., cit., p. 21) parla delle € riches et luxuriantes plaines
* légèrement accidentées » che sono a oriente d'Avignone, fra questa
città e le alture di Vaichiusa ed il Monte Ventoso (il dolce piano di cui
Laura era nativa, co' relativi collicelli).
(2) Già abbiamo detto, a p. 71, che gli aspri colli da cui il Petrarca, dopo
la morte di Laura, guardava sospirando il dolce piano ov'ella era nata, non
possono esser altro che le prime alture valchiusane (Galas, Bondelon, ecc.).
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112
F. FLAMINI
Amor ne l'alma ov'ella signoreggia
raccese '1 fuoco, e spense la paura (1).
Se da questo luogo, cosi deliziosamente ameno come s’è detto,
tra la Sorga e le colline sormontate quivi dall’antico castello di
Gadagne, ci s’inoltri lungo il pendio orientale di tali colline, per
la via che riesce a Gaumont (2), nell’ora del tramonto;
arrestandoci a breve distanza dal colle di Picabrè, vedremo
« d intorno ombrare i poggi * ; dacché il sole, calando alla no¬
stra diritta, si va a nascondere dietro di essi. Al medesimo spet¬
tacolo potremo pure assistere, se a quell’ora arriveremo in vista
di Picabrè e delle adiacenti colline per l’altra strada, di poco
più lunga, che dal Thor, obliquamente dipartendosi dalla via
diretta Vaichiusa-Avignone (3), conduce al declivio di levante
del grazioso poggetto. Immaginiamo su questo declivio, verosi¬
milmente allo svolto con quello di settentrione — ch’è quanto
dire nel punto onde si gode il più vasto e più maraviglioso pa¬
norama delle vallate della Durenza e della Sorga e degli opposti
« alti colli » valchiusani — la favorita e consueta abitazione della
nobile dama; e nel sonetto famoso z\Yalmo sole, cosi annebbiato
ed abbuiato da un’ermeneutica caliginosa, tutto s'illuminerà come
se appunto il sol fosse (lavante.
Il poeta, venendo o da Avignone per Gadagne, o, molto più
probabilmente, da Vaichiusa pel Thor, al termine d’una bella
passeggiata fatta, in meno di tre ore, sotto l’impulso dell’arden¬
tissimo desiderio di riveder la sua donna, s’è trovato, verso il
tramonto, vicino alla dimora di lei, ve l’ha scorta alla finestra,
oppure nell’attiguo verziere, e s’è fermato a contemplarla. Ma
(1) Cfr. il son. Qui dove mesto son , Sennuccio rxio (Rime, CX1II), illu¬
strato più sopra, a pp. 73-6.
(2) È quel tratto Hi strada che si può vedere nella fig. 12*, insieme col lato
settentrionale del poggio di Picabrè.
(3) Da Vaichiusa, per una via particolare, si raggiunge all'Isle-sur-Sorgue
la strada nazionale n° 100, che, pel Thor, per Gadagne e per Morières, con¬
duce ad Avignone.
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TRA VALCH10SA ED AVIGNONE
113
il sole scende veloce dinanzi a’ suoi occhi; fra breve il buio
involgerà quel beato loco , ove con la bella donna alberga anche
il suo cuore. « Stiamo a mirarla », egli supplica volto a Febo, cui
prima ha rammentato Peltro lauro che gli fu caro. Vana pre¬
ghiera! Il sole sèguita a fuggirsene, e que’ poggi dietro ai quali
va scendendo, a dare ombre sempre maggiori (1) ; ed ecco, quella
che cade dal collicello ove Laura fu bambina e soggiorna anche
ora, investendone a poco a poco sino all’alto il declivio orientale
non più illuminato, finisce, ahimè, con sottrarre la dolce vista
agli occhi di lui che vorrebbe durasse in eterno:
L’ombra che cade da quell'umil colle
ove favilla il mio soave foco,
ove '1 gran lauro fu picciola verga,
crescendo mentre io parlo, agli occhi tolle
la dolce vista del beato loco
ove ’1 mio cor con la sua donna alberga (2).
Vili.
Da quanto s’è dimostrato fino a qui, discende logicamente una
triplice conseguenza : 1°, che giustamente il picciol borgo fu iden¬
tificato dal Galeota, nel 1483, con Caumont sulla riva destra della
Durenza; 2°, che Yumil colle dev’essere l’attigua altura di Pi-
cabrè, protendentesi di là verso la Sorga; 3°, che l 'amorosa
reggia s’ha a cercare là dove questo fiume prende a lambire le
(1) S'abbiano in mente anche i versi della canzone Ne la stagion ecc.
(Rime, L, vv. 15-17): «Come '1 sol volge le ’nfìammate rote | per dar
«luogo a la notte, onde discende | dagli altissimi monti maggior
« l'ombra » ecc. Ognun sa, che si tratta d’una reminiscenza virgiliana (ma-
ioresque cadunt altis de montibus umbrae).
(2) Rime , CLXXXVIIl. Nella prima redazione, conservataci dal cod. Vatic.
lat. 3196 (cfr. Appel, Zur Entwickelung ecc., cit., p. 24), invece di cre¬
scendo mentre io parlo , si legge: crescendo a poco a poco.
QitrnaU itorieo. — Sappi, a* 12. 8
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F. FLAMINI
piagge dei colli che da Caumont vanno fin oltre Sainl-Saturnin,
e dove li taglia, quasi ad angolo retto, la via congiungente Avi¬
gnone a Vaichiusa.
Occorrono altre conferme di queste conclusioni? Eccone due.
— La prima ci viene da quel sonetto, già più volte citato, che
comincia : « A piè de* colli ove la bella vesta | prese de le ter-
« rene membra pria | la donna » ecc., ed è messo in bocca a
certe bestiuole che messer Francesco inviava, legate, ad un
amico. Queste bestiuole ei le aveva prose appunto ai piedi dei
colli ove Laura nacque: ora, già al tempo d’Alessandro Vellutello,
cioè sugl’inizi del secolo XVI, le adiacenze delle colline che ad
oriente d’Avignone vanno dalla Durenza alla Sorga, dovevano
esser note come copiose di selvaggina ; dacché nella carta d’Avi-
gnone e del Venessino annessa al commento vellutelliano del
canzoniere (1), ai piedi appunto di esse, fra Morières ( Mortera)
e Chateauneuf de Gadague (Casleaunou de Mon. S. Gerard),
troviamo figurata una lepre, inseguita da un bracco (2). Quanto
all’altura di Picabrè, ho avuto nel settembre del 1906 l'occa¬
sione d'accertarmi io stesso, ch’è ancor oggi frequentata dai cac¬
ciatori; e ad essa credo volesse alludere l’Expilly, quando, nelle
tre fìtte colonne dedicate a Caumont del suo Dizionario geografico
delle Gallie e della Francia (1764), osservava che nel territorio
di quel borgo «on voit de collines couvertes de bois taillis, où
«le gibier est très-abondant » (3).
(1) La riproduciamo in fine del presente lavoro (carta n° 3).
(2) Si ricordi che il Vellutello collocava il nido di Laura, e quindi anche
i colli ov'ella « prese la bella vesta delle membra mortali », ben lungi da
Avignone, di Ih dalle alture valchiusane. Con tale figurazione, pertanto, egli
non può aver avuto lo scopo d'avvalorare una sua tesi.
(3) Dictionnaire ecc., II, 837. Va notato anche il fatto, che nel 1336 fu
pronunziata sentenza contro « messire Girard Amie seigneur et baron de
« Chateauneuf » in favore dei consoli e della comunità del Thor « à raison
< du paturage, eh asse et pesche du tenément de Mago!, terroir de Cha-
« teauneuf, situò entre Le Thor, Caumons et Chateauneuf » (Arch. dipar-
tim. di Vaucluse, S. E, n° 1: Précis des Archives pour la terre et duchè
de Gadapne, f. 54*).
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
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La seconda conferma ci è data, e lampante, da un altro sonetto,
che gl’interpreti generalmente fraintendono. Eccolo per intiero:
Aura che quelle chiome bionde e crespe
cercondi e movi, e se' mossa da loro
soavemente, e spargi quel dolce oro,
e poi '1 raccogli e 'n bei nodi il rincrespe;
tu stai nelli occhi ond'amorose vespe
mi pungon si che ’nfin qua il sento e ploro,
e vacillando cerco il mio tesoro,
come animai che spesso adombre e ’ncespe ;
ch'or mel par ritrovar, et or m’accorgo
eh' i' ne son lunge ; or mi sollievo, or caggio,
ch’or quel eh’ i' bramo or quel eh'è vero scorgo.
Aer felice, col bel vivo raggio
rimanti. E tu, corrente e chiaro gorgo,
cbè non poss’io cangiar teco viaggio? (1)
In quest’ultimo verso il poeta non dice — si badi — « chè non
* poss’io seguire il tuo viaggio?»: egli esclama, volto al fiume
in riva al quale si trova : — perchè non m’è concesso di cambiar
cammino con te?—; vale a dire: ‘perchè non posso, fa¬
cendo un cambio con te, percorrere io la strada che tu segui? ’
Dunque è chiaro, ch'egli è in cammino, lungo un fiume, e che
va in senso contrario alla corrente. Ma di qual fiume si tratta?
A torto s'è pensato, anche recentemente, al Rodano: quest’ampia
riviera non è un gorgo , e tanto meno un chiaro gorgo;
dacché della sua torbidezza ha avuto a parlare lo stesso Pe¬
trarca (2). Il chiaro gorgo è senza dubbio la Sorga, che al¬
trove il poeta distingue appunto dal Rodano usando un’espres¬
sione quasi identica : « ... Rhodani ostio subvehare ; ... inde,
« semper adverso flumine, tribus passuum millibus aut paulo
(1) Rime , CCXXVII.
(2) Si ricordi il passo, già citato, « Avinio ventosis ac turbidis Rho-
« dani gurgitibus impendens * ( Fam lib. XV, epÌ9t. 3*) ; dove gurgites ,
al plurale, sta benissimo, riferendosi ai gorghi del « rapido fiume ».
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F. FLAMINI
« amplius ascendens, argenteum gurgitem obvium ha-
« bebis *• (1). Ne segue, che il sonetto deve immaginarsi ideato,
o composto, nel risalire il corso della Sorga, cioè nell’andare a
Vaichiusa per la via che, da Gadagne in poi, s’accosta, pii! o
meno, a questo fiume. Ora, così stando le cose, se collochiamo
appunto nelle vicinanze di Gadagne e sulle rive del lucidissimus
amnis 1’ « amorosa reggia », e a due chilometri circa di là, sul-
l'umile altura di Picabrè, il soggiorno di Laura; non solo ogni
incertezza sul modo come quel sonetto va interpretato scompare,
ma se ne intende la ragion psicologica, e quel che pareva sot¬
tigliezza, si dimostra, invece, espressione sincera di sentimenti
suscitati nell’animo del poeta da impressioni provate davvero.
Recandosi da Avignone a Vaichiusa, egli sosta un poco a piè
dei colli che ha varcato: nella « soave contrada » che il puro
fiume irriga (2), su quelle « verdi rive fiorite » lungo « om-
« brose piagge * (3), presso quel « ruscel corrente » ove sentesi
l’aura « d'un fresco et odorifero laureto » (4), vale a dire, da cui
Laura abita non lontano. La bella donna ha in costume di recarsi
colà, a passeggiare per la piaggia, a sedere presso le lucide
acque: onde il poeta, struggendosi di rivederla, la va cercando
in quei luoghi; ed ora gli pare di ritrovarla, ora s’accorge che
la sua speranza è vana; infine, riprende sconsolato la via di
Vaichiusa, proseguendo lungo la Sorga verso il Thor. Il com¬
miato ch’egli prende dall’* aer sacro, sereno, | ove Amor co’
9
(1) Fam ., lib. VI, epist. 3* (ed. cit., I, 335). E si ricordi l'espressione che
il Petrarca usa per la Sorga nell'epist. 5* del lib. XVII (ivi, II, 441) : « Lu-
« dunt argentei pisces in gurgite vitreo».
(2) Cfr. Rime, CLXII (son. Lieti fiori ecc., v. 9).
(3) Son frasi del sonetto che va innanzi a quello di cui si tratta; e, com'è
noto, il Petrarca usava raggruppare le rime riferentisi a uno stesso stato
d'animo.
(4) Canz. Di pensier in pensier ecc., vv. 68-70 (Rime, CXXIX). Notisi
l'espressione ruscel corrente, che ci richiama all'altra corrente e
chiaro gorgo, e conferma la nostra identificazione di questo gorgo con la
Sorga.
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
117
« begli occhi il cor gli aperse * (1) ; il rammarico che prova, di
dover risalire, senza aver incontrato Laura, alla sorgente del
fiume che nel suo corso passa per l 'amorosa reggia , ed ha tal¬
volta la ventura di bagnare alla bella donna il viso e gli « occhi
« chiari » (2) ; sono efficacemente espressi nella chiusa del so¬
netto di cui si tratta. Il quale è tutto un sospiro d'invidia per
quell’aura, spirante attorno all’amato capo biondo, che il poeta
sente fin là sulla strada da Gadagne al Thor, benché l'amata
si trovi in quel momento nel suo « laureto », cioè sul poggio
verde e selvoso di Picabrè (due chilometri più a mezzogiorno),
dov’ella dimora, e ch’egli vede alla sua destra. Questo sonetto *
dev’esser stato scritto osservando il bel colle dalla strada che
va da Avignone a Vaichiusa, nel tratto in cui n'è meno distante;
a quel modo che osservandolo, invece, dalle alture valchiusane
(dond’è visibile, come sappiamo, anche ne’particolari) furon certo
composti due altri che nel canzoniere si susseguono, e parlano
tutti e due del cuore del poeta rimasto là, su quel poggio, con
la donna diletta : il sonetto Fresco , ombroso, floi'tto e verde
colle e quello che gli va innanzi, e comincia:
Mira quel colle, o stanco mio cor vago:
ivi lasciammo ier lei, ch'alcun tempo ebbe
qualche cura di noi, e le ne 'ncrebbe ;
or vorria trar de li occhi nostri un lago:
torna tu in là, ch’io d'esser sol m’appago, ecc. (3).
Ed ora, messo in sodo con molteplici argomenti, che la scena
degli amori petrarcheschi è da collocare tra Caumont, Gadagne
e l’altura di Picabrè, lungo i colli che dalle rive della Durenza
si protendono verso settentrione, nel tratto del ramo inferiore
della Sorga ch’è compreso tra il Thor e Saint-Saturnin, in ispecial
(1) Son versi, che ognuno ha in mente, della cani. Chiare fresche e
dolci acque.
(2) Cfr. il sonetto Lieti fiori ecc., ora citato.
(3) Rime , CCXLU.
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F. FLAMINI
modo nelle vicinanze di Gadagne; vediamo in breve quali con¬
seguenze se ne possono trarre, sia per la retta interpretazione
di più luoghi del Canzoniere, sia per la notizia delle vicende del¬
l’amore del Petrarca verso madonna Laura.
Innanzi tutto, per tale ubicazione diventa ancor più verosimile
la congettura che già avemmo a mettere innanzi (1), dei due
primi incontri successivi del poeta con la sua donna: l’uno ad
Avignone nella chiesa di Santa Chiara, l'altro in campagna nei
dintorni della città; congettura fondata sulla diversa situazione
psicologica che troviamo ritratta ne’ sonetti Per fare una leg¬
giadra sua vendetta e Era 7 gioì'no ch'ai sol si scoloraro , nonché
sul fatto che il 6 aprile 1327, giorno in cui (secondo la nota del
Virgilio ambrosiano) Laura primamente apparve agli occhi del
Petrarca, era lunedì, e non venerdì santo, laddove nel secondo
dei sonetti ora accennati l’allusione al giorno della morte del
Redentore è manifesta. Se il picciol borgo è Caumont, tale ipo¬
tesi diventa più verosimile per parecchie ragioni. In primo luogo,
Caumont, ch’è nel punto ove per tre vie diverse può divergere
dalla strada lungo la Durenza chi voglia recarsi sulla Sorga (2),
fu sempre un luogo di transito frequentatissimo; sia per la vici¬
nanza di Bonpas, dove, ai piedi della Certosa omonima, attraver¬
savano la Durenza i viandanti diretti a mezzogiorno per la via
d’Antibo, sia per essere a mezza strada tra Avignone e Cavaillon,
dove la via che proviene, per Saint Rémy, da Arles, si dirige
verso le Alpi Cozie (3). Separavano Caumont da Avignone solo
(1) Vedi sopra, a pp. 15-20.
(2) Alludo alla via diretta, che raggiunge la Sorga ai piedi di Chateau-
neuf de Gadagne, e alle due trasversali, che la raggiungono l'una al Thor,
l'altra all’lsle-sur-Sorgue.
(3) Cfr. Lenthkric, Les voies antiques de la région du Rhóne, cit.,
p. 198. Quando, nel 1532, furon istituite in Francia le poste, Caumont fu
la prima stazione sulla via delle Alpi Cozie. « Les postes furent disposées
«d’Avignon à Caumont, de là à une bastide (qu'on appelle encore la
« bastide re la Poste) près de la Tour de Sabran, d'où Fon venait à Goult,
a puis à Apt, à Gignac, Valsainte, Malefougasse, et ainsi de suite jusques
< en Piémont; c'était, de cette manière, une route allant de Franco en
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
119
undici chilometri d'una strada che, data ia sua importanza e i
bisogni del traffico con Cavaillon — centro agricolo e commer¬
ciale in ogni tempo (1) — doveva essere delle meglio tenute e
piu sicure (2). Onde Laura, che, secondo le usanze della società
feudale persistenti colà immutate durante la prima metà del
secolo XIV, avrà posseduto mule e palafreni da valersene pres¬
soché ogni giorno (3), poteva in circa un’ora recarsi dal suo
castello di Picabrè, in faccia a Caumont, nella vicina metropoli
del papato. Nulla di strano, pertanto, nel primo incontro del
Petrarca con lei in una chiesa d’Avignone, alle funzioni mat¬
tutine del lunedì santo (4); tanto più che accanto alla campestre
dimora di Laura non c’era che la cappelletta di San Sinfo-
« Italie > (Remerville, Hist. d'Apt , ma. nella Bibl. di Carpentras, pp. 383-84;
cit. da C.-F.-H. Barjavel, Dictionnaire histor., biographique et bibliogra •
phique du Dèpartement de Vaucluse , Carpentras, Devillario, 1841, 1, 19 «.).
(1) < Cavaillon est admirablement place pour ètre le centre d'un mouve-
« ment commercial ; il est sur les limites de la Provence et de Vaucluse »
(Courtkt, Op. cit., p. 143).
(2) È la strada — oggi designata col nome di Ancien chemin d'Avignon
à Caumont (v. VAtlas cadastral de Vaucluse, cit., carta XIV) — che, venendo
da Avignone per Montfavet e Mont-de-Verguea, saliva (come sale tuttora)
il pendio ch'è alle spalle di Caumont, e di là (passando a settentrione di
Caumont gallo-romana) ridiscendeva sul versante orientale dei dolci colli,
per confondersi, poco più oltre, con la via nota sotto il nome significativo
di camin roumiéu (* cammino romano’, cioè che mena a Roma); la quale da
una parte conduceva a Cavaillon, dall'altra s'andava a unire, presso la Tour
de Sabran, con la via delle Alpi Cozie (cfr. L. Rochetin, Archeologie vau-
clusienne, in Mém. de VAcad. de Vaucluse, X, 56 sgg.).
(3) Ognun sa, quanto era comune l'uso del cavalcare nel mondo elegante
femminile del medio evo. 1 legislatori del costume delle donne non man-
cavan di dare in proposito i loro precetti: «si es en palafren, | si* aitala
« com conven » leggiamo neh'Ensenhamen di Garin Le Brun (Bartsch,
Chrest., col. 88) ; e nel Chastiement de dames , cit., vv. 359-60 : « S’il avient
« que vous chevauchiez j par voie, estoupez soiez ». Frane, da Barberino
ammonisce la dama «che cavalcando per camin col marito | o sanza
« lui, come talora aviene, | tanto si tegna da la gente strana | chiusa
« ed onesta, quanto può più forte > (Reggini., ed. Baudi di Vesme, p. 187 ;
e v. anche p. 34).
(4) Nel più recente dei grandi romanzi d'avventure, il Sone de Nansai,
vediamo una donzella, Luciana di Vaudémont, e le sue compagne, dopo
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F. FLAMINI
riano (1): nulla di strano, dico, anche se non si voglia ricorrere
all'ipotesi, pur sommamente verosimile, ch'ella avesse casa anche
in Avignone, dove alla sua famiglia, nobilissima, non potevano
mancare parentele e clientele (2).
D’altra parte, questo soggiornare della bella donna, più che
nella città stessa ove il Petrarca abitava, ne’ dintorni di essa r
vale a spiegare ottimamente, come mai queirazzimato vagheggino
ch’era, nel principio del suo soggiorno in Avignone, Messer Fran¬
cesco, uso a frequentare i convegni delle nobili dame, a brillare
per l’ingegno e per l’eleganza nelle signorili ragunate della
nuova sede dei papi, fastosa quanto corrotta, non avesse avuto
mai, prima del lunedì santo del 1327, l’occasione d’osservare una
giovinetta d’alto sangue così degna d’essere ammirata. Primum
oculis mels appai'uit leggiamo nella nota del Virgilio ambrosiano
a proposito dell’incontro in Santa Chiara: e si capisce, se il « fido
« soggiorno » di Laura era (come noi crediamo) presso Caumont.
%
Se invece ella avesse avuto stabile dimora in Avignone, dacché
il poeta già da un anno v’era tornato, e vi avea passata anche
tutta la fredda stagione (in cui non si può pensare ch'ella vil¬
leggiasse), la cosa non sarebbe così naturale. Si sa com'eran
fatte, generalmente, le città nel medio evo; si sa com’era quella,
in particolar modo: tutta raccolta, entro breve cerchia di strade
anguste e tortuose, intorno al Rocher des Doras e al palazzo
dei papi.
aver ascoltato la messa, tornarsene, attraverso ai prati, montate su cavalli
inglesi (cfr. Lanolois, La socièté franqaise au XIII* s tèe le d'après dix
romans d,' aventure, Parigi, Hachette, 1904, p. 278).
(1) Si può vederla nel già cit. libro di E. J. Mii.ls, The secret of Pe-
trarch, p. 119. Questa graziosa cappella del secolo XU, di stile romanico,
situata fuori delle mura di Caumont sopra una leggiera elevazione dal suolo,
servì di chiesa parrocchiale agli abitanti di Caumont fino al 1414 (cfr.
Courtet, Op. cit., p. 139).
(2) È la stessa congettura che il De Sade faceva per la sua Laura di
Noves: < quoique la famille de Laure fùt établie dans le bourg de Nove9
« et quelle y eut la plus grande partie de son bien, cependant il paroit
« qu elle avoit une maison à Avignon > ( Mèm ., I, 128).
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
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V’è poi un passo, nella canzone Tacer non posso e temo non
adopre — già sopra segnalato, a proposito di questa ipotesi dei
due primi incontri del poeta con la sua donna —, che riceve
chiara luce dal collocar ch’io faccio Yamorosa reggia sui prati
fra la Sorga e i colli più prossimi ad Avignone, a breve distanza
da quel poggio di Picabrè ove credo siano da porre il nido e
il soggiorno di Laura. Rileggiamolo per intiero:
Ne la bella prigione onde or è sciolta
poco era stata ancor l'alma gentile
al tempo che di lei prima m’accorsi,
onde subito corsi
(ch'era de l'anno e di mi' etate aprile)
a coglier fiori in que’ prati dintorno,
sperando a li occhi suoi piacer sì adorno (1).
Al tempo che di lei prima m'accorsi', intendi: ‘ quando prima*
* mente notai la sua bellezza Ecco il primo incontro; cioè l’ap¬
parizione inaspettata di Laura agli occhi del Petrarca in Santa
Chiara d’Avignone. Ed ecco, di sèguito, l’effetto di tale incontro
e di tal vista. Il poeta è ne’ suoi anni più verdi, e siamo d’aprile,
Pongasi in campagna, eppur non troppo lontano dalla città, la
consueta dimora della giovinetta : naturale che egli, colpito dalla
bellezza di lei, s’affretti a far un’escursione (piacevole anche
per sè stessa, nel rinverdire primaverile della natura) in quelle
vicinanze (2); naturale che, avvezzo al donneare — cosa gradita
a dame e a donzelle e, non che disdetta, consigliata allora a chi
(1) Rime , CCCXXV (vv. SM5).
(2) Non occorre avvertire, che quel subito del verso « onde subito corsi »
è relativo, e va inteso con discrezione. Il poeta, divenuto già in parte
altr'uomo quando scriveva questa canzone, vuole con tal frase significare
al vivo tutta l'antica sua baldanza di « leggiadro » vagheggiatore intrapren
dente, avvezzo ad una vita godereccia (lautior vita, dirà a Guglielmo da
Pastrengo nella tredicesima delle Varie), de' cui spassi il far la corte a
dame e a donzelle non sarà stato l'ultimo certo. Mangiare, bere, danzare e
donneare ( dosnoier ); ecco i sollazzi migliori, secondo il Sone de Nansai
già citato (cfr. Langlois, Op. cit ., p. 279).
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F. FLAMINI
volesse esser stimato di valore (1) — si rechi dove può sperar
d’incontrarla. In quei prati dinloi'no. Quali prati? Non ve n’eran
di certo intorno alla chiesa di Santa Chiara ! Di qui le interpre¬
tazioni intese a dare a questi versi un senso puramente figurato,
che troviamo ne’ commentatori (2). Ma se immaginiamo che
Laura, in quel fiorito aprile del 1327, vivesse nel suo «fido
« soggiorno » sovra Yumil colle (3), il nostro pensiero correrà
subito anch’esso, come il Petrarca quella volta, ai prati lungo
il puro fiume e a piè delle colline prossime al nido di lei e non
lontane da Avignone; e intenderemo benissimo perchè il poeta,
scrivendo dopo la morte di Laura, si richiami ad essi come a
cosa non solo sempre presente al suo spirito, ma ben nota anche
ai lettori {quei prati). Quante volte non li aveva egli descritti
nelle rime in vita della sua donna, che sapeva così divulgate ed
ammirate! La fresca erba, smaltata di fiori, delle rive della
Sorga lungo quelle piagge ombrose, ei l’aveva suscitata alla fan¬
tasia dei lettori nel principio d’un sonetto che per chi, come
me, sia stato di primavera nell ’amorosa reggia , è una rie¬
vocazione:
Lieti fiori e felici e ben nate erbe,
che madonna pensando premer sole;
piaggia ch'ascolti sue dolci parole,
e del bel piede alcun vestigio serbe;
schietti arboscelli e verdi frondi acerbe,
amorosettc e pallide viole;
(1) Ognuno ricorda che Dante, nella canz. Poscia eh'Amor ecc., di certa
gente « vile e noiosa > dice, fra le altre cose, che « non moverieno il
« piede | per donneare a guisa di leggiadro > (vv. 51-2). E per la Pro¬
venza, son noti i passi del Flamenco, in cui si parla di dame « que cascuna
«era pres entent | et en domnei et en amor» e di cavalieri che « non
« sabon esser plazentier, | quar per lur forsa tan si preson, que donnei e
« solas mespreson » (cfr. Langlois, Op. cit., pp. 182 e 180).
(2) I fiori sarebbero 4 fiori poetici *, cioè rime e versi ; onde, per esser
coerenti, dovremmo collocare quei prati dintorno... in Elicona o in Parnaso!
(3) Mi richiamo, al solito, a parole del son. Almo sol ecc. nella sua re¬
dazione originaria.
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Fig. 21 a - I dolci colli verso Saint-Saturnin (dalla stazione di Gadagne).
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
123
ombrose solve ove percolo il sole
che vi fa co' suoi raggi alte e superbe (1).
E la figura gentile della bionda signora aveva egli anche disegnata
e colorita su quello sfondo tutto verde, con mano leggera, con
toni delicati:
Qual miracolo è quel, quando tra l’erba
quasi un fior siede ! over quand'ella preme
col suo candido seno un verde cespo !
Qual dolcezza è, ne la stagione acerba,
vederla ir sola coi pensier suoi inseme,
tessendo un cerchio a l'oro terso e crespo ! (2).
Non par di vederla, la giovine donna, come la Lia di Dante,
andar movendo intorno le belle mani a farsi una ghirlanda? Era
codesta l’occupazione più gradita a dame e a donzelle nella dolce
stagione, quando amavano andar gaiamente cantando per prata
e per riviera (3). E se ne adornavano i capelli, secondo l’accon-
(1) Rime , CLX1I. Oggi il molle declivio presso Gadagne dal lato di Saint-
Saturnin (v. la fig. 21*) è rivestito soltanto dolivi ; « d'oliviers gréles et gris
« — scrive il Saint-Martin (Op . cit., p. 8) — qu'un vrai provenni nechan-
« gerait pas contre un vallon veri de Normandie ». Ma al tempo del Petrarca,
proprio colà, in vicinanza della Sorga, avrà avuto il suo bosco — certo
bello e dilettevole, come si voleva che fosse (cfr. Bormann, Die Jagd ecc.,
cit. più av., p. 8), — il potente signore di Chateauneuf ; dacché il bosco,
sempre vicino al castello, possibilmente era anche prossimo ad un corso
d'acqua, per comodo della caccia, ch’era di bosco e di riviera. Nel 1325,
due anni soltanto prima dell'innamoramento del poeta, passò sentenza arbi¬
trale fra < messire Rostang de Sabran, baron de Chateauneuf » ed un tal
Raimondo Boson, perchè questi avea tagliato legna « dans le bois du
«dii seigneur» (Arch. dipartito, di Vaucluse, Prècis des Archives de
Gadagne , cit., f. 52 6 ). E sappiamo che nel Settecento il Duca di Gadagne
possedeva presso il suo verziere « un grand bois de chaine verd, appellé le
< bois de St-Jean », e più avanti un altro bosco, chiamato < le bois iouve »
(ivi, f. 11*).
(2) Rime , CLX (son. Amor et io ecc., vv. 9-14).
(3) Cfr. A. Schultz, Das hófische Leben sur Zeit der Minne singer *,
Lipsia, Hirzel, 1889, 1, 447-48; L. Gautier, La chevalerie *, Parigi, Dela-
grave, 1884, p. 370. Della gioiosa brigata del Decameron cosi scrive il Boc-
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F. FLAMINI
ciatura del capo allora più comune (1); ed anche i bei garzoni
eleganti, desiderosi d'attirare gli sguardi ed i cuori, seguivano
il loro esempio (2). Tale desiderio, per l'appunto, il Petrarca, in
caccio (giorn. 8 a in fine, ed. Moutier, IV, 143): « Chi ad un diletto e chi ad un
« altro si diede: le donne a far ghirlande ea trastullarsi, i giovani a giu-
< care e a cantare ». E nelle rime egli parla d'un'« angioletta » che, lieta,
« i suoi biondi capelli | cantando ornava di frondi e di fiori » (Carducci,
Ant. lirica ital., Firenze, Sansoni, 1907, col. 370).
(1) Ce ne offre numerose testimonianze la nostra antica lirica, da Dante
in poi. Ricordo, ad es., la canz. di Fazio degli Uberti Nel tempo che s'in-
fiora ecc. (Carducci, Ant. Urica ital., col. 89) ; ove una donna, assisa in
riva ad un fìumicello, lega coi biondi capelli i fiori che più le piacciono,
e poi, sopraggiunta una compagnia di gaie donzelle, si pone in testa la
ghirlandetta che ha composto. Le ghirlande eran parte integrante dell'ab-
bigliamento femminile: Frane, da Barberino (Rcggim., ed. cit., pp. 57-8) dà alla
nobile giovinetta il consiglio che 4 sicondo l'usaggio del paese | vestir,
«ghirlande ed ornamenti porti | come si conviene a sua grandezza »; e
all'uso del chapel de fleurs son continui accenni negli antichi romanzi
francesi, anche de' tempi più vicini a quelli del Petrarca (cfr. Winter,
Kleidung und Putx der Frau nach den altfram. Chansons de geste, Mar-
burg, 1886, nelle Ausg. u. Abhandl. dello Stengel, n° 45, pp. 43-5; Langlois,
Op. cit., 21, 87,107,281 ; Schultz, Das hófische Leben ecc., cit., 1, 236).
(2) Folgore da S. Gemignano, nei Sonetti dei mesi (ed. Navone, pp. 37
e 49), vorrebbe vedere « donne e donzelle star per tutte bande | figlie di re,
« di conti e di baroni | e donzelletti giovene e garzoni | servir portando
«amorose ghirlande»; e d'un donzello dice: «vetta, cappuccio con
«ghirlanda in testa, | e si addorno l'ha, che pare un maio». Nell'ln-
troduz. del Decameron (e d. Moutier, 1, 35) si legge: «li giovani, insieme
« colle belle donne ragionando dilettevoli cose, con lento passo si misono
«per uno giardino, belle ghirlande di varie fronde facendosi e
«amorosamente cantando»; e in principio della giorn. 9* (ivi. 111, 146):
« erano tutti | i giovani j di frondi di quercia inghirlandati ». Di fanciulle
che, in segno d'amore, mettean ghirlande ( chapels o chapelets) sul capo a
donzelli, è menzione negli antichi romanzi di Francia (cfr. Langlois, Op.
cit., pp. 21 e 107). Francesco da Barlierino ( Reggimento ecc., ed. cit., p. 170)
narra d'un cavaliere provenzale che, per non aver potuto ottenere da una
dama, a caccia, il dono più volte promesso d'una ghirlanda, gettò la sua
guarnacca nel fiume lungo il quale cavalcavano, dicendo : « ecco, io mi
« spoglio del vostro amore ». In un sonetto di Pier Montanaro al Yannozzo
(Carducci, Ant. lir. ital., col. 371) si tocca d'uno scambio di ghirlande cu¬
rioso : « la donna pone in capo una ghirlanda | a l'un di lor [ cioè di due
« suoi amanti ] la qual già del suo tolse ; | a l'altro una ch'avea n capo
« domanda, | e quella mise dove l'altra colse ». — Alla fine del secolo XIII
e sui primi del XIV, fra le corporazioni di Parigi c’erano i chapeliers de
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
125
questa canzone scritta quando ormai Laura non era più al mondo,
confessa averlo condotto là in quei prati: a cogliervi fiori per
adornarsene e cosi piacere alla giovinetta la cui avvenenza
l’avea tanto colpito. È quella mentis anrietas per parer bello,
grazie alla cura meticolosa deH’abbigliamento e della capiglia¬
tura, agli occhi altrui, ch’egli ricorda al fratello Gerardo come
una lor pecca di gioventù (1), e che, rispetto a Laura, anche in
un’epistola al Nelli confessa d’aver avuto: « Soluta sunt quibus
« ligabar vincula, clausique quibus piacere cupiobam
« o c u 1 i » (2).
Ma se il segreto movente della gita di messer Francesco, dopo
rincontro nella chiesa di Santa Chiara, in quelle parti , in quei
be' luoghi, era di riveder « Laureta * e farle la corte (d’inna¬
morarsi sul serio, gli pareva non vi fosse pericolo, in quel giorno
di «comune dolore») (3), quale la ragione confessabile di co-
desto suo vagare nelle vicinanze dei possessi della nobile giovi¬
netta? quale il pretesto per continuare in modo di necessità
molto meno coperto l’idillio avviato nella propizia oscurità del
tempio?
Se si pensa che della nobiltà feudale lo spasso prediletto era
la caccia (4), e che a partite di caccia, ne' dintorni del castello
fleurs ; i quali « tressaient en fleurs de la saison durant l’été, en feuillages
« variés durant l'biver, des couronnes dont se paraient les homines et les
« femmes » (A. Franklin, La vie privée d'autrefois ecc., Parigi, Plon e
Nourrit, 1894, 111, 149).
(1) Cfr. Fam ., lib. X, epist. 3* (ed. cit., Il, 69-70).
(2) Fam., lib. XIII, epist. 8* (ivi, 251).
(3) « Tempo non mi parea da far riparo ' contra colpi d’Amor » (son. Era
’l giorno ecc., vv. 4-5). Già s’è detto, per quali ragioni crediamo doversi
assegnare questa gita, e quindi anche il vero e proprio innamoramento del
Petrarca, al venerdì santo del 1327, e rincontro in Santa Chiara al lunedì
precedente (v. sopra, a pp. 15-20).
(4) Anzi, per quei baroni e cavalieri la caccia era il sollazzo o diporto per
eccellenza ; tanto che le espressioni aler en deduit , se deduire . s'esbanoir ,
se deporter ecc. eran sinonimi di chasser (cfr. Bormann, Die Jagd in den
altfrans. Artus- u. Abenteuer-Romanen , Marburg, 1887, nelle Ausgabe u.
Abhandl. dello Stengel, n # 68, p. 83).
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126
F. FLAMINI
ove soggiornavano, prendean parte, su palafreni, anche dame e
donzelle (i), onde ai loro occhi doveva acquistar pregio altrui
codesto sollazzo da gentiluomini; se ci richiamiamo alla memoria
il fatto che le colline da Caumont a Saint-Saturnin, coronate
allora di manieri, e l’altura di Picabrè, ov’io credo sorgesse
quello abitato dalla* graziosa Lauretta, eran luoghi copiosi di sel¬
vaggina (2); sembrerà in sommo grado verosimile, che l’occa¬
sione d’andar a donneare, ai primi d’aprile, in quei prati,
l’abbia il Petrarca cercata e rinvenuta appunto nella caccia (3).
Poiché egli era cacciatore: in età già matura (verso il 1347, a
quanto sembra) dilettavasi ancora d’inseguire pei boschi, con
un suo cane, lepri e cavriuoli (4); donde è lecito arguire, che
quando nel fior degli anni, bello, gagliardo ed agile, partecipava
alla vita dell’alta società d’Avignone e del Venessino, praticasse
con fervore un esercizio che vera tenuto in sì gran conto, oltre
(1) Cfr. Schl'ltz, Das hófische Leben ecc., cit., 1, 454 e 482; Gautier,
La chevalerie *, cit., p. 369; Bormann, Op. cit., p. 21.
(2) V. sopra, a p. 114. Già s'è avuto a ricordare, che ad un castello bien
seant (ben situato, diremmo noi) occorreva aver accanto il bosco, oltre che
per diporto del barone, per le sue partite di caccia (cfr. Gautier, La
chevalerie *, cit., p. 456; Bormann, Op. cit., pp. 13-14). Di qui le < ombrose
< selve » e la relativa selvaggina di questi colli tenuti in feudo dalle più
nobili famiglie del Venessino.
(3) Si sa, che le caccie offrivano anche propizia occasione a dichiarazioni
amorose : ho già accennato all'aneddoto, riferito da Francesco da Barberino,
di quel cavaliere provenzale che dimandò un pegno d’amore ad una dama,
mentre cavalcavano insieme, a caccia, lungo un fiume. E l'epoca più gradita
per cacciare era appunto il principio della primavera : « Et quant ce vint
« au tans novel | que docement cantent oisel | s'en fu [Artti] un jor el bos
« ales. 1 Ceo fu el meis d'avril entrant > ( Lais de Marie de France.
ed. Warnke, Yonec, v. 55; cfr. Bormann, Op. cit., pp. 100-101).
(4) In un'epistola scritta ad fontem Sorgiae (per la data, v. la nota del
Fracassetti, in Leti, di F. P., Ili, 184) il Petrarca, parlando d’un cane ve¬
locissimo, uso ad arrestare a volo gli uccelli e a fermare la lepre slanciata
a pieno corso, dice che se ne serve nell'andar attorno a caccia per quei
boschi : < mecum vadit in silvas, sub me militat, meis auspiciis ruit in bel-
c luas, et mihi saepe gratissimas praedas agit » (Fam., lib. XII, epist. 17";
ed. cit., II, 207).
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TRA. VALCHIDSA ED AVIGNONE
127
che dai cavalieri, dalle dame (1). Ciò posto, come non pensare
che il sonetto in cui son introdotte a parlare quelle bestiuole
da lui prese cacciando « a piè de’ colli * ove Laura nacque,
che son gli stessi (ormai sappiamo) ov’ella usava soggiornare — a i
piedi, si noti; dove si trovano anche quei prati di cui sopra —
si riferisca alla prima gita fatta dal poeta colà, o, se non proprio
ad essa, certo ad una delle prime? (2).
Si ponga mente al fatto, che il sonetto A piè de' colli ecc. è
l’ottavo del canzoniere, e che perciò (non essendo il settimo di
argomento amoroso) vien subito dopo quelli che chiamerei pre¬
liminari ; cioè dopo il secondo e il terzo, che descrivono i
primi incontri con Laura, il quarto, ch’èil famoso sul luogo nativo
di lei, il quinto, che ci dà il nome della giovinetta, e il sesto, che
narra come il poeta segua ormai col desiderio colei * che ’n fuga
« è volta ». Questo, dati i criteri del Petrarca nel raggruppar
le sue rime, sembra voler dire che tale sonetto debba appartenere
agl’inizi del suo amore; e, nel fatto, le bestiuole da lui prese
dicono da ultimo di avere un sol conforto del loro misero stato:
che vendetta è di lui ch'a ciò ne mena ;
lo qual in forza altrui, presso a l'estremo,
riman legato con maggior catena.
I
Rimane , notate; non rimase , o è rimasto', il qual presente
induce a creder simultanei, o quasi, la cattura che il poeta ha
(1) Non è da tacere, che nella canzone Nel dolce tempo ecc., ove (com'è
noto) le fasi del suo amore sono dal poeta adombrate per via di trasforma¬
zioni della propria persona, fantastiche ma pur moventi da un principio di
verità, si legge : * 1’ segui' tanto avanti il mio desire, | ch'un dì, cacciando,
«sì com’io solea, | mi mossi » ecc.; ciò che induce a supporre, che l’u¬
sanza del cacciare gli servisse di pretesto ad un altro genere di caccia, più
che a Diana, gradito a Ciprigna.
(2) Giova osservare, che anche la stagione era quella che vediamo riguar¬
data, negli antichi romanzi, come la più propizia alla caccia. « Et quant ce
« vini au tana novel, 1 que docement cantent oisel, s'en fu [.Arfws] un jor
« el bos ales. | Ceo fu el meis d’avril entrant ... d’aler en hois s'est
« aturnez » (Lais de Morie de France, ed. Warnke, Halle, 1885, Yonec, 55;
cit. dal Bormann, Op. cif., pp. 100-1).
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Ì28
F. FLAMINI
t
fatto di codesti animali e il suo restar preso nella rete. Poiché
proprio d’esser colto al laccio gli è capitato nel secondo incontro
con Laura : ce lo dice, usando immagine diversa, la stessa can¬
zone Tacer non posso ecc. nelle stanze successive; ce lo rap¬
presenta coll’identica immagine, leggiadramente, questo madri¬
gaietto :
Nova angeletta sovra l'ale accorta
scese dal cielo in su la fresca riva
là *nd' io passava sol per mio destino.
Poi che senza compagna e senza scorta
mi vide, un laccio che di seta ordiva
tese fra l'erba ond’è verde il camino.
Allor fui preso, e non mi spiacque poi ;
sì dolce lume uscìa degli occhi suoi ! (1).
Un incontro, impreveduto e fatale, sopra una riva fresca , per un
cammino et'boso: come non pensar subito alla Sorga e ai prati
per cui sappiamo che Laura soleva andare a diporto « fra le
« piagge e ’l fiume »? La giovinetta ammirata in chiesa, cercata
poi, con intenzioni di corteggiatore, nelle vicinanze del suo ca¬
stello, appare al poeta, che non se l’aspetta oramai, a più di due
chilometri di distanza dal luogo dov'ella abita: in quel delizioso
recesso ch’ella ama, appartato e pur vicino alla strada diretta
dall’Isle-sur-Sorgue ad Avignone, la quale traversa quei colli
(dolci colli, d’allora in poi, pel Petrarca) lì accanto, a Ghateauneuf
de Gadagne (2). Senza volerlo, lasciata questa strada e, verosi¬
milmente, presso il borgo ov’era naturale sostare, una compagna ,
una ‘comitiva’, forse di cacciatori (3), egli è capitato, tratto a
(1) Rime, CV1.
(2) Anche al tempo del Petrarca congiungeva Chateauneuf ad Avignone
una via diretta, ch'era continuazione del « chemin public » dal Thor a quel
borgo (Arch. dipartito, di Vaucluse. Précis des Archives de Gadagne cit.,
ff. 15 6 e 77 M.
* •
(3) Non è ipotesi necessaria, questa; ma la suggeriscono, ben natural¬
mente, i vv. 4-6 del madrigale. Nel quale io non direi che le circostanze
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
129
ciò dalla predilezione pei luoghi reconditi ed ameni, proprio là
dove Laura suole cercar riposo nelle sue escursioni campestri.
Quivi tutto invita ad amare; ed egli è solo, e non istà sull’avvi¬
sato. Il suo destino si compie.
Ma relegante damerino, se cade nel laccio che, con le cure
date alla propria persona, ha contribuito a farsi tendere, non
dimentica perciò d’esser egli stesso un cacciatore, e non di
selvaggina solamente. C’è nel suo canzoniere un sonetto conte¬
nente una finzione di carattere venatorio, la quale allegorica¬
mente adombra il vano sforzo fatto dal poeta per cogliere, alla
sua volta, Laura ne’ lacci d’amore, fin da quando primamente
egli « lasciò per seguirla ogni lavoro ». L’apparizione che nel
madrigale è d’una nova angeletta (cioè, diciamola con Dante,
d’un’ ‘ angiola giovanissima ’), qui è, invece, d’una cerva bianca,
recante scritto sul collare: «Nessun mi tocchi, libera farmi al
« mio Cesare piacque »: evidente ricordo dell’avventura che il
Petrarca stesso dice altrove capitata ad un cacciatore (1).
Ma in ambedue i componimenti s’allude al medesimo fatto, cioè
all'incontro decisivo (2). Il sonetto comincia :
lina candida cerva sopra l’erba
verde m’apparve con duo corna d’oro,
fra due riviere, all’ombra d’un alloro,
levando ’l sole, a la stagione acerba, ecc. (3).
del fortuito incontro con la giovinetta siano inventate « per consonanza con
« lo stile di questo genere di poesia ». Il quadretto mi pare anzi che abbia
tutta l’aria d’esser colto dal vero e di voler riprodurre, graziosamente, un'im¬
pressione non meno sincera che viva.
(1) Fam., XVIII, epist. 8* (ed. cit., II, 489): « ...Nec Venator fuit melior qui
« avorum temporibus sub Arctoa plaga, si tamen vera fama est, cervum
« torque aureo circa collum coepit, in quo, ut perhibent, vetustissimis lit-
« teris scriptum erat: nemo me capiat, quem Julius Caesar liberum esse
« iussit ».
(2) Nel sonetto, quel cader nell’acqua che il poeta fa, da ultimo, come
vinto dal fascino della cerva ammaliatrice, ch’ei non si saziava di mirare,
sembra simboleggiar la sua caduta ne' gorghi fatali della passione amorosa.
(3) Rime, CXC.
GtornaU liorico. — Sappi. 12. 0
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I
130 F. FLAMINI
La cerva con due coma d’oro è Laura dalle bionde treccie,
l’erba verde, quella di quei prati dintorno. Ma le due riviere?
Non certo il Rodano e la Durenza, come altri pensò; chè non
v'è ragione al mondo di collocare proprio al confluente di questi
due flumi la scena deH'innamoramento del poeta ! E neanche
la Durenza e la Sorga, com’ ebbi io stesso a congetturare
altra volta, senza riflettere che il nome di invierà si trova dato
anche a piccoli corsi d’acqua (1), e che, per lo special significato
ch'esso aveva allora nel linguaggio tecnico della caccia, meglio
di qualsiasi altro si conviene alla rappresentazione d’una scena,
come questa, di carattere venatorio. È troppo evidente, che qui
il poeta ci vuol mettere dinanzi in un medesimo quadro Timma-
ginaria cerva bianca sotto ad un lauro simbolico ed un prato
verde in mezzo a due fiumi, i quali, essendo anch'essi ele¬
mento della figurazione poetica, si debbono poter abbracciare
entrambi con lo sguardo : onde chi sappia quant’è diviso e sud¬
diviso il corso della Sorga, inclina naturalmente a supporre che
qui s’alluda, invece, a due piccoli rami di essa racchiudenti tra
la frescura de’ liquidi cristalli un prato tutto verde; e corre col
pensiero al vento che chiuse , cioè a ‘ Laura {l'aura) che fé’ pri¬
gione ’ (2), il poeta « tra ’l bel verde e’idolceghiaccio» (3).
Or che diremo noi, se proprio là dove collocammo 1 amo¬
rosa reggia , cioè nel punto in cui la Sorga, venendo da Vai¬
chiusa per l’Isle e pel Thor, raggiunge i dolci colli , la vedremo
bipartirsi, subito dopo che ha svoltato verso settentrione lungo i
colli stessi, e racchiudere nello spazio intermedio, fra due spal¬
liere d’arbusti ed alberi rigogliosi, un prato di fresca erba ver-
(1) Per esempio, in Dante al fiume Lete ( Purg XXXI, 82), ch'era largo
appena tre passi (cfr. ivi, XXV111, 70).
(2) Immagine, come si vede, ben poco differente da quella del laccio teso
da Laura al poeta, che troviamo nel madrigale Nova angeletta ecc.
(3) Rime , LXV1 (sest. L'aere gravato ecc., vv. 31-33). Il bel verde corri¬
sponde all'« erba ond e verde il cammino » tra cui la giovinetta tese al poeta
il suo laccio (madrig. cit., vv. 5-6), il dolce ghiaccio è senza dubbio l’acqua
gelida del < dilettoso fiume >.
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—UR6ANA-CHAMPA1GN- — --
Fig. 22 a — La Sorga presso ( ìn (lagne.
Fig. 2^ a — La Sorga presso Gadagne (altro ramo).
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TRA YALCH1USA ED AVIGNONE
131
dissima ? È proprio così ; si consulti a tal uopo la carta di questo
tratto del Contado Venessino, che alleghiamo in fine del presente
lavoro. B della limpidezza delle acque, dell'esuberanza della vege¬
tazione sulle rive d'ambedue questi rami della Sorga (prossimi
l’uno all’altro sì da poter essere abbracciati con lo sguardo) val¬
gano a dare un’idea le figure 22* e 23*; dove, approfittando del¬
l'aspetto ancora invernale che offriva il paesaggio quando, nel¬
l’aprile del 1907, fui colà per la seconda volta, potei ritrarli, senza
l’impedimento del fittissimo fogliame, distintamente. La fantasia
del lettore ben può supplire a ciò che vi manca. Bccole, tuttavia,
in aiuto alcuni appunti presi nella mia prima visita alle rive della
Sorga, allora tutte verdeggianti:
— « Dalla stazione ferroviaria di Gadagne giungo direttamente
« sulla Sorga, che ha già svoltato, ed ora scorre lungo le col-
« line verso Saint-Saturnin. Com’è bello questo ruscel corrente \
« Corre davvero, e tra rive tutte assiepate da piante che si cur-
« vano sino a fior d’acqua : nel cristallo delle onde si riflette il
« groviglio frondoso. Mi trovo sulla destra del più orientale dei
« due rametti in cui si partisce questo braccio della Sorga, per circa
« un chilometro del suo corso, da Gadagne verso Saint-Saturnin,
« lungo i colli. Di là dal fiumicello circa sessanta metri, intra-
« vedo la fitta spalliera di fogliame dell'altro rametto, e dietro
« ad essa le piagge, dominate dal castello (1); alla mia sinistra,
« in direzione di Caumont, il verdeggiante declivio settentrionale
« del poggetto di Picabrè. Che paesaggio stupendo, nel mattino
t
«pieno di sole! In quest’erboso recesso tranquillo, siamo soli al
« cospetto della natura, che, tutta ridente, c’invita a contemplarla
«sereni, ad ammirarla e, se quel suo sorriso ci riscintilli nel-
« l’anima, a cantarla. Ecco: di là da questo ruscello, sul verde
« dei prati che la Sorga, attorniandoli, avviva della sua frescura,
« la fantasia disegna una figura snella di giovinetta, a cui sugli
« òmeri ondeggia l’oro morbido dei capelli disciolti, coronati.
%
(1) B quel che si vede nella fig. 17*, che già avemmo a ricordare (v. sopra
a p. 109).
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132
F. FLAMINI
« intorno al capo, da una ghirlanda di violette e di frondi. Tale
«sarà apparsa, agli occhi del poeta, visione di cielo inaspet-
« tata, la nm:a angeletta : sovra quest’erba stellata di fiori, trs
« queste limpide riviere (1). Ed ecco un luogo dove le piante
(1) Che quando il poeta « di subito arse », quando Amore gli diè « le
« prime piaghe », Laura portasse disciolte sulle spalle le chiome, è cosa
che più volte egli ci ha voluto rammentare (Rime, XC, son. Erano i capei
d'oro ecc., e CXCV1, son. L'aura serena ecc.; Bucol. carmen , egl. 3*, v. 15).
Che fosse vestita di verde ed avesse sul capo una ghirlanda di violette e
di frondi, rilevo dal seguente passo della canz. In quella parte ecc.; nel
quale i critici veggon significato soltanto il colore della gonna di Laura,
perchè non han posto mente all'uso d'inghirlandarsi la testa, in ispecie in
campagna e di primavera, che avevano al tempo del Petrarca donne e don¬
zelle. nè hanno osservato, che della veste di Laura si viene a parlare nel
v. 7 della stanza, come di cosa distinta da « le violette e '1 verde » di cui
nel v. 4 :
In rtmo fronde orer noie in tern
minndo a la stagion che *1 freddo perde
e le etelle miglior acquistali fona,
negli occhi ò pur le Moiette e *1 verde,
di ch'era nel principio de mia guerra
Amor armato ai eh'ancor mi sforza,
e quella dolce leggiadretta scorza
che ricopria le pargoletto membra.
Non viene subito in mente il verso «e lassar le ghirlande e i verdi
«panni» d'un sonetto eh'è il XII del canzoniere, e certo allude all'abbi¬
gliamento consueto di Laura ne'primi tempi? Di violette abbondavano!
prati « fra le piagge e ’l fiume »: nel sonetto Lieti fiori e felici e ben nate
erbe, che li descrive, e che già avemmo a citare, si legge: «schietti arbo-
« scelli e verdi frondi acerbe. | amorosette e pallide viole». Quanto
al « verde» mentovato insieme con le violette, esso allude certo (n'è prova
anche il v. 1) alle foglie e all'erba onde sarà stata intessuta la ghirlanda di
Laura. Si pensi ai versi della sestina dantesca Al poco giorno ecc.: « Quand'ella
«ha in testa una ghirlanda d' erba, | trae de la mente nostra ogni altra
«donna; | perchè si mischia il crespo giallo e '1 verde | si bel, ch'Amor
< vi viene a stare all'ombra »; si ricordino questi altri d’una canzone del
quattrocentista Antonio di Meglio : « Mira le degne tempie, ove talora |
« erbe, fior, fronde, rose e violette | di sue proprie man mette * (Carducci,
Ant. lir. ital., col. 184); infine, per tacere d’altri passi consimili d'antichi ri¬
matori, s’abbia presente ciò che il Boccaccio dice delle ghirlande che le
novellatrici e i novellatori del Decameron si facevano, « bellissime », di
vaghi « rami d’àlbori » (giorn. 3* in princ., ed. Moutier, 11,16; e cfr. Introduz.
ivi, I, 35). Queste ghirlande d’erba si ponevano a volte cosi grandi, che i
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
133
« delle due sponde formano, toccandosi e intrecciandosi, un vero
« nascondiglio (v. le figg. 22* e 23*). Qui il fìumicello scorre lucido
« sotto cupole di fogliame. M'inoltro lungo la galleria maravigliosa.
« Che ombrìa ! Che senso di freschezza dà quest’acqua inoltrantesi
« a perdita d’occhio per un intrico di rami frondosi, di chiomati
«arboscelli, che vi si specchiano capovolti! Io penso al tempo
« in cui tutte queste piante sono in fiore; e la scena culminante
« della canzone ove, con le chiare e fresche acque, canta soave-
« mente anche l'onda delle strofe agili e snelle, mi lampeggia
« alla fantasia, come se l’avessi davanti. Veggo la bella giovine,
« qui assisa, ricoprir l'erba col seno della gonna, mentre appoggia
« il fianco ad uno dei rami protendentisi fin sopra il liquido
« cristallo, e dall’alto — ove s'intesse l'opaco segreto di questo
« paradiso fluviale — i fiori scendono, amoroso nembo, sul-
« l’erba, sull'acqua, sulle vesti e sul capo di lei. Quelle bionde
« treccie, cosparse di petali bianchi, paiono oro e perle; fra
« tanta gloria ella trionfa. Siamo nel regno d’Amore ». —
Da questi miei appunti, interpreti fedeli, quanto immediati, del¬
l’impressione provata visitando quella che credo l’amorosa reggia
del Petrarca, la scena delle Chiare fresche balza fuori nitida e
viva; ed anche la questione vessatissima del modo come va in¬
teso quell’ove del secondo verso (« ove le belle membra | pose
« colei che sola a me par donna ») appare risolta nel senso più
ovvio e più conforme al retto uso grammaticale. Come ognun sa,
ripugnando l’ammettere un bagno di Laura nella Sorga, s’è spie¬
gato quell’ore per ‘vicino a cui ’, difendendo la stiracchiatura
col raffronto dei versi famosi; « piacemi almen ch’e miei sospir
« sian quali | spera *1 Tevere e l'Arno le ’l Po dove doglioso e
« grave or seggio ». Ma in questo passo della canzone all’Italia
precettisti del bel costume vi trovavano da ridire (« grossa cosa è tenuta |
« portar fastella in luogo di ghirlande », scriveva Frano, da Barberino,
Reggim., ed. cit., p. 31). L’uso di coronare il capo, o d'un chapel de fleurs
o d'un cercle , anche quando si portavano sciolti i capelli, è ricordato già
nelle chamons de geste (cfr. Wintir, Kleidung u. Pufz d. Frau ecc., cit.,
pp. 43-45).
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F. FLAMINI
la metonimia è lampante: spera il Tevere e l’Amo e ’l Po vuol
dire * sperano quelli che abitano lungo il Tevere e l'Arno e il
‘ Po presso il quale ultimo fiume, soggiunge il poeta, * ora abito
* anch’io Invece, in quei versi della canzone Chiare fresche ecc.
non c’è traslato che valga a farci dare aH’ot'C un senso speciale;
nè vi si parla d’un fiume designato pel suo nome geografico (chè
il poeta non dice: «o chiara e fresca Sorga»!): vi si parla
proprio di acque , come, subito dopo, di rami , d 'erba, di fiori
e d’aere ; di acque ove le belle membra pose ecc., cioè ‘ di acque
( in cui Laura immerse il bel corpo Ora, data la solitudine di
quel punto della Sorga in cui collochiamo la scena della canzone,
data la fitta ombrìa di quelle cupole di verdura atte ancor oggi
a celare agli occhi indiscreti le nudità di qualsiasi più pudica
signora, perde ogni inverosimiglianza il fatto che in quelle acque,
dove sappiamo che Laura solea bagnare il viso e gli occhi (1),
ella abbia pure immerso il suo bel corpo. Il poeta — si badi —
non dice già d'averla vista « nel benedetto giorno > ignuda là
dentro (2): soltanto, nel volger la parola alle acque che, tornato
su quella «verde riva», si trova dinanzi, ricorda l’invidiabile
fortuna ch’egli sa che hanno avuto. E che solessero averla, era
ben facile immaginare, atteso il costume d'allora, comune a
donne e a donzelle, di bagnarsi all'aperto cedendo all'invito delle
acque fresche e correnti (3). Chè altre non ve n’erano ne’ din*
(1) Cfr. Rime, CLXII (son. Lieti fiori ecc., vv. 9-10). L'uso di bagnare le
mani, gli occhi, il viso nelle fresche acque correnti, durante le gite che
dame e cavalieri facevano, in allegra comitiva, per le campagne, era co¬
mune nella società feudale (cfr. Langlgis, Op. cit., p. 65).
(2) Che possa avervela scorta altre volte, non s'esclude ; per quanto non
mi paia prudente il prender troppo alla lettera quel passo già citato della
canz. Nel dolce tempo ecc., in cui il Petrarca narra che un giorno — cac¬
ciando, secondo il suo solito — vide « quella fera bella e cruda » starsi
ignuda in una fonte, nell'ora più calda del giorno, e stette a mirarla, e fu
da lei spruzzato d'acqua nel viso, per vergogna ch'ella ebbe. « e per farne
« vendetta o per celarse ». In questa canzone elementi di fatto desunti dal
vero appaiono fantasticamente travisati.
(3) Importante, per questo rispetto, quello che il Boccaccio immagina che
facciano le sue novellatrici nella cosiddetta valletta delle donne. Quivi, in
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
135
torni di Picabrè, le quali potessero in alcun modo paragonarsi
a quelle, cosi limpide, che lambiscono presso Gadagne i dolci colli,
perdendosi sotto il verde che le fiancheggia e sovrasta. Delle
gite consuete di madonna Laura dalla sua abitazione fino a quel
recesso maravigliosamente ombroso e fiorito, l’attrattiva mag¬
giore, se non sempre il fine principale, dev’esser stata proprio
il fare un bagno nella Sorga.
Anche un altro componimento del canzoniere riceve lume dalla
nostra identificazione del nido, del bel soggiorno, dell’amorosa
reggia , il quale si riferisce parimente a diletti che a Laura re¬
cava il limpidissimo fiume. Alludo a) sonetto in cui il Petrarca
dice d’aver veduto dodici donne, anzi dodici stelle, « e ’n mezzo
« un sole », allegre e non accompagnate da alcuno, prima dentro
una barchetta, condotta da un nocchiero, poi in un « carro »,
guidato da un auriga, nel quale la sua Laura sedeva in disparte,
cantando dolcemente (1). Non dico la Durenza, non navigabile
un piccolo lago circondato da sei boschive montagnette, essendo il caldo
grande e lontano il sospetto d'esser vedute, esse entrano, deposte le vesti,
tutte e sette. L'acqua — ei soggiunge con bel tratto pittorico — € non al-
« trimenti li lor corpi candidi nascondeva, che farebbe una vermiglia rosa
« un sottil vetro > (Dee., giorn. 6*, in fine, ed. Moutier, 111, 175). Ed anche
sul finire della prima giornata codeste gaie Fiorentine entrano scalze, con
le braccia nude, dentro un'acqua chiarissima, prendendovi « varii diletti »
(ivi, 1,103); la qual cosa ci fa risovvenire di ciò che il Petrarca stesso dice
d'aver veduto, nel 1333, sulle rive del Reno: bellissime dame («Dii boni!
« quae forma! quae facies! quis habitus!», esclama il vagheggiatore impe¬
nitente) tuffar nel fiume, rimboccate le maniche, le loro candide braccia
(cfr. Fam., lib. 1, epist. 4*; ed. cit., I, 45). Si sa, del resto, che nella società
feudale del medio evo le donne non avevan troppi scrupoli : « waren die
« Damen — scrive lo Schultz (Op. cit., I, 225) —, wenigstens wie die
« Dichter aie darstellen, nicht so prude. Meleranz uberrascht eine Dame, die
« unter einer Linde ein Bad nimmt»; « iunge Dame lassen unter
«einem schattigen Raum sich ein Bad bereiten» (ivi, 1, 447).
(1) Rime, CCXXV (son. Dodici donne ecc.). « Carro » ( char) era il nome
generico dei veicoli con cui le dame della società feudale si trasportavano
da un luogo all'altro. Nel romanzo di Galeran (sec. XIII) vediamo la ba¬
dessa Erminia, sorella della contessa di Bretagna, recarsi alla corte del co¬
gnato « dans un char encourtiné d'un tapis de Reims, avec cinq de ses
« nonnains » (Lanolois, Op. cit., p. 7 ; e cfr. p. 215). Il nome specifico
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F. FLAMINI
ed inamena, ma nè anche il rapido e torbido Rodano è tal
fiume, che ad una lieta brigata di nobili dame potesse gar¬
bare Mandarsene per esso a diporto in barchetta ! Figuriamoci,
invece, sulla Sorga — ancor oggi tutta navigabile (1) — la sce¬
netta graziosa; ed eccola risaltare, con pittoresco rilievo, sopra
uno sfondo di verde e di cristallo. Immaginiamo il poeta, spet¬
tatore, a’ piedi di Chateauneuf, neWamorosa reggia (venutovi,
al solito, per cercar la sua donna); ed ecco la più naturale spie¬
gazione dell'aver egli potuto ammirare quella gentil comitiva
seduta, successivamente, in barca ed in carro. La barca doveva
venire dal Thor o dall’Isle (2): dal borgo tuttora meritevole
d'esser visitato per la sua chiesa romano-bizantina, o dalla gra¬
ziosa cittaduzza che la Sorga attornia e traversa, largendole
verdezza di prati e fresca ombra di platani (3). Veniva attra¬
verso a rive prossime runa all’altra, dai margini erbosi fiancheg¬
giati da piante, da cespugli, da virgulti, onde le belle dame dovevan
sembra fosse quello che Dante usa per un altro < carro trionfale > pur de¬
stinato ad una donna (cfr. Purg ., XXX, 16): basterna. « Basterna — scri¬
veva nel Catholicon Giovanni da Genova — est... vehiculum itineris, quasi
<t * vesterna ', quia mollibus veatibus sternitur et a duobus animalibus tra-
< hitur, ubi nobiles feminae deferuntur > (cfr. Schultz, Das hó/ische
Leben ecc., cit., I, 487-88).
(1) Cfr. Baylk, Origine des eaux de la Fontaine de Vaueluse, in Bull .
de Vaueluse , cit., 11, 43 (< D'où viennent ces eaux si admirablement pures,
4 qui forment, en sortant de terre, un véritable fleuve se divisant en piu-
c sieurs branches, toutes navigables, ecc.? *).
(2) Questo tratto della Sorga, dal Thor (e certo anche dall'lsle) a Cha¬
teauneuf, al tempo del Petrarca era sovente percorso da barche. Una sen¬
tenza arbitrale del 1336, riguardante certa contesa fra il signor di Chateau¬
neuf e il signore del Thor (Giraud Amie l'uno e l'altro, nipote e zio) per
l'uso delle acque della Sorga, stabilisce che il primo di essi, quando non
abbia acqua sufficiente pel suo mulino, possa ottenerla dal fiume, purché
non impedisca per ciò la navigazione e il passo de'battelli (Arch.
dipartim. di Vaueluse, Prècis des Archtves de Gadagne , cit., f. 192®).
(3; 4 Locus Sorgia illabente et praeterlabente delectabilis » è chiamata
l'isle nell'epist. 7* del lib. XVI delle Familiari (ed. cit., II, 385). Vedi anche
V. Laval, Coup d'oeil sur la ville de l'isle en Venayssin av. le XIX*
siècle , in Bull. hist. et arch. de Vaueluse, 11 [1880], 461 sgg., Ili [1881],
236 sgg.
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TRA VAI.CH1USA ED AVIGNONE
137
essersi dilettate, fra lieti canti e risa, ora a spiccare un ramo,
ora a cogliere un flore. Dal Thor a Ghateauneuf de Gadagne
la Sorga costeggia Yiter publicum (1): questa strada esse dove¬
vano aver percorsa nell’andare. Ora se ne tornavano per acqua,
secondo corrente, vogando. « Onestamente lasse », eccole sbarcare,
sotto gli occhi del poeta, ai piedi di Chateauneuf. Di là la Sorga
prosegue in direzione opposta a quella ch’esse debbono seguire:
occorre per ciò valersi d’altro mezzo di trasporto. Una carretta
le condurrà, per la via di Gaumont lungo i colli (2), al picciol
boi'go , o al poggio di Picabrè. « Felice Autoraedon, felice Tifi —
« conchiude il poeta, dopo aver assistito a tutto questo — che
« conduceste si leggiadra gente! ».
Gome si vede, il più notabile risultamento delle nostre ricerche
corografiche è di trasportare la scena che il Petrarca ci ha
descritta del suo amore, nel bel mezzo della vita feudale di quel
Contado Venessino ov’egli passò tanti anni ; di fare di madonna
Laura una giovine castellana dei dintorni d’Avignone più pros¬
simi alla città, e del suo cantore l’ultimo fra i trovatori di
Provenza.
Che le rime del Petrarca ed egli stesso, il loro fabbro sottile,
fossero delizia e trastullo della società elegante, è cosa che sap¬
piamo da lui, il quale fa dire di sè stesso ad Amore fatto persona:
«sì l’avea sotto l'ali mie condutto, | eh’a donne ecavalier
(1) Vedi sopra, a p. 128, n. 2. Per la frase iter publicum , cfr. Fam .,
lib. XII, epist. 8* (ed. cit., II, 187).
(2) Di questa via da Chateauneuf a Caumont è frequente menzione nei
documenti ricordati in quel Précis des Archives de Gadagne che abbiamo
or ora citato.
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F. FLAMINI
« piacea il suo dire » (1), e ci è confermato da Donato degli
Albanzani, che ce lo rappresenta «inter egregias dominas»
intento a recitare « rithma vulgaria quae mirabilia erant auditu
« et per ipsum composita > (2). In Avignone, ne' primi anni, egli
frequentava (già sappiamo) i ritrovi « nobilium matronarum ».
A un addetto a quella Curia Papale la cui sovranità era rico¬
nosciuta da tutti i feudatari del Contado, il quale, in pari tempo,
era un bel giovine, squisito nell'abbigliamento e nei modi, esperto
nel domnei e. quel che più importa, capace di tróbar leggiadra¬
mente in toscano, potevano mancar inviti per parte delle belle
castellane use ad intervenire a' convegni della vicina metropoli?
Inviti, voglio dire, a rallegrar con la parola arguta e, più, col
« suono de l’amorose note » i conviti, lecaccie, i sollazzi campestri,
che, in quei primi decenni del secolo XIV, anche in Provenza,
come in Francia, nel tenace persistere del costume non ostante
la decadenza della cavalleria, costituivano pressoché tutta la vita
giornaliera della società feudale (3).
Per quei colli, pertanto, così vicini ad Avignone e cosi ombrosi
di boschi e fioriti di verzieri a cagione dei tanti castelli che ne
(1) Rime. CCCLX (canz. Quell'antiquo mio dolce ecc., vv. 110-11).
(2) Cfr. Hortis, Scritti ined. di F. Petr., Trieste, Lloyd, 1874, p. 232 ».
(3) « Pendant longtemps ce monde-là ne changea guère », scrive il Lan-
glois (Op..cit., p. xx) nell'accingerei a metterci sott'occhio gli uomini e le
cose del secolo XIII « en empiétant sur les borda du XII 8 et du XIV 8 ».
Dei dieci romanzi d'avventure da lui presi ad esaminare a tal uopo, uno è
infatti del 1316 (la Comtesse d'Anjou); e tutti ugualmente rappresentano
una società « toute occupée de sport , de flirt et de plaisirs ruraux »
(ivi, p. xxij). Nella quale — giova soggiungere — la poesia galante era
tenuta in molto pregio. Il cavaliere de la Tour Landry ci fa sapere d'aver
composto in gioventù, cioè verso il 1330, «chan$ons, laiz et rondeaux,
« balades et vireiayz et chanz nouveaux > per una bella dama di cui era
innamorato ; e racconta che ad una festa d'allora, « où avoit grand foyson
de seigneurs et de dames et de damoyselles », intervennero anche alcuni
menestrelli, ad uno dei quali fu donata una veste da un cavaliere (Le livre
du chev. de la Tour Landry , cit., pp. 2, 226 e 227). Vedi anche quello che
del costume feudale superstite in Provenza al tempo del Petrarca scrive lo
Scarano, nel suo studio sulle fonti provenzali della lirica petrarchesca
(Studi di filol. rom.. Vili, 265).
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE 139
coronavan le pendici, il Petrarca deve aver avuto assai per
tempo l’occasione d’aggirarsi a suo piacere; lieto di ritrovar colà
l’ambiente proprio e consueto di quella poesia trovadorica ch’egli
ammirava e dilettavasi d'imitare. Come si spiegano, con questo,
pianamente i versi già riferiti dell’egloga decima! Silvano —
così, o anche Silvio, chiama il poeta sè stesso nel linguaggio
pastorale « propter insitum ab ineunte aetate urbis odium
«amoremque silvarum»(i)—.lasciando inarato 1’« ari-
« dulum rus » per fastidio in lui nato delle infruttuose fa¬
tiche, spazia vagabondo per le apriche selve (2). Non par di
vedere, rimosso il velo ben tenue della finzion bucolica, il
nostro giovine poeta, noiato, non meno che del suo ufficio,
della tristis Avinio, andar attorno lietamente per que’ bei colli
solatii, allora selvosi quanto oggi floridi di vigne e di oliveti?
Si direbbe ch’essi abbiano una speciale virtù d’attrarre i cultori
delle muse; dacché sul loro dorso, nel castello di Fontségugne
a settentrione di Gadagne, fu fondato, or sono cinquantasei
anni, il fèlibrige. Ecco « l’alta selva * (3) — ne’ luoghi ove la
Sorga e la Durenza vanno a confonder le loro acque con quelle
del Rodano — ove il Petrarca dice d’aver avuto « un tempo *
la sua Accademia e il suo Parnaso (4). Egli che già quando at¬
tendeva in Bologna allo studio delle leggi, ne’ giorni festivi soleva
far lunghe escursioni in campagna, tornando in città a buio (5),
e che più tardi, a Vaichiusa, si tratterrà fuori di casa anche di
(1) Fam., lib. X, epist. 4* (ed. cit.. Il, 87).
(2) 4 Vagus silvia spatiabar-apricis > (v. 19).
(3) Notisi la perfetta convenienza e del nome e dell’epiteto a quell'alti¬
piano che da Caumont e Bonpas, sulla Durenza, conservando sempre la
stessa elevazione, assai mediocre, va a Chateauneuf de Gadagne, e di là a
Saint-Saturnin. dominando in quest'ultimo tratto il corso della Sorga.
( 4 ) Oltre al passo dell'egloga, si tengano presenti i noti versi del fram¬
mento dei Trionfi (v. sopra, a pp. 40-1).
(5) 4 Ibam cum aequaevis meis, dies festos vagabamur longius [dunque
4 gli altri giorni faceva pure passeggiate , più corte], sic ut saepe nos in
4 campis lux desereret, et profunda nocte revertebamur » (Sen., lib. X,
epist. 2* ; ed. di Basilea, II, 868).
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F. FLAMINI
notte (1); in tempi in cui nottate intere restavano aperte le
porte d’Avignone (2), chi sa quanto a lungo si sarà trattenuto
a giro per quelle colline, che dovevano allettarlo irresistibilmente
ogni volta che, dalle vicinanze del palazzo papale, ne vedeva il lene
declivio verdeggiante, a così breve distanza ! Su di esse, nel punto
ove la strada diretta che conduce alle rive della Sorga, traver¬
satele, ridiscende verso il piano, Ghateauneuf de Giraud Amie
(oggi Gadagne) col suo magnifico panorama della pianura del
Contado Venessino ubertosa e ridente, del Monte Ventoso, scin¬
tillante di neve, delle belle alture va (chiusane, dei monti Luberon
vestiti d una fitta foresta ; dal lato di mezzogiorno, Bonpas con
la Certosa ove Filippo di Cabassole vorrà sepolta la sua salma,
e Caumont con la graziosa cappella di San Sinforiano. A queste
attrattive, efficaci sull’animo deH'ammiratore della natura e del¬
l’uomo di chiesa, si venne ad aggiungere, nell’aprile del 1327,
quella, di gran lunga più forte, della giovinetta d’alto lignaggio
nativa appunto di quei colli. D’allora in poi, questi lo ebbero
visitatore assiduo; e delle rime ch’egli dovè comporre in buon
numero durante il decennio dell’amore per Laura anteriore al
suo ritiro nella solitudine di Vaichiusa (3), non poche si sogliono
ascrivere al periodo successivo a cagione dell’ambiente campestre
che vi è ritratto, le quali, invece, saranno state composte du¬
rante il suo spaziare d’innamorato vagabondo per quell ’alta
selva aprica così prossima ad Avignone e, al tempo stesso,
(1) Ivi, 809(« Quotiens autem reris me nox atra solum procul in campis
« invenerit! ecc. >).
(2) Ivi.
(3) Si ricordi l’accenno alle molte poesie d’amore composte negli anni
vissuti allegramente ad Avignone col fratello Gerardo (Fam., lib. X, epi¬
stola 3*; ed. cit., II, 71-2), e si pensi anche alla simbolica trasmutazione in
cigno, immediatamente successiva a quella in lauro, della canz. Nel dolce
tempo ecc. (Rime, XX1I1, st. 3* e 4* : « Così lungo l’amate rive andai, | che,
«volendo parlar, cantava sempre» ecc.). Nell’epist. 15* del XXI delle
Familiari il Petrarca dice d'aver dato all’esercizio del rimare « adolescen-
« tiae florem » (v. in tal proposito anche Fani., lib. XXI, epist. 15* e Var.,
epist. 9*; ed. cit.. Ili, 113 e 322).
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
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lambita ai piedi dallo « chiare fresche e dolci acque ». Cade
con ciò la necessità d’assegnare al secondo decennio dell’amore
del Petrarca, cioè ad un’età nella quale la passione in lui non
doveva più essere incendio, ma fiamma tranquilla (a quel modo
che la « bella giovinetta » sera fatta una matrona rispettabile,
verosimilmente già madre più volte), rime del canzoniere così
giovenilmente fresche e vive come le due canzoni, nate quasi ad
un parto e somiglianti fra loro anche nel metro, Se 7 pensier che
mi strugge e Chiare fresche e dolci acque. Immaginiamole pen¬
sate ne’ luoghi stessi che ci mettono sott’occhio: sulla « verde
riva » della Sorga, « tra le piagge e '1 fiume » ove Laura soleva
andare a diporto, nell’amorosa reggia insomma; e i boschi in cui
la prima di esse canzoni, perchè troppo « rozza », deve restare, il
bosco onde l’altra dovrebbe uscire se avesse ornamenti quanto ha
voglia, ci appariranno una cosa sola co \Yalta selva aprica, co’ bei
colli ombrosi prossimi ad Avignone, nei quali il poeta cercava
così spesso riposo e sollievo alle noie del vivere cittadinesco (1).
La prova migliore dell’aver egli avuto questo costume già prima
del suo ritrarsi in Vaichiusa, ci è offerta dalla duodecima epi¬
stola del libro secondo delle Familiari ; dove, nel gennaio del 1337,
il Petrarca racconta al cardinale Giovanni Colonna d’aver trovato
in Capranica presso Roma « peropportunum curis suis locum ».
Strepito d’armati e clangore di trombe fanno che ogni altro s’af¬
fretti a rinserrarsi nel castello; ed egli va attorno per quelle
colline, con maraviglia di tutti, tranquillo, inerme, continuamente
meditando qualche cosa che gli acquisti favore presso i posteri.
«Quantum potest in rebus omnibus consuetudo! » esclama.
(1) Cfr. la sest. Non ha tanti animali ecc. (Rime, CCXXXVII, vv. 25-27):
« Le città son nemiche, amici i boschi | a’ miei pensier » ecc. Non si
esclude con questo, che le due canzoni non possano anche esser state ideate,
in una visita all’amorosa reggia , nel tempo che il Petrarca si trovava già
a Vaichiusa: si dice, che nulla ci vieta di supporle scritte avanti, nel de¬
cennio dal 1327 al ’37, quando il Petrarca si recava in quei luoghi da Avi¬
gnone, e la sua passione, più fervida, la beltà di Laura, più fresca, pote¬
vano meglio scaldare il suo sentimento e stimolare la sua fantasia.
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F. FLAMINI
Tale doveva adunque essere il suo costume già nel soggiorno
consueto: negli anni precedenti, ad Avignone, doveva avere simil¬
mente un luogo campestre ove recarsi a spaziare meditando e
poetando. Or non si direbbe che proprio a’ suoi bei colli tra
la Sorga e la Durenza corresse col pensiero quando s’indugiava
a descrivere quelle alture della regione romana così ad essi
somiglianti? « Hinc illinc colles innumeri, altitudine nec ac-
«cessu difficili et expedita prospectui, inter quos etumbrosa
« laterum convexa et opaca circum antra subsidunt. Undique
« submovendis solibus frondosuin nemus erigitur, nisi quod
« ad aquilonem collis humilior apricum aperit sinum » ecc. (1).
Nella canzone Se 7 pensier che mi strugge il Petrarca dice
ch’egli usava stancare i piedi «per campagne e per colli >; e
già s’è detto, che di campagne (atteso il senso ben determinato
di questa parola nel linguaggio de' trecentisti) non si può parlare
a proposito delle anguste valli valchiusane, e qui si deve allu¬
dere ai dolci colli e al dolce piano. Che anche Laura s’aggirasse
colà, si può arguire dal medesimo passo. Se invece d’esser « un
ghiaccio » e di « fuggirmi » — scrive il poeta —, ella ardesse
come ardo io,
meri solitario Torme
fóran de' miei piè lassi
per campagne e per colli ;
vale a dire, io non dovrei affaticarmi a camminar tanto per
cercarla, nè sarei sempre così solo nel vagar per queste colline,
per questa pianura. Sappiamo le continue passeggiate di lei sulle
rive della Sorga, e abbiamo anche parlato d’una sua escursione,
prima in barca e poi in carro, con altre nobili dame. Giova ora
soggiungere, che questo andar attorno sole, per prati e per piagge.
(1) Ed. cit., 1, 130-31. Caprarum mons (‘ Gapranica ') è lo stesso — vedi
caso! — che Picabrè. « Locus ignobilis fama > in contrapposto a' luoghi
d'intorno, celebri nell’antichità, lo dice qui il Petrarca ; la qual cosa richiama
alla memoria (ed anche spiega, per analogia) quel « troppo umil terreno >
in cui Laura, nel noto passo dei Trionfi, lamenta d'esser venuta al mondo.
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TRA VALCH1DSA ED AVIGNONE
143
cantando e cogliendo dori, era comune usanza delle giovani di
alto lignaggio nel medio evo (1); che, accompagnate da amiche
o da ancelle (qualche volta anche da cavalieri), si recavan so¬
vente dall’uno all’altro castello del vicinato, o a cavallo o in
carro o in lettiga (2); che all’aperto piaceva loro di trascorrere,
nella buona stagione, molte ore del giorno, sia nel verziere, ricco
d'alberi fruttiferi e di dori, che non mancava mai fuor della cinta
fortidcata del castello, sia nel bosco vicino o lungo la pur non lon¬
tana riviera (3). Frequentissime, adunque, pel Petrarca, tìn dai
primi anni del suo amore per Laura, le occasioni di vederla, di
udirla ridere, parlare e cantare, d'assistere ad abluzioni, ch'ella
facesse nelle acque della Sorga, del proprio viso o di qualche
suo oggetto (4); mentre ambedue vagavano per quell’istessa
« soave contrada » (5), per quei luoghi dove al nostro innamo¬
rato il cielo pareva più sereno (6) e l’erba più verde (7), pel
« bel paese », insomma, che solo al mondo sembrava a lui felice,
(1) Cfr. Weinhold, Die deutschen Frauen in dem Mittelalter *, li, 202-3.
E v. anche Fr. da Barbkrino, Del reggimento ecc., ed. cit., pp. 37-8 e 42-3.
(2) Vedi Schultz, Op. cit., 1, 486.
(3) Ivi, 1, 50, e Gautibr, La chevalerie *, pp. 526-27.
(4) Si ricordi il madrigale in coi il Petrarca dice d'aver ammirato < la
« pastorella bella e cruda | posta a bagnar un leggiadretto velo | cb'a l'aura
« il vago e biondo capei chiuda » (Rime, Lll), e l'altro in cui addita ad Amore
la sua « giovenetta donna > scalza in mezzo ai fiori e in mezzo all'erba
(CXXI).
(5) Rime, CLXII (son. Lieti fiori ecc., v. 9).
(6) Rime , CXXIX (canz. Di pensier in pensier ecc., commiato, v. 2).
(7) Così nel son. Rapido fiume ecc.; che appartiene certo, non ostante la
sua collocazione (è il CCVIII), a que’ primi tempi dell'amore per Laura, in
cui il Petrarca si sentiva da lei corrisposto (cfr. il v. 11), e dev'esser stato
scritto nell'agosto del 1333, quando il poeta, da Lione ove s'era fermato al
suo ritorno dalla Germania, se ne tornò a casa per la via lungo il Rodano.
Come si sa, questo fiume, prima di raggiungere Avignone, passa in vista
dei colli ove il poeta lasciava sè stesso ogni volta che se r.e allontanasse
(il sonetto successivo comincia, appunto, I dolci colli ovio lasciai me stesso),
a pochi chilometri dal loro declivio occidentale, nel tratto da Vedènes a
Morières. Nella chiusa il poeta immagina Laura scesa in riva al gran fiume;
come avrà fatto sovente, o da quelle colline, o da Avignone (posto che
avesse casa, com'è probabilissimo, anche in questa città).
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F. FLAMINI
perchè possedeva il suo bene (1), e a cui tornava con gioia,
rinfrancando il cuore non appena se lo vedeva spuntare davanti
col suo lieto aspetto, col suo fiume dilettoso (2).
Vi fu un periodo dell'amore del Petrarca, in cui Laura non si
mostrò insensibile all'assiduità galante del suo corteggiatore. — Una
volta, nel « luogo usato » (quale si fosse, noi sappiamo), questi, vol¬
tandosi, vede in terra un’ombra « che da lato stampa il sole », e
riconosce essere della sua donna. Ed ecco lei ; eccola volgere al
poeta i begli occhi lucenti e degnarlo d’un suo dolce saluto (3). —
Un'altra volta, ei l’attende ad un convegno promesso; ma le ore
fuggono, e la gioiosa sua speranza rimane delusa. Quale ombra
crudele — domanda, sconsolato — aduggia il seme ch’era si
vicino a far frutto? «Tra la spiga e la man qual muro
(1) Rime , LXI e CCXXVI (sonetti Benedetto sia 'l giorno ecc., v. 3, e
Passer mai solitario ecc., vv. 12-14).
(2) « Ma '1 bel paese e '1 dilettoso fiume | con serena accoglienza rasse-
«cura | il cor già volto ov'abita il suo lume». Giustamente questo so¬
netto si crede composto nello stesso ritorno da Lione in cui fu scritto quello
al Rodano, di cui or ora se parlato (cfr. Cochin, La chronologie du Can¬
zoniere de Pètr., Parigi, Bouillon, 1893, pp. 100 e 108) ; ma si ha torto di
identificare col Rodano stesso il fiume dilettoso. A quali acque si convenga
quest'epiteto, non occorre ormai ripetere ; nè occorre rammentare, che a chi
scenda da Lione lungo il rapido e torbido fiume, si fa incontro, parecchi
chilometri prima ch'ei giunga ad Avignone, il « chiaro gorgo » ( argenteum
gurgitem oboium habebis ; ricordate ?). Giunto al Ponte di Sorga (oggi Sor-
gues; v. sopra, a p. 102 n., e consulta la càrta del Vellutello), il Petrarca si
trovava sulle chiare e fresche acque, e avea dinanzi, a un paio di chilo¬
metri appena, i dolci colli. Di là, nel 1333, quando il son. Mille piagge ecc.
fu composto, egli o avrà proseguito, dopo aver « rassicurato il core » con
quella vista, per Avignone (donde gli era agevole recarsi poi ne' luoghi a
lui diletti), o sarà andato direttamente, per Vedènes e Saint-Saturnin, su
quei colli e in riva alla Sorga, per cercar di rivedere subito la sua Laura.
(3) Rime . CX (son. Perseguendomi Amor ecc.). Dal sonetto successivo,
riferentesi manifestamente allo stesso fatto, si rileva che quando questo
avvenne, egli se ne stava seduto, fra bei pensieri amorosi ; che s'alzò, e le
mosse incontro, riverente e turbato, « per farle onore »: ch'ella s'avvide del
suo sbigottimento, cambiò colore, e passò oltre, parlando. Si riferirà a que¬
st'incontro anche la ballata Volgendo gli occhi ecc. (Rime, LX1II), in cui
il poeta dice che Laura, accortasi del suo colore smorto, salutandolo tenne
in vita il suo cuore, che « la fraile vita > minacciava d'abbandonare ?
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TRA. VALCH1USA ED AVIGNONE
145
« è messo? » (1). — Indizio di molla confidenza fra il poeta e la
dama è altresì quel furto d’un guanto (2) ch'egli perpetra galan-
temente, senza riuscir a conservare la « nobil preda », che gli
è senza sforzo strappata di mano da quell’ « angioletta ». E quante
passeggiate, da Ghateauneuf de Giraud Amie o da Caumont, fin
sotto le finestre di lei ! Com’era uso generale delle donne al suo
tempo (3), anch’ella passava lunghe ore presso il balcone, cu¬
cendo e cantando. Di là vennero al poeta i più pungenti strali (4);
a quel balcone stettero i suoi occhi a mirarla desiosamente sino
da' primi tempi del suo amore (5). Qualche volta, partitosi o da
Avignone o da Vaichiusa al primo albeggiare (son note le sue
costumanze mattiniere) (6) per passar qualche ora di letizia nel-
Yalta selva aprica , giunto a’ piè di questa, sulla strada da Cha-
teauneuf a Caumont (7), ebbe a vedere, in uno stesso punto,
affacciarsi Laura ad una finestra del suo castello di Picabrè
volta a ponente, verso i dolci colli (8), e spuntar il sole dietro
di lei, all’orizzonte, fuori dalle non lontane alture valchiusane (9).
(1) Rime, LVl (son. Se col cieco desir ecc.).
(2) « D'un bello aurato e serico trapunto » (Rime, CC1, son. Mia ventura
ed amor ecc., v. 2), cioè d'un guanto tessuto con fili d’oro e di seta.
(3) Cfr. E. Gorra, Il costume delle aonne in un poemetto ital. del sec. XVI,
nel voi. Fra drammi e poemi, Milano, Hoepli, 1900, p. 313.
(4) Rime , LXXXV1 (son. Io avrò sempre in odio la fenestra).
(5) Colei — egli dice nella canz. Tacer non posso ecc. (Rime, CCCXXV,
vv. 41-5) — « standosi ad un balcone | che fu sola a' suoi dì cosa perfetta, |
« cominciai a mirar con tal desio » ecc.
(6) Soleva il Petrarca levarsi all'aurora, cioè 4 al primo dubbio fulgore
della luce vicina ’ (cfr. Fani., ed. cit., I, 285; e v. anche 11, 557, III, 35, ecc.).
(7) Occorre rammentare, che a cavallo (e il Petrarca ebbe sempre cavalli
a sua disposizione; cosa allora comune) da Avignone per Morières e Ga-
dagne, da Vaichiusa per l'Isle e pel Thor, si giunge in vista del poggio di
Picabrè in poco più di un’ora ?
(8) € Quella fenestra ove l’un sol si vede | quando a lui piace, e l’altro
« in su la nona » (cioè 4 dalle tre alle quattro del pomeriggio '). Un’altra
guardava a settentrione, con dinanzi il panorama della vallata della Sorga,
delle montagne di Montmirail e del Monte Ventoso (cfr. Rime, C, vv. 1-4).
(9) € 1’ gli ho veduti alcun giorno ambedui [il sole vero e il sole in-
« carnato ) levarsi inseme »; così nella chiusa d’un sonetto, scritto (pare)
OiernaU fiorito. — Sappi, n» 12. 10
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F. FLAMINI
Quanto durò questo periodo dell'amore per Laura, in cui i
« tanti passi » con che il poeta esercitava i piedi stancandoli
dietro le orme di lei (1), non restavano senza qualche compenso?
Non sappiamo. Certo è, che, forse per soverchio ardire del-
l’amante, ella si crucciò con lui (2); e per € lunga stagione » (se
vogliamo credergli) ei non potè più parlarle, nè ritrovarla nel
« luogo usato » (3). Di questo tempo dev’essere la canzone Chiare
fresche ecc. ; nella quale il Petrarca, rivedendo quel luogo —
ove la sua donna gli era un giorno apparsa come una visione
sovrumanamente mirifica — e sapendo che, per non avere ad
incontrar lui, ella ha smesso di recarvisi abitualmente, prende
anch'egli commiato da quelle acque, da quei rami, da quell'erba,
da quell’aere (4), e poi, dacché sente che non sopravviverà a tanto
dolore (la solita retorica degl'innamorati, per far porre giù l'ira
e lo sdegno alle loro belle !) (5), s’augura almeno di morire ed
esser sepolto colà, sì che possa accadere ch’ella un di, tornando
all'usato soggiorno (6), onori d’una lagrima il suo sepolcro. Ger-
in Vaichiusa, ove il poeta accenna alle sue gite mattutine ne' luoghi in cui
potea vedere la sua donna (Rime, CCXIX; e v. anche l'altro son. La sera
desiare ecc., ivi, CCLV).
(1) Son frasi del Petrarca stesso (Rime, LXX1V, vv. 9-11; CCLXXV,
vv. 7-8).
(2) È ciò che si narra nella canz. Nel dolce tempo ecc., così importante
per la storia dell’amore del Petrarca. « 1' non son forse chi tu credi »,
Laura gli disse un giorno ; ed egli si partì non altri incolpando che se stesso,
e tutto quel dì rimase « tra vivo e morto ».
(3) « ...Non ritrovando intorno intorno | ombra di lei, nè pur de’ suoi
«piedi orma, | come uom che tra via dorma | gittaimi stanco sovra
« l'erba un giorno > (ivi, st. 6*).
(4) Si ricordi la chiusa della prima stanza: «date udienzia insieme a le
«dolenti mie parole estreme».
(5) Giova notare, che nella canz. Nel dolce tempo ecc. (st. 5‘, in fine) egli
dice d'aver gridato « con carta e con inchiostro », essendogli interdette
« le vive voci », alla sua donna offesa e scorrucciata : « s'io moro, il danno
« è vostro ».
(6) Com’è chiaro, usato soggiorno vale qui 4 luogo di trattenimento abi¬
tuale ’, ed è tutt'uno col loco usato; è l'amorosa reggia, non già il colle
ove Laura aveva il suo castello.
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TRA VALCH10SA ED AVIGNONE
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tamente, appartiene a questo tempo in cui il poeta fu in disgrazia
della sua donna (il mio esilio indegno , egli lo chiama) quel
sonetto che comincia :
Poi che ’1 camin m'è chiuso di mercede,
per desperata via son dilungato
dagli occhi ov'era, i' non so per qual fato,
riposto il guidardon d'ogni mia fede (1).
E nè anche di quest’altro periodo dell’amore del Petrarca co¬
nosciamo la durata. Senza dubbio, esso o non era ancora princi¬
piato, o, com’io credo ben più probabile, era già finito da qualche
tempo (si sa che Madonna, quando le parve « gir di pari la pena
« col peccato », perdonò l’amante, e tornò alla benignità d’una
volta) (2), sul finire del 1336, allorquando il poeta cercò ne’
lunghi viaggi un riparo alla violenza della sua passione. Poiché
allora ai tentativi ch’egli faceva di scuotere il vecchio giogo,
contrastava l’amore di Laura per lui:
Initcit illa manum profugo dum saucia servo
incursatque dolens, oculos dum dulce micantes
instruit et facibus tectis et cuspide blanda,
heu quotiens coepto dubium procumbere calle
corapulit! ecc. (3). *
A Vaichiusa, dove poco dopo, nel 1337, il Petrarca rinvenne
nella solitudine un farmaco alle pene del cuore, e potè attendere
tranquillo all’opera letteraria, l’immagine della sua donna seguitò
tuttavia ad affacciarglisi, lusingatrice, nella veglia e nel sonno,
e lo indusse anche a far lunghe escursioni, dando <r ai piè lassi
« affanno » (4), nei luoghi che i suoi occhi tanto si struggevano
(1) Rime, CXXX.
(2) Canz. Nel dolce tempo ecc., st. 7*.
(3) Epist. metr., lib. I, epist. 7* (Quid faciam ecc.), vv. 58-62; ed. di Ba¬
silea, 111,82.
(4) Vedi sopra, a pp. 61 e 65-6.
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F. FLAMINI
di rivedere. La valle della Sorga lo allettava con la sua ame¬
nità pittoresca; e più lo allettava, di lontano, qaeU’tttntf colle,
visibile distintamente dalle alture valchiusane, dove così spesso
aveva ammirato e corteggiato la bella che v'era nata e vi sog¬
giornava.
Quando, tre anni dopo che Laura aveva preso « l'ultimo volo *
da’suoi colli, e che il corpo di lei giaceva, secondo le sue estreme
volontà, nella chiesa dei Frati Minori in Avignone (1), il Petrarca
ritornò in Valcbiusa, più volte egli volle rivedere il nido della
sua fenice, il luogo per lei consacrato (2); più volte l’antica usanza
lo condusse a rifare la strada che un tempo soleva percorrere
dal suo alpestre rifugio al colle che tanto gli piaceva, la strada
dalla quale soleva ammirar la sua Laura, quand’era giunto in
vista dcll'abilazione di lei. La prima di tali volte gli usci dalla
penna il sonetto di cui già tanto s é parlato (3) ; nel quale prima
volge la parola alla valle della Sorga per cui s’inoltra fuori dalle
angustie valchiusane, poi al fiume lungo il quale cammina, indi
alla strada stessa che segue (« dolce sentier (4) che si amaro
« riesci >), infine al colle ch’è la sua meta; e dice che in tutto
(1) Non sono per nulla inconciliabili l'asserzione così esplicita del son.
È questo ’l nido ecc. (Rime, CCGXX1, vv. 12-13): « veggendo a' colli
* oscura notte intorno | onde prendesti al ciel l'ultimo volo>el'altra
della nota autografa del Virgilio ambrosiano, che madonna Laura morì
.4 in eadem civitate » [Avignone]. Que' colli erano a poche miglia dalla
nuova sede de' papi ; e la lieve distanza scompariva addirittura, come del
tutto trascurabile, agli occhi del poeta che scriveva quella nota in tutt'altra
regione, oltre l'Alpi. 4 La civitas può comprendere anche il contado », os¬
serva giustamente il Quarta, Studi sul testo ecc., p. 134. * 0 mantovano,
« io son Sordello | della tua terra » fa dire 1*Alighieri al trovatore fa¬
moso, nato non a Mantova, ma lì presso, a Goito.
(2) 4 Tal che pien di duol sempre al loco torno | che per te consecrato
4 onoro e colo > si legge nel son. È questo ’l nido ecc. (Rime, GGCXXX1).
Vedi anche il sonetto che precede (Sento l'aura mia antica ecc.), scritto
parimente nel rivisitare l'nmorosa reggia e Tumif colle (* vedove l'erbe
4 e torbide son Tacque | e voto e freddo 'I nido in ch'ella giacque » ecc.).
(3) Vedi sopra, a pp. 66. 68, ecc.
(4) Sentiero, nella sua accezione generica, vale * strada '. È la parola più
conveniente al linguaggio della poesia.
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—URBANA^CHAIMPAIGN—-
TRA VALCHIU8A ED AVIGNONE 149
riconosce lo forme usate; e conchiude, che per quell’istesso
cammino donde vedeva il « suo bene », torna ora a vedere
«onde al cielnuda è gita | lasciando in terra la sua bella
« spoglia » (i).
Da queste identificazioni topografiche — vien fatto di chiedere,
in ultimo — che conseguenze si possono ricavare per la vexata
quaestio della persona di Laura? (2). Non è del nostro assunto
trattar di proposito questo soggetto, che ci porterebbe per le
lunghe, e che, d’altra parte, esorbita dai confini, ben determi¬
nati, che ci assegna il titolo stesso del presente lavoro. Basta
esaminare, in breve, al lume dei resultamenti della nostra inve¬
stigazione sui luoghi, l’ipotesi più generalmente accolta, e vedere
se non sia il caso di proporne, con ogni ragionevole cautela,
un’altra diversa.
Non c’è bisogno davvero di ripetere qui, parlando a studiosi,
il racconto della famosa impostura ordita da Maurizio Scève, col¬
l’intento manifesto di rivendicare ad Avignone la gloria, impu¬
gnata dal Vellutello e da’ suoi seguaci, d’aver dato i natali a
Madonna Laura. Che il sonetto e la medaglia trovati nel 1533
(1) Rime, CCC1 (son. Valle, che de' lamenti ecc.). Anche la chiusa di
questo sonetto conferma, dunque, ciò che s'è detto or ora ; cioè che Laura
dovette morire sui dolci colli, e precisamente (risulta di qui) sul bel poggio
ov'era nata e dimorava.
(2) Non pongo neppure la pregiudiziale, se l'amata dal Petrarca abbia
veramente portato il nome di Laura ; benché qualche critico abbia messo
in dubbio anche questo. Per me la nota del Virgilio ambrosiano, ch'è un
appunto non destinato al pubblico, e in cui la donna celebrata dal poeta è
detta Laurea, prova nel modo più sicuro ch'ella così si chiamava vera¬
mente. Vedi anche i validi argomenti addotti a sostegno di questa opinione
dal D’Ovidio (Madonna Laura , cit., pp. 47-9).
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F. FLAMINI
dentro un sepolcro della cappella dei De Sade, nella chiesa avi-
gnonese dei Frati Minori, siano una spiritosa invenzione (anzi,
»
un’invenzione ben poco spiritosa), prima l’Woodhouselee (i), poi
il Bartoli (2) ed altri parecchi, han dimostrato nel modo più
persuasivo. Vero è’, che 1* erudito avignonese Gustavo Bayle,
in una sua memoria (rimasta interrotta) intesa a difendere la
identificazione della donna amata dal Petrarca con Laura di Noves
maritata ad Ugo de Sade (3), accettando invece ogni cosa come
verità di vangelo, prese quale « point de départ pour la solution
« de l'identité de Laure » proprio il famigerato sonetto. Ma la
spiegazione ch’egli dà della bruttezza di quei versi, immagi¬
nando che non siano del Petrarca (al quale son messi in bocca),
bensì del suo intimo amico Luigi di Campinia, si fonda sul pre¬
teso sapore arcaico del sonetto stesso (4), sur un’interpretazione
cervellotica del motto 0 sesso, che gli tien dietro (5), e, soprattutto,
sulla figura araldica che diamo qui appresso (6); la quale, secondo
il Bayle, vorrebbe significare il nome vero dell’autore (essendo
(1) An historical and criticai essay on thè life and character of Pe-
trarck *, Edinburgo, 1812, pp. 92 sgg.
(2) Storia della lett. ital ., VII: F. Petr ., Firenze, Sansoni, 1884, pp. 198 sg.
(3) Études sur Laure, nel Bull, histor. et archéol. de Vaucluse , 11 [1880],
139 sgg. e 445 sgg.; Ili [1881], 283 sgg. e 309 sgg.; IV [1882], 23 sgg., 301 sgg.
e 511 sgg. Questa difesa è fatta dal Bayle c avec une force de convinction
« qui n'a pas toujours été servie par le raisonnement ou les documents »,
come osserva giustamente il Labande (Les souvenirs de Pètr. et de Laure
en Avignon et à Vaucluse, nella pubblicaz. commemorativa dell'Accademia
di Vaichiusa, Sixième Centenaire de la naissance de Pètr., Avignone,
Seguin, 1904, p. 99 n.).
(4) Dell'analisi linguistica che il Bayle ne fa per dimostrare questo ar¬
caismo, tacere è bello. Essa può gareggiare in amenità soltanto con ciò
ch’egli dice intorno all'origine della forma metrica italiana del sonetto.
(5) Cfr. Tomasini, Petrarcha redivivus, Padova, Frambotti, 1650, p. 95
(anche in Solerti, Le vite ecc., p. 626). Il Bayle legge Oseul, anzi Oiseul,
e vi scorge un anagramma di Leouis, cioè Louis (* Luigi *) secondo la pro¬
nuncia del fiammingo antico!
(6) Questa figura teneva dietro a quattro versi senza rima (dirò meglio,
con assonanze in luogo delle rime), che il Bayle, grossamente, crede siano
la coda del sonetto (vedili nel Tomasini, loc. cit.).
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
151
■* un chéne vert, quercus ilex , eouse en provenni », e i.’eouse
riproducendo esattamente la pronuncia fiamminga di Lewis (1),
cioè Louis, ‘ Luigi ’), mentre, a mio avviso, è semplicemente una
traduzione figurata dei versi del Petrarca:
Vertuta, onor, bellezza, atto gentile,
dolci parole ai be' rami m'han giunto
ove soavemente il cor s'invesca (2).
L’identificazione, adunque, di Laura con la Di Noves maritata
ad Ugo de Sade non riceve alcuna conferma da scoperte fatte
in Avignone. Essa si fonda unicamente sui documenti prodotti
nei Mèmoires dell’abate de Sade (3). Saranno autentici? Io credo,
col D’Ovidio (4), che quelle siano veramente le carte d’archivio
riguardanti la figliuola del cavaliere Audibert di Noves ed il
(1) Si ricordi l'espressione di Donato degli Albanzani, nel commento alie
egloghe petrarchesche : « Socrates... quidam germanus nomine Levisiut, ecc. >
(e cfr. D. Ursmer Berli ère, Un ami de Pétr.: Louis Sanctus de Bee-
ringen , Roma, 1905, nelle Pubbl. dell'Ist. stor. belga di Roma).
(2) Rime , CGXI (son. Voglia mi sprona ecc.; cb'è il famoso in cui il poeta
registra in fine la data del suo innamoramento). Si guardi bene la figura
che riproduciamo, e si vedrà ch’essa rappresenta appunto un euore legato
ad un albero.
(3) Si sa che questi documenti appartenevano all’archivio della famiglia
De Sade (nel castello di Mazan) bruciato o disperso al tempo della Rivolu-
zione Francese.
(4) Madonna Laura , cit., p. 29 e sgg. dell'estratto.
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152
F. FLAMINI
suo rispettabile consorte. Ma, ciò posto, ne consegue che sia
proprio costei la donna amata e celebrata dal Petrarca? Le
coincidenze si riducono a queste due : !•, che Laura di Noves
fu sepolta anche lei nella chiesa dei Frati Minori ad Avignone;
2°, che fece testamento il 3 d’aprile del 1348, e la Laura del
Petrarca morì il 6 d’aprile di quell’anno. La prima, da sola, non
vorrebbe dir nulla. Per Spiegarla, non è neppur necessario pen¬
sare che l’amata del poeta avesse colà il sepolcreto di famiglia;
poiché a quei tempi ciascuno si faceva seppellire nel luogo sacro
che meglio si conformava alle sue predilezioni di devoto, lasciando
detto d’esservi trasportato, anche se lontano (1). La seconda è
certo più notevole. Ma — domanda l’Hauvette in un suo articolo
molto sensato (2) — « à un moment où la peste sévissait avec
« force en Provence comme en Italie, est-il de toute évidence
« qu’une seule femme répondant au nom de Laure ait pu mourir
« dans les premierà Jours d’avril en Avignon ? ». E, d’altra
parte, chi ci assicura che questa coincidenza di date non sia stata
ottenuta dall’abate de Sade mercè un’alterazione del documento
ben facile a perpetrare e dissimulare? Altro è fabbricare tutta
una serie di documenti falsi, altro è far si che, mediante una
correzioncina, d’un sol numero, essa venga a significare, d’un
tratto, proprio quel che si vuole. La tentazione per l’abate De Sade
era grande. Con un nonnulla, poter assicurare alla sua famiglia
quella gloria cosi ambita ! Per non farlo bisognava non aver la
capacità a delinquere. E quell’erudito l’aveva. Il D’Ovidio, nel
quale egli rinvenne tempo fa un avvocato d’alto valore, ignorava
che un suo collega della difesa, il Bayle, pochi anni prima era
stato costretto a confessare, che il reverendo abate, a cui pure
i documenti dell’archivio domestico dovevano insegnare esser
(1) Per citar qualche esempio insigne, Filippo di Cabassole, che morì a Pe¬
rugia (t 372), volle esser seppellito presso Caumont nella Certosa di Bonpas ;
Sant’Elzéar di Sabran, che morì a Parigi ( 1325», volle esser sepolto « in
« loco fratrum minorum de Apta » (v. il suo testamento, del 18 luglio 1317,
nel cod. 1849 della Bibl. di Carpentras, f. 62).
(2) Laure de Noves ?, nel Bull, italien, II [1902], 15 sgg.
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TRA VALCH1DSA ED AVIGNONE
153
sfati i De Sade, nel Trecento, una famiglia danarosa della bor¬
ghesia mercantile, volle far credere che i suoi anfenati appar¬
tenessero già allora alla nobiltà avignonese (1).
Non vincolati, adunque, a prestar fede ciecamente ai Mèmoires
del De Sade, vediamo se Laura di Noves corrisponda a quanto
resulta dalle opere del Petrarca intorno alla donna da lui cantata.
Quando per la prima volta misi fuori, in questo Giornale , l’ipo¬
tesi di Caumont con la relativa testimonianza del Galeota, mi
parve (e l’accennai nel chiudere il mio articolo) ch’essa potesse
#
offrire qualche indizio a favore dell’opinione del celebre abate.
Oggi, per effetto di nuovi studi miei e d’altri e del soggiorno in •
quei luoghi, son d’avviso che chi voglia ad ogni costo restar fedele
a codesta opinione, solo con molto sforzo di volontà e mediante
ipotesi non suffragate nè da documenti nè da forti indizi possa
riuscire, alla meglio, a conciliarla coi dati topografici risultanti
dal presente lavoro. Poiché le ricerche documentate del Bayle (2)
han messo in sodo che a Noves, e non altrove, il cavaliere Au-
dibert, padre della Laura che andò sposa ad Ugo de Sade, risie¬
deva, ed aveva i suoi beni; e che a Noves, dove si fece anche
il suo matrimonio, costei abitava (quando non se ne stava ad
Avignone) in una casa la quale è tuttora additata dagli abitanti
del paese, non ignari dell’opinione più comune, come la dimora
della belle Laure , ed appartenne, di fatto, per secoli ad una
famiglia Audibert (3). Non direi più, pertanto, che il padre di
Laura di Noves potesse aver la sua abitazione signorile di là
dalla Durenza, sulle alture di Caumont. E nè anche supporrei
(1) Bull, de Vaucluse, cit., Ili, 294. Il Bayle, che tesse qui l'anticA storia Hi
questa famiglia con la scorta di documenti d'archivio, ci fa sapere che il
marito di Laura di Noves, Ugo de Sade, fabbricava, imbiancava e vendeva
la tela, al pari di suo padre Paolo (ivi, pp. 297 sgg. e 305; e v. anche il suo
art. VHótel de Sade , nello stesso Bull., 1 [1879], 396 sgg.).
(2) Vedi specialmente l'ultimo tratto del suo lavoro (Bull, de Vaucluse ,
IV, 511 sgg.).
(3) < J'en ai vu la preuve — scrive il Bavlb (ivi, p. 529) — dans les mi-
< nutes de M. Hugues, notaire actuel de Noves ». E ci fa sapere, che questa
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F. FLAMINI
che vi avesse la sua la moglie di lui : dacché adesso sappiamo
che costei era Ermessenda di Réal, nata a Barbentane,
presso il Rodano, la cui signoria apparteneva ad un ramo
di questa nobile famiglia (1). Quanto al marito di Laura, dal
suo testamento si rileva che nel territorio di Cauraont egli non
possedette altro che alcuni prati, e ciò soltanto dopo la morte
di lei, a quanto sembra (2): d’altra parte, il luogo di nascita e
l’abitazione favorita della donna amata dal Petrarca s’è veduto
che non si possono immaginare in luoghi diversi ; e non si può
certo supporre, ch’ella fosse nata in un castello di proprietà del
suo consorte futuro! Ora Noves, dove la figlia del cavaliere Au-
dibert venne al mondo, non corrisponde punto a ciò che, come
s’è veduto, si rileva dalle opere del Petrarca. Questo borgo
è in piano perfetto; dalle colline di cui tante'volte s’ò parlato,
lo separa (a notevole distanza) la Durenza, in quel punto lar¬
ghissima ; bisogna traversar questa, o percorrere complessiva¬
mente otto chilometri, per recarsi di là in riva alle chiare
fresche e dolci acquei
V’è poi, contro l’identificazione proposta e sostenuta dall’abate
De Sade, un argomento d’altra natura, che, se non proprio
decisivo, è certamente assai grave. Laura di Noves, come risulta
dai documenti, prese marito nel giugno del 1325, e morì ai primi
di aprile del ’48, dopo ben ventidue anni e dieci mesi di matri¬
monio e dopo aver messo al mondo undici figliuoli. Orbene, per
quanta parte si voglia concedere all’iperbole poetica, non vedo
come possa al Petrarca esser venuto in mente di prender lo
spunto per un suo sonetto da una così grossa bugia quale con¬
casa è situata « dans le quartier de Rourian , à l’entrée de la grande rue,
* « à gauche, près la porte d’Agel, en face de la chapelle des Penitente, qui
* étaient ('ancienne paroisse de Noves », e che un tempo aveva una porta
gotica e grandi finestre « t> monceaux de pierres ».
(1) Cfr. Bayle, ivi, pp. 511-12.
(2) Cfr. De Sade, Mèmoires , 111, 73. Nel sommario d'un libro di ragioni
d'Ugo de Sade, messo insieme nel 1349, non se ne fa cenno, e ne tace anche
il testamento di suo padre (1345).
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TRA VAI.CHIUSA ED AVIGNONE
155
terrebbero i versi seguenti, se si riferissero alla morte d’una
matrona tanto feconda e tanto vicina a celebrar le nozze d'argento:
Ne l'età sua più bella e più fiorita
quando aver suol Amor in noi più forza,
lasciando in terra la terrena scorza
è l'aura mia vital da me partita,
e viva e bella e nuda al ciel salita, ecc. (1).
»
E vero: la Laura amata dal Petrarca fu travagliala crebris
partubus. Ma crebris non equivale a multisi si può intendere
‘parti fitti ', e basta pensare a due o tre gravidanze di séguito!
%_
— E vero: la differenza d’età fra il poeta e la donna a lui cara
era effettivamente « di pochi anni ». Ma ciò egli si fa dire,
nel Secrelum, da S. Agostino per dimostrare ch’ella poteva, non
ostante tale differenza, premorirgli ; e si capisce molto meglio la
necessità di questa dimostrazione, qualora la distanza d'età fra
i due non sia stata cosi piccola, da potersi riguardare come tra¬
scurabile, date le diverse probabilità di vita di due persone di
sesso diverso(2). Immaginiamola di nove o dieci anni; e allora,
se non ci terremo vincolati dalla pretesa identità con la Di
Noves, potremo ridurre a più ragionevoli proporzioni l'iperbole
che notammo ne* versi ora citati (in ispecie nel secondo): la
donna cantata dal Petrarca sarebbe morta sui trentacinque
(1) Rime , CCLXXVIII.
(2) Gfr. Wulpf, L'amorosa reggia ecc., cit., pp. i-2 n. Che non sia stata
così piccola, sembra potersi rilevare anche da quella sestina (Rime, CCXIV)
in cui parla della propria anima che, creata « anzi tre dì », «sola, pen-
« sando, pargoletta e sciolta, | intrò di primavera in un bel bosco >, e d'un
tenero fiore nato in quel bosco «il giorno avanti». Anzi tre di equivale
ad ante diem tertium ; e, poiché il Petrarca comprendeva (alla latina) nel
computo delle date anche il giorno in cui siamo e quello che si vuole in¬
dicare, significa * due giorni avanti '. Dando a questi dì un senso lato ed
uniforme, per es. di decenni , sarà da intendere, per mantener la propor¬
zione, che mentr'egli, quando s'innamorò, era sul principio del terzo, ella
era invece sul principio del secondo.
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156
F. FLAMINI
anni (1); moglie e madre, ma non da troppo tempo nè di troppi
figliuoli, e però florida ancora di bellezza, ancora in grado di
corrispondere ardentemente un amore senza cadere per ciò nel
ridicolo. E cosi tutto tornerà molto meglio! Buttata a mare la
identificazione fatta dall'abate I>e Sade, saremo liberi di figu-,
rarci Laura, ne’ suoi primi incontri col Petrarca nella chiesa di
Santa Chiara in Avignone e poi ne’ prati lungo la Sorga, quale
veramente le parole del poeta c’inducono ad immaginarla; cioè
come una giovinetta sui quattordici anni — età che reputavasi
allora convenientissima all’amore (2), e a cui ci fa pensare
(1) Appunto questo vorrà significare, secondo ogni verosimiglianza, la
chiusa del son. Tutta la mia fiorita ecc. {Rime, CCCXV), ove si dice che
la morte « feglisi a rincontra [a Laura] a mezza via*. Nella canz. In
quella parte ecc. {Rime, CXXV1I), ove il poeta, cui la fortuna « ha dilun-
4 gato dal maggior suo bene », dice di vivere soltanto di rimembranza, egli
ricorda, fra l'altro, d'aver visto lei * giunta a* suoi perfetti giorni ». Allu¬
derà con questo, io credo, al trentaquattresimo anno (ch'è quello in cui
volle morire Gesù Cristo; cfr. Dante, Conv., IV, 23); e la canzone sarà
stata scritta fra il 20 nov. 1347, giorno dell'ultima partenza del Petrarca
da Vaichiusa prima della morte di Laura, e il 6 aprile 1348, in cui ella
mancò ai vivi. Trentaquattro anni — secondo il computo nostro — Laura
aveva nel '47, e il poeta potè vederla di tale età prima di partire per l'I-
talia. Dall'epistolario del Petrarca risulta chiaramente, che per lui il perìodo
più verde e più florido della vita nostra era costituito dalla seconda parte
dell'adolescenza (dai 21 ai 28 anni) e dalla prima della gioventù {flos iu-
ventae, dai 28 ai 45 c.); cfr. Fam., ed. cit., 1, 37, 52, 112, 241, 433; 11,
211, 526. Quando la sua donna morì, egli era alla fine di tal perìodo: < Tutta
< la mia fiorita e verde etade ! passava, e 'ntepidir sentia già 'I foco |
4 ch'arse il mio core » (nel 1318 egli aveva, infatti, 44 anni); Laura, invece,
era nel meriggio della sua giornata, cioè a mezzo della gioventù (cfr. Fani.,
lib. XXIV, epist. 1*; ed. cit., Ili, 256: « Quaedam mane obeunt, hae quidem
< iuvenes: quaedam vero sub meridiem, hae iuventae medio, ecc.»),
in quella piena estate della vita che è * maioribus cupidinum atque irarum
ignibus nestuans * ( Sen ., lib. XII, epist. !•; ed. di Basilea, 11, 897), e in cui
perciò anche la passione amorosa ha « in noi più forza ».
(2) Vedi Flamenca, 5591 sgg.: « Et eu conosc ben que ver es | c'Amora
« a en las domnas ces ! ... Al trezen an querrel comensa, | e si neguna
« s'en bistensa | que noil pague tro al setzen, | lo fieu ne perì» ecc. Nelle
famiglie nobili dei secoli Xll e XIII era frequente il caso di fanciulle an¬
date a marito a dodici anui : il Gautier cita il Doon de Maience, dove
l’eroe fa all’amore con una ragazzina d'undici anni, e si fidanza con un'altra
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TRA VAl.CHIUSA ED AVIGNONE
157
anche l’accenno alle membra pargolette nella canzone Jn quella
parte ecc. (1) —, anziché come una sposa sulla ventina, verosi¬
milmente già madre (2). La graziosa fanciulla portava allora i
capelli sciolti (3), secondo il costume delle zitelle (4). Più tardi,
preso marito, ebbe a raccoglierli « in perle e ’n gemme », come
usavano le dame (5). Il contrasto fra l’acconciatura d’una volta
e la presente appare rilevato in un sonetto ove il poeta ripensa
proprio ai primi tempi del suo amore, e che nella redazion pri¬
mitiva è tutto quanto una rievocazione delle chiome della donna
amata (ó).
di dodici. Isabella di Baviera, nel 1385, si sposò a quattordici anni (cfr.
Franklin, Op. cit.. Ili, 187) ; Francesco da Barberino parla d'una bimba di
nove anni sposata da Corrado della casa di Savoia, e d’un’altra. di tredici,
che suo padre « trattava tuttodì di maritare » ( Reggim ., ed. cit., pp. 47-8 e
111). Per lui una fanciulla che abbia passato i dodici anni « san/,a mari-
« taggio » ha bisogno di molte prudenti esortazioni per parte di monna Pa¬
zienza (ivi, p. 82, e cfr. p. 257). Secondo il diritto canonico, per le donne l’età
atta al fidanzamento erano i 7 anni, al matrimonio i 12 (cfr. A. Della Torre.
La giovinexza di G. Bocc , Città di Castello, Lapi, 1905, pp. 76-7; dov'è
anche un excursus intorno alle età dell’uomo secondo il concetto medievale).
(1) Stanza 3®, v. 8. Nella strofe precedente il poeta ha detto, che quando
il mondo incomincia a rinverdire, gli par di rivedere a in quell’ et a te
«acerba | la bella giovenetta ch'ora è donna».
(2) Laura di Noves si crede nata nel 1307, e, in ogni modo, nel ’27 era
maritata già da due anni. Quanto sia stata prolifica, già sappiamo!
(3) Oltre ai passi, già citati in questo proposito, ricordo il v. 9 del son.
Quando io v'odo ecc. (Rime, CXL1II) e i vv. 7-11 del son. L'aura se¬
rena ecc. (v. qui appresso).
(4) Cfr. Gautier, La chevalerie *, p. 396: * Elle aimait [/a fanciulla
« nobile] jusqu’ ici à porter les cheveux flottant sur ses épaules;
« mais elle ne veut plus désormais [ dal giorno delle nozze] les avoir que
« tressés » ecc.; Schultz, Das hdusliche Leben der europdischen Kultur-
vòlker , Monaco e Berlino, 1903, p. 229: « Ledige Màdchen lasse» ihr Haar
« frei herabwallen» ecc.
(5) Cfr. Schultz, Das hdusliche Leben ecc., ora cit., ivi : « Verheiratete
« Frauen binden das Haar auf, und bcdecken es mit Schleiern oder ver-
« schiedenartigen Hauben »; Das hófìsche Leben ecc., I, 235: « Nach der
« Vermàhlung werden die Haare aufgebunden ».
(6) In codesta redazione la seconda quartina suona cosi : « E veggio quel
« che o gelosia m'asconde | o disdegno amoroso chiuso tiemme: | le chiome,
«oggi raccolte in perle e ’n gemme, | allor disciolte e sovra or terso
« bionde » (cfr. Appel, Zur Entvoickelung ecc., cit., p. 29).
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158
F. FLAMINI
Ma, in conclusione, a questa ipotesi che tiene il campo da
tanti anni (1), c'è da sostituire qualche cosa di meglio?
Per parte mia, non posso far altro che additare agli studiosi,
con ogni riserva e cautela di buona critica, quale mi parrebbe
la più ragionevole conseguenza degli accertamenti topografici
fatti nel presente lavoro. Se si accolga la nostra opinione, che
Laura sia nata presso Caumont sul poggio di Picabrè ; che
Y amorosa reggia s’abbia a cercare ne’ pressi di Qadagne; che
le colline da Caumont e Bonpas a Saint-Saturnin e a Vedènes
siano i dolci colli , e sia il dolce piano quella fertile pianura
ch’esse traversano da settentrione a mezzogiorno, e cui da levante
a ponente irrigano i vari rami della Sorga venendo da Vai¬
chiusa per l’Isle e pel Thor; è logico dedurre da tutto questo,
che la dama celebrata dal Petrarca abbia appartenuto ad una
(1) Com'è noto, un’altra congettura sul casato di Laura è stata messa
fuori testé da E. Croce (('ron. d. civiltà elleno-lat ., Il, 1-3) e propugnata,
con riserbo prudente, da egregi studiosi (cfr. Zenatti, nel n° unico Padova
a F. P. nel 6° centenario dalla nascita, pp. 11 sgg.; Moschetti, in Atti e
meni. d. R. Accad. di Padova, N. S., XXII, 171-77): Laura avrebbe apparte¬
nuto alla famiglia Colonna di Roma. Ma l'argomento principale su cui poggia
tale ipotesi, cioè che il Petrarca, in ispecie nell'ultima parte del canzoniere
e nei Trionfi, parecchie volte a donna (rifer. a Laura) fa seguire colonna ,
ha scarsissimo valore ; dacché ciò accade sempre in rima, e a collocare la
parola donna in fine di verso (come dovea venirgli fatto naturalmente, quando
pensava all'amata) egli doveva essere indòtto anche da quella comodità
d'aver in pronto, per la rima, una parola di significato generico e poetica
pel traslato che contiene, come colonna nel senso di ‘sostegno’, 4 fonda¬
mento’, suggerito anche dall'uso biblico (cfr. S. Paoi.o, A Tim., I, cap. 3°,
15, e Ai Gal., 11,9; Apoc., Ili, 12; Prov., IX, 1 ; Salmi, LXX1V, 3, ecc.).
Quanto al passo de’ Trionfi (ed. Appel, IV, 120 sgg.) « D'un bel diaspro
« er’ ivi una colonna, ecc. », credo vi si tratti della colonna a cui si legavano
i malfattori ; alla quale il poeta immagina che venga legato Amore. Essa non
era già nello scudo di Laura (come avrebbe potuto Amore essere avvinto
ad una figurina a sbalzo sopra uno scudo?), ma ivi, cioè 4 in quel luogo'
(cfr. l’altra redazione di questo cap. dei Trionfi, v. 94) ove trionfavano le
donne caste e pudiche, fatte appunto di diaspro come quella simbolica co¬
lonna. Inutile soggiungere, che di dame della famiglia Colonna soggiornanti
in Avignone non si ha notizia, e che nessuno di quei castelli del Venes-
sino ha mai appartenuto ai Colonnesi.
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TRA VAI.CHIUSA ED AVIGNONE
159
famiglia di quei luoghi, avento possessi ed un’abitazione signo¬
rile (chiamiamola pure castello, se ci piace) nel territorio di
Caumont.
Orbene, in tutta quella contrada e su tutte quelle colline, da
Chateauneuf al Thor (anzi fino a Lagnes, fino a Robion) e da
Caumont a Saint-Saturnin (anzi fino a Vedènes ed a Sorgues),
stendeva la sua signoria un'antica possente famiglia, imparentata
con sovrani, onorata da prodi guerrieri, da prelati insigni, per¬
fino da un santo e da una beata : la casa dei Sabran (1). La
mulier Claris si ma (2), nota sanguine vetusto , che a virtù
e bellezza univa in sè « ogni reai costume » (3), e il cui « stato
«reale » era la prima cosa che dava sull’occhio a chi lo¬
gliesse a lodarla, tanto che per l’appunto da quest’epiteto il poeta
prese uno degli elementi del nome segreto di lei (Lau-RE-la) (4),
ben può esser stata una Sabran. Si spiegherebbe così ottima¬
mente il suo spaziare per quei colli e per quel piano, dove per¬
sone a lei congiunte da affinità di sangue avevan feudi quasi
(1) Il borgo di Sabran nella Linguadoca « a donné son nom — scrive
I’Expilly ( Dictionnaire gcogr. ecc., cit., VI, 580) — à une maison des plus
« anciennes et des plus illustres de Provence ». Guglielmo 1 di Sabran ac¬
compagnò Goffredo di buglione in Terra Santa ; Garsenda di Sabran, con¬
tessa di Forcalquier, ebbe per suo primo marito Ildefonso, conte di Pro¬
venza. — Sui Sabran v. anche Barjavel, Op. cit., II, 373; R[oberto] di
B[riancon], L'ètat de la Provence dans sa noblesse , Parigi, 1693, III,
10-11 e 15-16 ; Papon, Hist. gén. de Provence , Parigi, 1777, I, 215, 228, 238,
277,286,394; II, xj, xxxiv, lxvj, 194, 207, 228, 236, 250, 259, 270, 277
280-81, 336, 400 405, 408, 543 ; 111, ix, xxviij, xliij, lij, 30, 49, 130, 150,
264, 292 n., 308, 320, 426, 471-72, 474, 547, 575 ; Gallia christiana , ai luoghi
indicati negli indici.
%
(2) E lo stesso epiteto che il Petrarca ebbe ad usare, parlando all'impe¬
ratore Carlo IV, per una stirpe come quella dei Colonna! ( Fam ., lib. XIX,
epist. 4*; ed. cit., II, 526).
(3) Cfr. Rime, CCXLVI1I (son. Chi vuol veder ecc., vv. 9-11).
( 4 ) Ivi, V (son. Quando io movo ecc., vv. 5-6). Per gli altri passi delle rime
e delle egloghe che accennano alla nobilth di Laura ed al lusso del suo
abbigliamento, vedi D - Ovidio, Madonna Laura, cit, p. 11; Mascetta, Il
canzoniere di F. Petr. ecc., cit., Introduz., pp. 54-55. Dell'ipotesi del Bayle,
che quel « reai > alluda al cognome Rial della madre di Laura di Nove.*, è
meglio tacere!
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160
F. FLAMINI
dappertutto. Naturalissimo ch'ella s aggirasse colà, ora nel fastoso
abbigliamento conveniente al suo stato — di che il suo amante
ebbe qualche volta a compiacersi:
Stiamo, Amor, a veder la gloria nostra .
vedi quant'arte dora e ‘mperla e 'nostra
l'abito eletto e mai non visto altrove,
che dolcemente i piedi e gli occhi move
per questa di bei colli ombrosa chiostra (1) —;
ora, invece, appartandosi in recessi solitari, con piena libertà
nel vestire e nei modi. Noi abbiam collocato ('amorosa reggia,
la scena delle Chiare fresche e dolci acque, ne’ pressi di Ga-
dagne: orbene, questo borgo chiamavasi allora Cbateauneuf de
Giraud Amie, perchè n’era signore un personaggio di questo
nome, della casa, appunto, dei Sabran (2). Ed altro Giraud Amie
di Sabran aveva la signoria del Thor, di Thouzon e di Saint-Sa-
turnin(3): sicché ai Sabran obbediva, si può dire, tutta la con¬
trada bagnata dal puro fiume. Quanto a Caumont e al suo ter¬
ritorio — ch’è ciò che più ci importa — già nel 1253 n’erano
cosignori (insieme con un terzo feudatario) un Giraud Amie ed
un Pietro Amie di Sabran (4). Della stessa famiglia, nel 1311 e
(1) Rime, CXCII.
(2) Il Giraud Amie che ne fu barone in quegli anni (dal 1332 in poi) era
succeduto al padre, Rostain di Sabran, figlio d'altro Giraud Amie.
(3) Nel 1310 Giraud Amie di Sabran (IV di questo nome), signore di
Chateauneuf, del Thor, ecc., avea lasciati suoi eredi i figli Giraud Amie, ca¬
valiere, e Rostain; assegnando al primo il Thor, Thouzon e Saint-Saturnin,
al secondo Chateauneuf e Jonquières. Perciò, negli anni in cui il Pe¬
trarca s’aggirava per que' luoghi, fu signore del Thor, fino al 1339, un
Giraud Amie, V di questo nome, ch’era zio dell'altio Giraud Amie, figlio di
Rostain, signore di Chateauneuf; poi, dal '39 al '48, tenne codesta baronia
un sesto Giraud Amie, figlio del precedente (Arcb. dipart. di Vaucluse,
serie E, n # 12, Titres de la bar. du Thor , f. 82* e passim).
(4) Nel cod. 557 della Bibl. di Carpentras, ch'è un bellissimo membra¬
naceo, dell'a. 1253, dal titolo Liber eontinens proprieiates, fenda, homagia,
et redditus domini Comitis Tholosae, quae habet et percipit in Co mi tatù
Venaissini ecc., si legge: « ... Dominus Giraudus Amicus et Petrus
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TRA VALCHID8A ED AVIGNONE 161
nel 1316 vi troviamo cosignore un Rostain (1), nel ’17 anche
un Giraud ed un Pierre Amie (2) : più notevole per noi il fatto,
%
che ne’ tempi in cui il Petrarca vedeva la sua Laura far così
frequenti passeggiate tra Caumont e Chateauneuf, Giraud Amie
di Sabran, signore di quest'ultimo castello, era anche cosignore
del picciol borgo (3).
Si sa che il Petrarca, nel canzoniere, non solo chiama la sua
donna una candida rosa nata « in dure spine >, ma invita l’anima
di lei, morta, a mirare dal cielo il « gran sasso donde Sorga
c nasce », sotto il quale egli si trova, tutto solo, non vivendo
che delia memoria di lei e di dolore, e a non curarsi più dei
luoghi ove giace il suo corpo, e dove nacque il loro amore,
per non dover vedere ne' suoi quello che a lei, in vita, dis¬
piacque :
Ove giace il tuo albergo (4), e dove nacque
il-nostro amor, vo' che abbandoni e lasce,
per non veder ne' tuoi quel cb'a te spiacque (5).
La più ovvia spiegazione di quel ne' tuoi mi pare sia 4 nel tuo
parentado’; il luogo ove il corpo della Laura del Petrarca fu
« A m i c u s et Raybaudus Raugius, quilibet istorimi trium prò parte quam
* habet in castro de Caumons, fecerunt domino Alfonso corniti recogni-
« tionem de castro praedicto, confitente» quod dictum castrino possidebant
a prò ipso et sub eius dominio ».
(1) Arch. nazion. di Parigi, F. 89. 134 (DD. 1, n° 10);- Arch. dipart. di Vau-
cluse, Anciens hommages (Camera Apost. di Carpentras), serie B, n°5, f. 84°.
(2) Arch. dipart. di Vaucluse, Anciens hommages, serie B, n* 7, fi 1 . 115 bis*
e 120°.
(3) Arch. dipart. di Vaucluse, Précis des Archives de Gadagne, cit., ff. 53°
e 137° (anni 1337 e 1339); Bibl. d'Avignone, codd. 3819, f. 5, e 2490, f. 3\
(4) Che albergo sia qui usato nel senso di 4 temporaneo ospizio ' e, rife¬
rendosi a Laura salita di carne a spirito, significhi l'involucro terreno in
cui era stata, dimostra un altro passo del canzoniere, opportunamente in¬
dicato dal Sicardi (Attorno al Petr. e a Laura , in Riv. d'Italia , an. 1900,
fase. X, p. 10 dell'estr.): « L'alma cui morte del suo albergo caccia » ecc.
(Rime, CCLVI, son. Far potess'io ecc., v. 9).
(5) Rime , CCCV (son. Anima bella ecc., vv. 12-14).
9i ornali ttorieo. — Sappi, n» 12. 11
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162
F. FLAMINI
sepolto, è (come sappiamo dalla noia famosa) Avignone; l’altro
ove nacque l'amore del poeta e della giovinetta (il nostro
amore), se potrebbe anch’ essere Avignone medesima, ben più
ragionevole è supporre che siano, invece, «eque’ prati d’in-
« torno», dove, «accortosi» di lei (in S. Chiara), egli corse
a vagheggiarla; quell’« a morosa reggia» alla quale sapeva
che codesta sua frase avrebbe subito richiamato il pensiero dei
lettori delle sue rime, ignari affatto di quel primo incontro in
chiesa, e avvezzi a sentirsi additare la verde riva e le chiare
e fresche acque come il luogo ove il poeta « fu preso », e dove la
bella giovinetta incoraggiò da principio le sue speranze.
Ora, se Laura apparteneva a quella nobilissima casa dei Sabran
che stendeva il suo dominio su tutti i castelli ad oriente d’Avi-
gnone, che possedeva feudi da Caumont al Ponte di Sorga (e
però su tutti e tre i fiumi della nuova Babele), che, legata alla
Curia Papale non pur dall’omaggio di fedeltà, ma da conces¬
sioni e privilegi (i), doveva avere nella metropoli interessi d’ogni
sorta e relazioni della più alta importanza (2); s'intende perfetta¬
mente, come e dai colli prossimi alla città e dalla città stessa
dovesse stornare lo sguardo l’anima dell’estinta, se non voleva
vedere nel suo parentado quello che a lei, virtuosa e pia, in
vita era spiaciuto. Che, pur vivendo nel suo fido soggiorno sulla
destra della Durenza e in prossimità del tratto della Sorga com¬
preso fra que’ due castelli dei Sabran, il Thor e Chateauneuf,
Laura frequentasse le chiese e i ritrovi della vicina Avignone,
è dimostrato, oltre che dall’incontro in Santa Chiara, dalla stretta
(1) Al signor di Chateauneuf, per es., il papa Giovanni XXII concedeva,
mediante una bolla del 1323, la facoltà di avere un giudice d’appello, il
potere di nominare egli stesso gli ufficiali della sua corte ordinaria ed altri
diritti (oltre al Précis più volte cit., vedi in proposito VBist. de Chateau¬
neuf de Gadagne ms. nel cod. 2905 della Bibl. d’Avignone, f. 394 sgg.).
(2) Si tenga ben presente, che i Sabran erano della nobiltà angioina, e
che Avignone apparteneva, viva Laura, ai d'Angiò; che i colli ov'erano i
loro castelli facevan parte del Contado Venessino, e che questo apparte¬
neva a quella Curia Papale di cui il Petrarca era un addetto.
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TRA VALCHIDSA ED AVIGNONE
163
di mano che il poeta dice d’avere scambiato con lei (1), in un
sonetto ben noto, nel quale, mentre accenna a questo con
compiacenza, si rammarica d’aver dovuto lasciare Vaichiusa
per Avignone, ove gli tocca vedere « nel fango » (2) il suo bel
tesoro (3). E ciò è ancor più naturale, qualora si voglia far buon
viso a questa nuova ipotesi intorno alla famiglia di lei. Poiché
i Sabran non possono non aver avuto in Avignone abitazioni
proprie ed ospitali dimore di congiunti. Anche quello che nel
canzoniere si dice della morte di Laura avvenuta sui dolci colli ,
s’accorda meglio col fatto della sepoltura nella chiesa dei Frati
Minori d’Avignone, se immaginiamo ch’ella appartenesse ad una
casata così estesa e così potente.
Ma si ha notizia — può dimandare a questo punto chi legge
— d’azioni indegne commesse da personaggi di questa famiglia,
per le quali potesse non a torto il poeta invitare l’anima del¬
l’estinta donna a torcer lo sguardo dai luoghi dove avea vis¬
suto, e dove abitavano tuttora i suoi congiunti ? Per tutta risposta
gli rammenterò le epistole XXI e XXII del terzo libro delle Fa-
miliari . Com’è noto, in esse il Petrarca parla della prepotenza
crudele e della lussuria del signore del Thor, il quale, avendo
saputo che una fanciulla a cui miravano le sue cupide voglie,
avea ceduto all’amore d'un giovane, acciecato dalla rabbia e
dall’invidia pel delibato fiore virginale, minacciava di far condan*
(1) Non saprei spiegare altrimenti i versi « A la man ond'io scrivo [alla
« mia destra] è fatta amica [la mia fortuna] a questa volta > ecc.
(2) Intendi : in una così vile sentina di vizi. Occorre ricordare le Sine
titulo ?
(3) Rime , CCLIX (son. Cercato ho sempre ecc.). Questo sonetto, mentre
prova che il Petrarca aveva occasione di veder la sua donna anche in Avi¬
gnone — ciò ch'è ben naturale, trattandosi d'una dama abitante in quei
dintorni —, conferma pienamente la nostra opinione, che il vero teatro
de' suoi amori non sia stato la città, ma la vicina campagna. Poiché è am¬
missibile eh egli avrebbe chiamato sfortuna Tesser risospinto da Vaichiusa
ad Avignone, se era questo il luogo consueto de' suoi ritrovi con la bella
dama, se non ve n'era un altro ben più gradito e più degno di lei ?
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Ì64
F. FLAMINI
nare all’estremo supplizio quel poveretto, come reo di stupro (1),
per quanto la donna protestasse d’aver acconsentito in seguito
a promessa di matrimonio. Questo il poeta era venuto a sapere,
prima dalle voci del popolo sdegnato (2), poi dagli amici accorsi
a pregarlo, piangendo, d’impedire un cosi grave sopruso: ed egli
ne scrive al suo intimo amico Lello di Pietro Stefano (Lelio),
affinchè persuada il cardinale Giovanni Colonna (a’ cui servigi
si trova) ad interporsi chiedendo al barone, quale grazioso dono,
quel prigioniero (3). Signore del Thor, allorquando nell’aprile
del 1347 il Petrarca dettava queste lettere, era Giraud Amie
di Sabran, VI di questo nome, cugino dell’altro Giraud Amie
allora signore di Chateauneuf e cosignore di Caumont(4); e un
avvenimento di tal genere (comunque sia andata a Unire la
faccenda) illumina di luce sinistra i costumi di questa casa ;
come, in genere, della feudalità provenzale, di cui anche al¬
trove il Petrarca ha avuto a raccontare non gloriose pro¬
dezze (5). Ponendo mente agli odi crudeli di tal gente, come
s’intende bene quel chiamar Laura « candida rosa nata in dure
«spine»! (6). E l’esortazione del poeta all’estinta, a non cu¬
rarsi più oltre di chi si mostra da lei così dissimile, per volgersi
invece tutta a lui, che vive, lungi da codesta corrotta società
di nobili e di preti, nell'alpestre solitudine di Vaichiusa, quanto
acquista di naturalezza e di convenienza! Non occorre nemmeno
(1) Si sa che questo reato nel medio evo era punito con la pena di morte
(cfr. Schultz, Dos hófische Leben ecc., 1, 589).
(2) Si noti questo particolare, che può indurci a supporre che al Thor il
Petrarca si recasse sovente, e vi fosse molto conosciuto.
(3) < Ego apud te, tu apud dominum, ut ipse a praefato Thori domino,
« gratuitum munus, captivum illum per litteras suas petat > (Fom., lib. Ili,
epist. 21* ; ed. cit., 1, 188).
(4) Vedi i cit. Titres de la Bar. du Thor nell'Arch. dipartim. di Vai¬
chiusa.
(5) Cfr. Fam., lib. XVI, epist. 9* (ed. cit., 11, 293-4). Uomini come il santo
Elzear di Sabran, erano eccezioni che facevano anche più risaltare il brutto
della regola !
(6) Cfr. Rime , CCXLVI (son. L'aura che 'l verde ecc.), v. 5.
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TRA VALCH1USA ED AVIGNONE
165
pensare ad altre così fatte azioni dei Sabran, posteriori o com¬
messe da parenti di Laura anche più stretti ; tanto viva doveva
essere ancora nell’animo del Petrarca, quando dettava quei versi,
l’impressione del fatto a cui avea dovuto prender parte, tanto
ferma oramai la sua opinione intorno al valor morale di quei
feudatari.
Come si vede, le probabilità a favore d’una Laura di Sabran
non sono nè poche nè lievi. Anche il fatto che la donna amata
dal Petrarca nacque, soggiornò di preferenza, e morì sui me¬
desimi colli, pur avendo preso marito, perde ogni singolarità, se
la supponiamo di codesta stirpe; poiché basta pensare che il suo
consorte sia stato un nobile del Contado Venessino cosignore
in uno dei tanti castelli su cui si stendeva colà l’alto dominio dei
Sabran. Aggiungi, in fine, che in una casa come questa, che al
tempo degli Angioini aveva avuto nel Regno di Napoli altissima
autorità e larghi possessi (1), non pochi dovevan essere ancora
profondamente italianizzali; onde è più che lecito immaginare,
che anche la nostra lingua vi fosse conosciuta e tenuta in conto
quasi d’una nobile tradizione di famiglia. E questo vale a spie¬
gare un'altra cosa, che non è delle più naturali: come mai le
rime toscane poterono essere pel Petrarca così valida arma alla
conquista del cuore d’una Provenzale (2).
Nascerà spontanea nel lettore, a questo punto, la curiosità di sa-
(1) Cfr. C. De Lei.lis, Discorsi delle fam. nobili del Regno di Napoli,
Napoli, Ì654,1,157-63; R. de Briancon, L'état de la Provence, cit.. Ili, 6-7.
(2) Cfr. Rime, CXXV (canz. Se 'l pensier ecc., at. 3* : € Dolci rime leg-
€ giadre | che nel primiero assalto | d'Amor usai quand'io non ebbi altr’arme »)
e CCXXXIX (sest. Là ver Caurora , st. 3*, 5* e 6*). Anche allo Zenatti
(Laura, nel cit. num. unico Padova a F. P. ecc., pp. 13-14) pare strano che
< un poeta colto come il Petrarca, il quale sapeva benissimo anche il pro-
« venzale, cantasse una gentildonna provenzale, moglie d'un provenzale,
« vivente come esso il poeta in Provenza, sempre e solo in italiano, e in
« sonetti e sestine e canzoni non sempre facili a intendere pur da italiani,
< senza provarsi a comporre qualche rima per lei pur nella lingua di lei,
« mentre forse allora ella avrebbe detto più facilmente oc, se non voleva
€ dire sì ».
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166
F. FLAMINI
pere qualche cosa di più preciso sul conto di questa presunta Laura.
Ma da un lato la pluralità dei rami della casa di Sabran rende
difficilissimo il compilarne l’albero genealogico; dall'altro, nuoce
il fatto che negli omaggi, ne’ riconoscimenti, ne’ contratti, ecc.,
da me esaminati a tal uopo nell'Archivio Nazionale di Parigi,
nell’Archivio del Dipartimento di Vaichiusa ad Avignone, nel
Museo Calvet, nella Biblioteca di Garpentras, non compaiono
quasi mai nomi di donne (1). «In nobil sangue vita umile e
« queta » fu quella dell’amata del Petrarca (2); ed anche questo
può aver contribuito a far sì ch'ella non lasciasse durevoli traccio
di sè nelle carte del tempo. Sono tuttavia in grado di asserire,
che tra i Sabran cosignori di Caumont una Laura nella prima
metà del secolo XIV dev’essere certamente esistita. Poiché questo
nome — che i documenti dimostrano abbastanza comune nel
territorio di Chateauneuf (3), e quindi anche nei limitrofi, senza
dubbio — portava, circa il 1272, la moglie di Rostain di Sabran,
signore di Robion e cosignore di Caumont: Laura, signora in
parte di Montdragon (4). Da questi coniugi nacquero molti fi¬
gliuoli ; « fra altri » (5), Guglielmo, Filippina e Raines o Rainier,
cosignore .di Caumont e di Montdragon, signore di Robion.
Ora, data l’usanza comune dei nobili d’allora, di rinnovare nei
neonati o il nome proprio o quelli dei genitori, si può dir cosa
quasi sicura, che una nipote di Laura di Sabran di Montdragon
debba aver portato il nome stesso dell’ava. Ecco, in conclu¬
sione, la Laura del Petrarca (6). Verosimilmente, dacché questa.
(1) Si tratta, del resto, d’una suppellettile di documenti tutt'altro che ricca.
Oli archivi del Contado Venessino furon preda delle fiamme nell' incendio
scoppiato il 22 novembre 1713 nel palazzo municipale di Carpentras.
(2) Cfr. Rime, CCXV.
(3) Vedi il più volte cit. Précis des arch. de Gadagne , ff. 37 6 e 38 k .
(4) Cfr. Pithon Curt, Hist. de la noblesse du Comté-Venaissin ecc., Pa¬
rigi, 1743, II, 277.
(5) Ivi.
(6) Nobilissima di stirpe, ma « minore di fortuna * (cfr. Rime, CCXXX Vili,
v. 9) d’altre dame ben altrimenti provvedute di feudi.
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TRA VALCHIUSA ED AVIGNONE
167
secondo i risultati delle nostre ricerche corografiche, nacque
nel territorio di Caumont, sarà stata una figliuola del Raines
di Sabran cosignore di Caumont ora accennato, nipote d'un
fratello di quel Giraud Amie, secondo di tal nome, da cui discen¬
devano tanto i signori di Chateauneuf quanto quelli del Thor.
Ho enunciato questa congettura come un corollario delle in¬
dagini fatte sui luoghi. Ma essa ha importanza affatto secondaria,
ha valore di pura curiosità. Quel che importa per la piena in¬
telligenza, ed anche per la retta valutazione estetica, della lirica
del Petrarca, non è già che Laura abbia portato questo o quel
nome! Mi terrò pago dei risultati di queste fatiche, se sarò riu¬
scito a determinare in modo abbastanza chiaro e persuasivo ciò
che m’ero proposto ; vale a dire, quali elementi di realtà la fan¬
tasia del grande poeta tramutò in elementi di rappresentazione
artistica, così nella figura di donna, come nelle scene di paesaggio,
ch’egli ebbe via via presenti allo spirito nell’atto creativo.
Francesco Flamini.
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L'K t»i;Y
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Il presente SUPPLEMENTO N” 12 contiene:
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La scena degli amori del Petrarca
NOTE DI TOPOGRAFIA PETRARCHESCA
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GIORNALE STORICO
DELLA LETTERATURA ITALIANA
diretto e redatto da
F. N0VAT1 e R. RENI Eli
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MBwé7/<7 s fi rie dei Sappi e inditi , accolta con manifesti
segni di gradimento dagli studiosi, sono finora uscite m luce
• /
le seguenti dispense:
1° (anno 185)8). — E. BEBTANA, fi Purini tra i poeti giocosi del settecento.
* — t\ DK LOLLTS, Sul canzoniere di Chiaro Da ramati. — G. PERSICO
CAVALCANTI, L’epistolario del Grarina. — R. MURARI, Mariti Sanudo
e Laura Bpenzoni-Schioppo.
% ■ * • • * i *r 1 (r
2° (anno 185)5)). — E. LOVARINI,, Notizie sui parenti c sulla rila del Puzzante.
— C. CESSI, Notizie intorno a Francesco Brusoni poeta laureato. —
A. NERI, Giuseppe Furetti e i gesuiti. _ «!•
^ i / v \ è i* # » v •* • . * 9 " w I
3° (uuno 11)00). — A. SAI/ZA, Francesco Coppetta dei Beccuti 9 poeta perugino
del secolo XVL
Z*' T c ? » s >r- ' V: * ^
4° (anno 11)01). — E. BERTANA, Il teatro tragico italiano del secolo XVITI
prima dell'Alfieri.
4 *• \ ^ n 1 f \ i àij « 4 V t
5° (anno 15)02). — V, GIAN, Vivaldo Ilelcalzcr e l’enciclopedismo italiano delle
orìgini. . ■ V- .“-j -
(jo (anno 15)03). — G. BOFFITO, Il * De principiò astrologate „ di Cecco d’Ascoli
nuovamente scoperto ed illustrato. — R. SABBADINI, Un biennio umanistico
(1125-1426) illustrato con nuovi documenti. >
7» (anno 15)04). — A. GALLETTI, L’opera di Vittor llugo nella letteratura
italiana. »'! ‘ . 5 V ‘
8° (anno 15)05). — A. FARINELLI, Appunti su Dante in Ispugna nell'età media.
— F. CAVICCHI, Intorno al Tibaldeo. — F. PASINI, Un plagio a danno
di Vincenzo Monti.
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9» (anno 15)00). — G. GALLI, I disciplinati dell’Umbria del 1260 e le loro laudi.
IO 9 e 11° (anno 1907-1908); — E. SOLMI, Le fonti dei manoscritti di Leonardo
1 da Vinci. '*i»..•!;
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